Nel panorama della medicina contemporanea sta prendendo piede una rivoluzione silenziosa, alimentata da algoritmi, capitali della Silicon Valley e una buona dose di ansia esistenziale.
Si chiama “biohacking” ed è la pratica di manipolare la propria biologia attraverso la tecnologia, la dieta, i farmaci e lo stile di vita, per estendere l’aspettativa di vita ben oltre i limiti naturali.
Uomini d’affari che spendono milioni di dollari l’anno per infondersi il plasma dei figli ventenni, quarantenni che assumono quotidianamente decine di pillole sperimentali, digiuni estremi monitorati da sensori sottocutanei per il glucosio. Quella che un tempo era la ricerca della salute si sta trasformando, sotto i nostri occhi, in una febbrile ossessione per la longevità artificiale, ma qual’ è il confine tra una sana prevenzione e una nuova forma di patologia culturale?

Da medico, assisto a questo fenomeno con una miscela di curiosità scientifica e profonda preoccupazione deontologica.
Se fino a pochi anni fa, il compito principale della medicina preventiva era educare a una dieta equilibrata e al movimento, oggi ci troviamo di fronte alla “medicina dei sani“.
Persone clinicamente perfette che frequentano gli studi medici non per curare un sintomo, ma per ottimizzare una performance biologica.
Chiedono mappature genetiche predittive, dosaggi ormonali millimetrici, risonanze magnetiche total-body alla ricerca del minimo difetto da correggere. Il paradosso è evidente: nel tentativo esasperato di quantificare ogni singolo battito cardiaco o biomarcatore, si finisce per perdere di vista il benessere psicologico, che della salute è il pilastro invisibile.
Dal punto di vista giornalistico, questo trend racconta molto della nostra società contemporanea. Viviamo in un’epoca che non tollera l’invecchiamento, percepito non come una fase naturale della biologia, ma come una malattia da sconfiggere a colpi di tecnologia.
Il mercato globale della longevità muove miliardi, vendendo l’illusione che l’immortalità (o quasi) sia una merce acquistabile.
Si assiste così a una democratizzazione distorta della medicina: test diagnostici complessi vengono venduti online direttamente al consumatore, bypassando la mediazione critica del medico curante.
Il risultato è un esercito di “ipocondriaci digitali“, persone terrorizzate da un valore leggermente fuori norma su uno smartwatch, costantemente impegnate a performare per non invecchiare.
Clinicamente, le conseguenze di questa corsa all’oro biologico iniziano a manifestarsi nei nostri ambulatori. L’assunzione indiscriminata di integratori a dosi massicce (la cosiddetta politerapia dei sani) può sovraccaricare fegato e reni, generando tossicità iatrogene laddove si cercava il ringiovanimento cellulare, ma il danno più subdolo è quello psichico.
Gli psichiatri parlano già di ortoressia della longevità, l’ansia patologica di consumare solo cibi che allunghino i telomeri, o di ansia da monitoraggio, che trasforma la vita quotidiana in un costante esame di laboratorio.
Si smette di vivere per paura di morire.
C’è poi un enorme nodo etico e sociale da sciogliere: l’iniquità della longevità. Se l’estensione della vita, diventa un lusso per pochi eletti in grado di permettersi terapie geniche e trattamenti d’avanguardia, rischiamo di creare una frattura biologica senza precedenti nella storia umana.
Una società divisa non solo per censo, ma per aspettativa di vita e qualità genetica.
La vera sfida della medicina moderna non è aggiungere anni a una vita trascorsa nell’ansia della misurazione, ma aggiungere vita agli anni che ci è dato vivere.
La prevenzione, quella vera, non ha bisogno di microchip sottocutanei o di diete ancestrali estreme.
Si basa su evidenze solide: relazioni umane stabili, sonno regolare, moderazione a tavola e una moderata attività fisica.
Tutto il resto è marketing dell’immortalità.
È tempo di ritrovare il senso del limite, non come una sconfitta della scienza, ma come il perimetro sacro, dentro il quale, la vita acquista il suo reale valore.
La mortalità, in fondo, è ciò che rende ogni nostro istante, degno di essere vissuto, con urgenza e significato.
Prof. Fulvio Tomaselli
Angiologo Eticista Esperto di prevenzione della senescenza e di medicina rigenerativa.
Specialista in idrologia, climatologia, talassoterapia
Medico Responsabile, RSA Villa Tuscolana-Sereni Orizzonti, Roma
Vicepresidente di Labirinto 14 Luglio
Presidente onorario della società SIME
Foto copertina: immagine generata dall’AI

