Alcune note sulla storia della borghesia.
Se vuoi conoscere qualcosa, in primis in campo storico, ha spiegato Vico, ne devi ricostruire la genesi. Lo aveva capito, credo, studiando le Scritture.
Allo scopo di delineare un po’ la storia della borghesia occidentale, si può innanzitutto costruire, prendendo a prestito, con una certa libertà, la metodologia weberiana, un idealtipo generale, e si può dire (lo ha fatto, ad esempio, il prof. Geymonat nella sua voluminosa “Storia del pensiero filosofico e scientifico”), che essa non nasca né si sviluppi ex novo nel Basso Medioevo europeo e in particolare italiano. Essa era come un insieme di ceti sociali analoghi, più o meno ricchi, presente già nelle antiche poleis greche, sparse, secoli prima di Cristo, nel Mediterraneo, e segnalo in particolare quelle dell’Italia meridionale, tralasciando pure altri fenomeni analoghi, come ad esempio le città-stato dei Fenici.
La borghesia si sviluppa sempre, storicamente, in relazione ai traffici commerciali (e, verosimilmente, agli inizi, pure alla pirateria, come riportato da Pirenne, nella sua Storia d’Europa).
Tale classe va a collocarsi socialmente, in origine, tra le dominanti aristocrazie guerriere, cui contenderà e toglierà il dominio sociale, e i ceti subalterni, fatti, nell’antichità pagana, di cittadini liberi e schiavi, dediti ai lavori manuali (agricoltura, allevamento, pesca, artigianato, che si fa poi anche industria).
Già nel mondo greco si riscontrano quindi ceti borghesi, imprenditori grandi e piccoli, che si fanno vieppiù portatori di una mentalità materialista ed edonista, di una razionalità solo strumentale e a-morale (che la Scuola di Francoforte chiamerà poi Illuminismo), di cui è somma manifestazione, all’epoca, la Sofistica, criticata da Socrate, Platone e Aristotele, che pensavano e argomentavano invece in funzione della verità e di valori assoluti.
La borghesia antica, come quelle successive, si discosta conflittualmente e progressivamente dai valori religiosi e civili di cui era portatrice la vecchia classe dominante, l’aristocrazia guerriera. Beni e piaceri materiali, conseguibili mediante la ricchezza garantita dal commercio, dall’industria, dalle attività finanziarie, dalle professioni, diventano, da grandi amori, pure ipocritamente celati, i veri valori dei ceti borghesi, che scalzeranno, come ovunque poi nella Storia, il dominio sociale dell’élite aristocratica precedente.
Ogni lotta di classe fa dei morti, ovviamente, anche illustri, come ad esempio Socrate. In realtà essi sono molti di più, infinitamente di più, soprattutto se si contano le anime uccise, prima che i corpi, dal materialismo e dall’edonismo, che portano invariabilmente all’egoismo.
Borghesia imprenditoriale e aristocrazia erano in parte coincidenti nell’età imperiale romana, mentre era sparito nel tempo l’austero mos maiorum, e sono state poi travolte dal declino economico e di conseguenza militare che la loro stessa corruzione morale aveva generato. L’aristocrazia guerriera germanica, barbara, lentamente cristianizzata dalla Chiesa, in Occidente avrebbe riscritto l’ordine del discorso, mentre nell’Impero Romano d’Oriente se ne sarebbe occupata progressivamente, a suo modo, nei secoli, l’aristocrazia islamica, che completò la conquista il 29 maggio del 1453.
Le invasioni germaniche e arabe se hanno generato in Occidente l’Alto Medioevo, hanno ivi quindi segnato anche una sconfitta e una quasi scomparsa temporanea della borghesia.
La svolta simboleggiata dall’anno Mille, in effetti, partita già prima soprattutto dal Sud Italia, ex Magna Grecia, con la ripresa dei traffici commerciali e delle azioni militari antiarabe nel Mediterraneo, ad opera di Amalfi (con Napoli sua alleata e socia in affari), poi di altre città, consiste soprattutto nella risurrezione della borghesia.
