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“Lavoro migrante”: Ellie Vasta

Sapere in movimento. Engine of diversity

Unusual. Non sempre le donne possono fare ciò che vogliono. A lungo, così. Capita ancora.

In Australia negli anni Settanta poche donne frequentavano l’Università. Poche di noi, figlie di migranti.” Racconta e sorride Ellie Vasta, sociologa di formazione, docente universitaria presso prestigiosi centri di ricerca.

La mia famiglia teneva molto alla mia formazione culturale. Ha fatto di tutto perché io potessi frequentare l’Università”. Una storia non usuale, la sua. È lei a definirla così, tra le righe di un’intervista a voce bassa ma scandita dall’orgoglio di appartenenza familiare, italiana, australiana. 

Sydney

Orgoglio di appartenenza multiculturale vissuta in prima linea.

Ellie Vasta non è una australiana d’adozione: la sociologa è una italo-australiana, nata e vissuta in Australia. È una migrante per motivi di lavoro accademico, per il suo impegno come ricercatrice.

Innovative, le sue indagini sociali condotte ante litteram rispetto ai dettami del main stream imposto dalla cronaca. Una vita dedicata alla ricerca, tra andate e ritorni tra Sidney e Parigi, Oxford e ancora Sidney, tra Bologna e Parma, dove oggi risiede. E dove è socialmente impegnata con le Donne in Nero, gruppo attivo in nome della pace e contro la guerra.

E dove è buddy (“amica” alla lettera: figura di supporto che facilita l’integrazione, ndr) di una persona proveniente da un altro Paese, per il Ciac, il Centro immigrazione per l’asilo e la cooperazione internazionale di Parma e provincia. In città è arrivata grazie all’amicizia e alla collaborazione con una studiosa conosciuta in Australia: Martina Giuffré, antropologa e docente presso l’Università degli Studi di Parma.

Vivo a Parma da sei mesi e partecipo attivamente alla vita della città. Vorrei dire che incontrare le Donne in Nero è stata una delle mie più grandi fortune. Ammiro molto la loro dedizione alla pace, all’uguaglianza. La loro testimonianza quotidiana e le loro manifestazioni pacifiche per rendere il mondo un posto migliore sono molto importanti.” Lo scrive in una mail, a registratore spento.

Dopo avere riavvolto a ritroso i pensieri e le parole del suo racconto di vita. La sua esperienza di migrante della cultura.

L’Australia ha rappresentato per la sociologa un osservatorio privilegiato per gli studi dedicati alle migrazioni, ai movimenti sociali, alle donne immigrate di seconda generazione. E ancora: al razzismo, alla teoria femminista, alla relazione tra le classi sociali.

L’Australia, al confine estremo dell’immaginario collettivo dell’Europa, ha accolto flussi di lavoratori migranti in un tempo cadenzato da eventi traumatici della storia mondiale: inchiostro a rischio effetto seppia. L’ultimo secolo del vecchio millennio ha registrato spostamenti di individui e gruppi familiari dall’Italia e dall’Europa.

Ellie Vasta ha vissuto come osservatrice partecipante e come membro di quel gruppo di persone portatrici di diversi patrimoni culturali. Un caleidoscopio di memorie intrecciate, di ricordi italiani, di aspettative e speranze.

Di fatica e impegno. Di tenacia di fronte alle difficoltà.

Nei primi anni Venti del secolo scorso è il padre a spostarsi per primo, dalla Sicilia alla volta del mondo nuovo, attraverso il mare più lontano, il cielo meno presente nell’immaginario comune. Ci si spostava per lavoro. Per lo più per fare lavori manuali in agricoltura, per raccogliere la canna da zucchero. Ci si muoveva individualmente. Una catena di migranti. Una persona, un lavoro. Poi un altro viaggio per ricongiungersi con qualcuno che dall’altra parte aspetta, che ha già affondato una radice.

Nel frattempo, il fascismo invade il tempo, la vita degli italiani e l’Italia nel lungo Ventennio. Il cielo nero sopra la Storia impedisce il rientro nel Paese d’origine del giovane uomo. 

L’Australia lo aveva preservato dalla dittatura. E ancora in terra libera d’Australia il caso gli riserva l’incontro con la futura moglie e madre dell’intervistata. Italiana anche lei, proveniente da Riposto, provincia di Catania.

La famiglia, la vita di bambina in un gruppo d’affetti aperto al mondo nuovo. La scuola, le prime osservazioni sul campo sulle dinamiche sociali e sulle relazioni tra i gruppi di immigrati.

Frequentavamo una associazione di italiani: si chiamava Marconi. Era un gruppo che si riuniva spesso con l’obiettivo di mantenere viva cultura di origine e socialità. Non c’erano differenze fra persone provenienti dal nord dell’Italia e quelle del Sud. Si ballava. Si cantava.” Un arcipelago di accenti e di tratti culturali con lo stesso comune denominatore: “Tutti italiani: calabresi, veneti, napoletani, persone provenienti da ogni Regione. Eravamo noi.

