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La Verità tra Storicismo, Relazionalità e Chiesa 

La ricerca e la tensione verso la Verità sono una costante nella storia dell’uomo. 

Per riprendere l’ “Orestea” di Eschilo (525 a.C. – 456 a.C.), in particolare l’ “Inno a Zeus”, ogni persona, al fine di evitare il “dolore che getta nella follia”, cerca quel sapere “che sta e non si lascia smentire”. 

La Verità, dunque, è ciò che, venendo alla luce, presenta il carattere della incontrovertibilità. 

Viceversa, il pensiero storicista, nelle sue varie declinazioni (idealistico, materialistico etc.), nega la validità perenne del vero: la Verità è tale unicamente nella misura in cui si adegua ad un determinato momento e ad un preciso compito storico. 

Le ricadute di questo approccio, lo vediamo in modo emblematico nei dieci anni di pontificato di Francesco (2013-2023), si traducono sul piano teologico in una nuova forma di modernismo, come ebbe ad insegnare autorevolmente san Giovanni Paolo II (pontefice dal 1978 al 2005) nella nota Lettera Enciclica “Fides et ratio” del 1998. 

In altri termini, in ragione del desiderio di rendere la teologia cattolica assimilabile e metabolizzabile per l’uomo contemporaneo per risultare più attraente, si confonde Verità ed errore, si piega la Verità alla contingenza del momento e la si rende “relazionale“.

La relazionalità è la cifra del cristianesimo dei nostri tempi: se Dio ha amore per noi in Cristo, ha sostenuto Papa Francesco, allora la “Verità è una relazione”. 

In questo modo, però, la Verità viene fatta coincidere con la conseguenza della conoscenza del manifestarsi della Verità. 

Altrimenti si dovrebbe sostenere che la Verità (Dio) dipende dalla scoperta dall’uomo, quando essa è tale anche prima di qualunque scoperta, altrimenti sarebbe priva di qualcosa e, pertanto, non sarebbe Verità. 

Non può sussistere alcuna relazione senza riconoscimento di Dio ed accettazione libera di quanto Lui ha rivelato nel corso della storia della salvezza. 

É la ragione illuminata dalla fede che, tesa alla ricerca di ciò che sta”, trascende il mutevole e la stessa coscienza umana e supera in questo modo la coincidenza erronea tra essere diveniente e l'”Esse ipsum subsistens”.

In conclusione, solo a seguito della ricerca e dell’apertura alla Verità si può instaurare un rapporto con la stessa in cui il vero non è “storico”, ma il suo essere “ab aeterno” oltre la storia.

Prof. Daniele Trabucco Costituzionalista

In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it

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