In effetti al Sud Italia non si era mai smesso del tutto di essere greci, in generale per i processi di lunga durata, innanzitutto relativi alla mentalità (anche imprenditoriale) di cui parla la Scuola delle Annales. A Napoli si parlava greco, per particolare licenza anche nei documenti ufficiali, pure in età imperiale romana, e il resto del Sud Italia era rimasto in gran parte, dopo la Guerra greco-gotica e pur dopo le invasioni germaniche, possedimento bizantino, cioè greco, nel diritto, nella lingua, oltre che nella mentalità, pure nell’Alto Medioevo, con parziali eccezioni, come ad esempio la Sicilia, per due secoli sotto la dominazione islamica, fino alla definitiva conquista normanna di tutto il Meridione, completata nel 1130.
Il resto del Basso Medioevo è pure Storia nota, con lo sviluppo del capitalismo, e quindi della borghesia, nel Centro-Nord dell’Italia, a partire dalle grandi Repubbliche marinare, con la conseguente creazione di città-stato, chiamate Comuni, inizialmente alleandosi con le locali aristocrazie feudali, e costituendosi poi come nuova élite al potere. Lo sviluppo capitalistico italiano proseguirà, politicamente, al Centro Nord con l’avvento delle Signorìe e degli Stati regionali, mentre al Sud ci sarà sempre un generalmente florido Stato unitario (fino alla conquista piemontese del 1860, col cosiddetto Risorgimento, che è in realtà “da riscrivere”, come ha spiegato innanzitutto la storica Angela Pellicciari).
Il capitalismo e la borghesia si svilupparono nel Basso Medioevo, dopo che in Italia, pure in alcune zone dell’Europa (ad esempio le Fiandre e la Germania del Nord, con le città della Hansa), che in generale era rimasta invece al feudalesimo, come dimostrano le guerre feudali dei Cent’anni (1337-1453), tra Francia e Inghilterra, e delle Due Rose (1455-1485) in Inghilterra.
La novità storica della borghesia medievale, prima italiana e poi europea, è che essa, pur preceduta in certe prassi da minoranze ebraiche (grandi mercanti ebrei, a livello internazionale, ad esempio, erano ospiti a corte di Carlomagno), si sviluppa in e da un contesto culturale cristiano, con cui deve fare i conti. L’amore per il denaro si scontrerà anche con l’iniziale divieto ecclesiastico di praticare il prestito a interesse, che era, nell’Alto Medioevo, prerogativa, con il suddetto commercio internazionale nel Mediterraneo (mai scomparso del tutto, quindi), di facoltosi imprenditori ebrei, essendoci in Europa delle loro grosse comunità, soprattutto dopo le diaspore seguite alla Prima (66-73 d. C.), alla Seconda (116-117/118 d. C.) e alla Terza guerra giudaica (132-135 d. C.), duramente fatte dai Romani contro il recalcitrante popolo eletto. Durante la Prima guerra giudaica (nel 70 d. C.) avvenne la distruzione del tempio di Gerusalemme, di cui ora resta solo “il muro del pianto”, che Gesù aveva profetizzato qualche decennio prima (cfr. Mt 23,37-24,2).
I borghesi cristiani dovranno, dal Basso Medioevo, progressivamente scegliere e vivranno nella contraddizione, che arriva al presente, tra l’essere borghesi e l’essere cristiani: “Nessuno può servire due padroni – dice Gesù – non potete servire Dio e il denaro”. Lo stesso discorso vale per la lussuria e gli altri piaceri terreni, e perfino gli affetti familiari, dice Gesù nel Vangelo, non vanno anteposti all’amore per Dio: “Chi ama il padre o la madre più di me, non è degno di me. Chi ama il figlio o la figlia più di me, non è degno di me”.
L’insegnamento di Cristo si opponeva (e si oppone) ai dis-valori borghesi terrenistici, mondani: il denaro, la lussuria (sessualità extra matrimoniale, o, anche se coniugale, nelle modalità non procreative), il successo sociale per ambizione, il “divertimento” (inteso anche come l’insieme delle forme di alienazione sistematica dalla propria anima, come spiegherà B. Pascal nel ‘600).
La nuova borghesia, nata a partire dal Basso Medioevo, dovrà quindi affrontare la crisi, che sarà anche interna alle coscienze, tra valori cristiani e passioni umane, vieppiù praticabili con lo sviluppo e la diffusione della ricchezza nei ceti superiori.