Anni Cinquanta e Sessanta: la migrazione è significativa ma trovare lavoro non è facile, soprattutto per le donne. “La prima barriera era la lingua. Parlare inglese era la condizione senza la quale non era possibile avere un rapporto di lavoro. Avere una competenza era importante. Le donne trovavano lavoro come sarte oppure come operaie. Altra difficoltà era rappresentata dall’alloggio. Trovare una casa era difficile”, dice la studiosa. In Australia come in Italia per le persone migranti. Ora e sempre. Difficile trovare un luogo per rimanere. Un tratto temporalmente trasversale della difficoltà di radicamento.

In un Paese aperto ai flussi migratori provenienti da oltre mare il razzismo ha condizionato la vita delle persone migranti? “Allora come oggi. Allora, negli anni Cinquanta e Sessanta, italiane ed italiani erano discriminati rispetto ai migranti provenienti dall’Europa del nord. Semplicemente perché non di aspetto etereo e biondi di capelli, come molti degli anglosassoni. Oggi la stessa discriminazione è riservata ai cinesi e ai vietnamiti. E alle persone provenienti da Paesi africani, come il Sudan. Oppure agli afghani e ai bengalesi. Il confine della disponibilità all’inclusione sociale si è spostato verso gruppi di altra provenienza territoriale.

Osservatrice partecipante come studentessa, allora. Osservatrice partecipante e studiosa del fenomeno per i decenni a seguire. Ellie Vasta è la prima donna a laurearsi della sua famiglia. Ed è la prima a fare una carriera accademica. Il tema del quale si occupa fiorisce nel ricco e fertile terreno di un fenomeno in evoluzione visto e vissuto da dentro.

La vita accademica è scandita da un frequente sconfinamento di terre e di mari. Che le permette di cambiare punti di vista. Di pensare con lingue e suoni diversi ai temi di studio. E di conquistare l’obiettività necessaria alla ricerca: sine ira et studio, direbbe Tacito.

Wollongong: l’Università presso la quale si laurea, nel New South Wales, in Australia; ricercatrice presso il Centro Migrazione, Politica e Società, a Oxford, nel Regno Unito; docente presso l’Università Macquarie, ancora Australia, e Italia, poi al nord dell’Europa fino in Svezia e nei Paesi Bassi: viaggi in andata e ritorno e loro rivisitazioni nell’astrazione della rielaborazione e scrittura dei libri e degli articoli per le riviste scientifiche.

Della permanenza in Italia, i ricordi seguono diverse tracce. “A Bologna per l’anno sabbatico, nel 1991. A fare da anfitrione un giovane Giuseppe Sciortino (oggi direttore del dipartimento di Sociologia e Ricerca sociale dell’Università di Trento, ndr). In occasione di un convegno presso l’Alma Mater, l’Università del capoluogo emiliano, ricordo la mia difficoltà nell’intervenire in lingua italiana. E ricordo anche la socialità leggera e accogliente dei colleghi bolognesi.” Abbozza un sorriso discreto e continua: “Un anno sabbatico interessante. Erano gli anni dei flussi migratori provenienti dall’Albania verso la costa italiana dell’Adriatico, i tempi del mare dei boat people, le navi appesantite dalle persone fino al limite dell’affondamento. Gli immigrati provenienti dall’Africa erano i vu cumprà, gli italiani li chiamavano anche così. Mi è capitato di prendere parte a un incontro molto partecipato sulle migrazioni. Con attenzione ho ascoltato gli interventi, tutti di spessore culturale notevole. Che cosa ne pensi, mi chiese un collega italiano. Penso che questo sia un contributo culturale molto importante. Ma dove sono le persone migranti? Questo, il mio commento. Era usuale per me avere un rapporto molto diretto con le persone, con i gruppi sociali di provenienze e appartenenze culturali diverse.” Un retaggio culturale radicato nella quotidianità della vita australiana, dall’associazione Marconi in poi, dove l’Italia era la stessa per tutti qualunque fossero accento e cadenza.

Dopo l’anno sabbatico italiano, altri voli verso altri Paesi e diversi impegni accademici. “Sono diventata cittadina europea grazie al lavoro nel Regno Unito, a Oxford. Poi la Brexit!”, un bagliore di umorismo britannico le increspa lo sguardo dietro le lenti.

Nonostante la Brexit, ancora Europa per Ellie Vasta: Parma.

Dell’Australia che cosa ritorna nei pensieri di Ellie Vasta? “La baia di Sidney. I miei gatti. La vita è più facile. Più agile, la burocrazia.”

E della Sicilia che cosa si affaccia nei pensieri? “Non potrei abitare in Sicilia. Ma sulle isole Eolie, sì. Quella è la mia casa spirituale.

Francesca Dallatana

In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it

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