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Home Cultura e società Io Rompo L’architettura del tempo: Flavio, Mariangela e il diritto di chiamarsi Amore

L’architettura del tempo: Flavio, Mariangela e il diritto di chiamarsi Amore

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C’è un’asimmetria quasi poetica nel fermo immagine che ritrae Flavio Franzolini e sua moglie Mariangela: una candelina con il numero “2” svetta su una torta, a fronte di una vicinanza che dura da oltre mezzo secolo. 

Due mesi di matrimonio, cinquant’anni d’amore. 

Questa proporzione matematica rovesciata non è soltanto il resoconto di una eccezionale biografia di coppia; è, in filigrana, una metafora d’Italia

“Io Rompo”: la nuova rubrica di Francesca della Valle

Racconta la distanza, a volte siderale e a volte colmata da improvvisi slanci di civiltà, tra l’autenticità antropologica del sentimento e le strutture giuridiche chiamate a normarlo.

Per comprendere la parabola di Flavio e Mariangela — uniti dal 1972 e giunti al fatidico “” nel municipio di Codroipo alla soglia degli ottant’anni — occorre interrogare il concetto stesso di legame nella cultura giuridica e filosofica occidentale. 

I coniugi Flavio e Mariangela

Per secoli, l’istituto matrimoniale è stato inteso come un contratto fondativo: lo Stato o la Chiesa sancivano l’inizio di una storia, ponendo i binari legali ed economici su cui la vita affettiva avrebbe dovuto scorrere. 

Il diritto precedeva l’esistenza. 

La storia di questa coppia friulana scardina questa logica temporale, dimostrando come il sentimento possa farsi istituzione autonoma, ben prima che una penna incontri un registro di Stato Civile.

Nel contesto italiano, il dibattito sul riconoscimento dei legami affettivi ha vissuto storicamente una tensione profonda tra la rigidità delle forme e l’evoluzione dei costumi. 

L’Italia, culla del diritto romano e nazione profondamente influenzata da una precisa visione familiare, ha spesso faticato a sintonizzare i propri codici con le infinite sfumature della realtà vissuta. Eppure, l’evoluzione del nostro ordinamento — dalle storiche riforme del diritto di famiglia degli anni Settanta fino alle più recenti conquiste in materia di unioni civili e convivenze di fatto — testimonia un progressivo spostamento del baricentro regolatorio: il focus si è spostato dall’astratta difesa dell’istituto in sé alla tutela della persona e della sua dignità relazionale.

Quando la didascalia dell’immagine recita che questa storia “parla di scelte, di diritti e di un amore che, in Italia, ha voluto essere riconosciuto fino in fondo”, essa solleva una questione cruciale: a cosa serve il diritto quando il tempo ha già ampiamente dimostrato la solidità di un patto? 

La risposta risiede nella natura stessa dello Stato di diritto. Il riconoscimento formale non aggiunge nulla all’intensità metafisica del sentimento, ma garantisce quella rete di protezioni, rispetto e legittimità pubblica che trasforma la cura privata in un valore civico riconosciuto dalla collettività. 

È la transizione dall’individuale al sociale. Celebrando il matrimonio, dopo cinquantaquattro anni di vita comune, la coppia non ha cercato una legittimazione del proprio sentimento — del quale erano già assoluti custodi — ma ha rivendicato l’esercizio di un diritto. Quello di veder specchiata la propria verità interiore nello specchio delle leggi dello Stato.

Dal punto di vista filosofico, l’amore che attende cinquant’anni per formalizzarsi evoca il concetto di “tempo opportuno” o kairos. Non c’è fretta burocratica nell’autenticità. 

In un’epoca contemporanea dominata dalla velocità, dalla liquidità dei legami e dalla pretesa di gratificazioni istantanee, la scelta di Flavio e Mariangela brilla come un controcanto rivoluzionario. Ci ricorda che il diritto è uno strumento al servizio della vita, e non viceversa. Quella candelina numero 2 non decreta la giovinezza di un rapporto, bensì la freschezza intatta di una promessa che ha saputo attendere il momento perfetto per farsi cittadinanza.

In definitiva, la loro vicenda ci consegna una lezione che supera i confini della cronaca locale per farsi manifesto culturale. Ci insegna che le leggi più giuste sono quelle capaci di accogliere la complessità delle storie umane, e che l’amore, quando è radicato e consapevole, non teme il tempo della burocrazia: lo attraversa, lo abita e, infine, lo nobilita.

Francesca della Valle – Giornalista Conduttrice Autrice Scrittrice Attivista civile

Presidente di Labirinto 14 Luglio

Labirinto14luglio@libero.it

Foto copertina: immagine generata dall’AI

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