Tale processo storico di lunga durata, tale crisi, che avrà come esito, risolvendo la dissonanza cognitiva (ma non il problema spirituale sottostante), la progressiva secolarizzazione, fino al laicismo ideologico e/o pratico contemporaneo, investirà quindi dapprima i ceti borghesi più benestanti e vieppiù colti, fino ad arrivare poi, nella seconda metà del XX secolo, alle masse occidentali ormai completamente imborghesite nella mentalità (cfr. Marcuse, Fromm, Mounier e tanti altri) e per lo più laiciste dell’Età contemporanea, definitivamente dopo il boom economico.
Le tappe intermedie dello sviluppo della mentalità laicista si possono leggere nei movimenti culturali europei promossi dalle élites sociali e intellettuali nel corso dei secoli.
Nel Basso Medioevo, ad esempio, il finanziere toscano Tadini, ricchissimo in vita, morendo lasciò tutto ai suoi dipendenti, sperando in un aldilà migliore; nel Quattrocento, il capostipite della Signorìa, Cosimo il Vecchio de’ Medici, banchiere, imprenditore e politico, dopo aver abdicato, visse gli ultimi anni in convento; questi uomini sono esemplari espressioni della persistenza in loro della fede cristiana, che richiedeva anche riparazione al male fatto, per prepararsi all’incontro definitivo con Dio.
Sia nel Basso Medioevo italiano che nella successiva cultura rinascimentale si coglie, infatti, il tentativo di conciliare l’inconciliabile, ovvero i valori mondani e quelli cristiani, mantenendo la coscienza del peccato e vivendo come colpa la contraddizione.
Successivamente, le élites capitaliste europee prenderanno un’altra strada, ovvero quella dello scontro e della demonizzazione del Cattolicesimo, rimasto, dopo la Riforma protestante, unico depositario della coscienza della gravità del peccato. Per Lutero e seguaci, infatti (ma contro le Scritture, che smentiscono tutte le loro tesi), la fede cancella tutto; la sua nota affermazione: “pecca fortemente e credi ancor più fortemente” è in realtà proprio la sintesi della razionalizzazione autogiustificatoria che si diffonderà nel mondo protestante (e non solo), che vuole salvare capra e cavoli, ovvero l’anima e i piaceri terreni. Ma le capre vanno all’inferno aveva detto Gesù. L’immagine di un protestantesimo austero in fondo è infondata, se non riguardo all’immagine pubblica, un continuo vernissage, dei soggetti borghesi, perché esso di per sé non lo è, come denuncerà nell’Ottocento Kierkegaard, rendendo tutto lecito, ed ha infatti gettato le basi di tanta ipocrisia borghese, tuttora praticata in tutto l’Occidente: vizi privati, pubbliche virtù. La vita borghese pone, come detto, il conflitto mondanità/spiritualità cristiana anche oggi, agli pseudo credenti cattolici attuali, che si giustificano, invece, di solito, o modificando a piacimento le dottrine di Cristo, oppure con una malintesa misericordia divina, costruita e usata secondo comodità, che perdonerebbe tutto e tutti, pur senza pentimento e correzione di rotta.
La storia del capitalismo europeo si è comunque, dal ‘500, vieppiù saldata al protestantesimo, ma non per i motivi addotti a suo tempo da Max Weber, pur grande sociologo. Innanzitutto, egli aveva erroneamente post datato lo sviluppo capitalistico, come hanno mostrato gli storici dell’economia: il capitalismo è nato nel Basso Medioevo, non con il calvinismo. Nell’Italia del Trecento abbiamo avuto già sia i fallimenti di grandi banche (Bardi, Peruzzi, ecc.), sia agitazioni e rivendicazioni politiche operaie (Tumulto dei Ciompi, Firenze 1378). Le tesi di Weber, nel suo famoso testo “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo” del 1904-1905, volevano associare, contro il materialismo storico di Marx, un elemento sovrastrutturale, la religione, ad una modificazione strutturale, lo sviluppo del capitalismo e quindi della borghesia, invertendo il rapporto di causa ed effetto struttura (economica)-sovrastruttura (culturale, politica, sociale, ecc.) sostenuto da Marx. Mi pare che Weber, con tutto il rispetto, avesse torto su tutta la linea: non solo il capitalismo era nato prima del calvinismo, ma è chi controlla il denaro e il potere, l’élite economica, che determina anche il clima culturale, l’ideologia dominante in un certo sistema sociale. Oggi questo è più evidente che mai, con la cosiddetta “industria culturale” (terminologia della Scuola di Francoforte), ovvero l’insieme di aziende capitalistiche, ovviamente con tanto di proprietari, che producono e diffondono le mode culturali: dalla pubblicazione di libri (quelli ideologicamente graditi sì, gli altri no), ai giornali, ai film, alle serie e ai programmi televisivi, alla circolazione in rete di video virali, ecc. I proprietari delle aziende decidono quindi la cultura, la mentalità e la psicologia delle masse, pure istruite (anzi di più, attraverso i libri).
Tornando alla mia ovviamente sbrigativa ricostruzione storica, si può dire piuttosto che man mano che il capitalismo è migrato verso il Nord Europa, dall’originaria base italiana, ha avuto ai suoi vertici un’élite protestante, in varie declinazioni, ed anche quella parte delle élites ebraiche occidentali che hanno, di fatto, progressivamente abbandonato la loro fede originaria. Tali élites si sono arricchite, dopo la Riforma, anche con l’acquisizione dei beni tolti alla Chiesa (la cosiddetta “secolarizzazione”, nella prima accezione del termine). Poi dall’Inghilterra si è praticata per secoli anche la pirateria, soprattutto a danno degli Spagnoli, che era legale e gestita da società autorizzate, di cui era socia la stessa Elisabetta I Tudor. Pirateria significa violenza, omicidi e furti. Altra fonte di profitto, per i capitalisti inglesi moderni, è stata la tratta degli schiavi, razziati o comprati in Africa e venduti in America (quando arrivavano vivi, si capisce, ma nel viaggio atroce si perdeva, nei casi migliori almeno il 10% del “carico”). Solo nel 1830 sarà vietata la schiavitù nel Regno Unito e nelle sue immense colonie.
Nell’Europa moderna, quindi, dall’unione e collaborazione di questi due tipi di élites, quelli post ebraiche e quelle protestanti, che hanno poi di fatto anch’esse abbandonato la loro fede, è nata la nuova élite europea, tuttora dominante, laicista e laicizzante.
La sua mentalità è diventata, infine, nei secoli XX e XXI, e non più solo in Occidente, ma nel mondo ufficialmente post coloniale ma globalizzato, cioè comunque largamente dominato dell’Occidente, via via mentalità di massa, utilizzando/riciclando anche gli schemi ideologici mistificanti e gli slogan elaborati nei secoli precedenti, soprattutto con l’Illuminismo. Materialismo, edonismo, narcisismo, egotismo sono dunque ormai, di fatto, dietro gli slogan, la filosofia di vita diffusa su scala planetaria e veicolata dai media e dalle case editrici.
Ma nella Storia, diceva V. Pareto, esiste sempre la “circolazione delle élites”, ovvero quelle precedenti vengono sostituite, con varie modalità, da altre nuove. Di conseguenza, continuava il grande sociologo, la Storia è anche “il cimitero delle élites “.
Attualmente, l’élite borghese occidentale incontra vieppiù l’antagonismo delle élites concorrenti, ovvero quella cinese comunista, quella russa, post comunista, nazionalista ed ortodossa, quelle islamiche refrattarie all’occidentalizzazione (come l’iraniana e altre), o che la praticano parzialmente, facendo pure accordi politico-commerciali, in modo tattico, in funzione di una più ampia strategia islamizzante di lungo periodo (come, probabilmente, quella araba, quella turca, quella pakistana e altre).
Il conflitto geopolitico generale, con il mondo diviso in due blocchi di alleanze, sta diventando così grave ed evidente, con i programmi di riarmo e le guerre locali già in atto, da preoccupare un pò pure le masse occidentali, ormai decise ed abitualmente impegnate a godersi la vita, per quanto possono, e/o a costruire il godimento per i figli, con la loro ascesa mondana, ben lontana dall’ascesi cristiana (richiesta invece da Gesù).
Il risultato di tale complessa situazione è che, dopo secoli di sviluppo e dominio, si sentono già le campane a morto per la borghesia occidentale ormai fattasi massa. Profeti inascoltati di sventura sono, oltre a diversi osservatori geopolitici, i tanti santi e veggenti, che pure la Chiesa cattolica, ultimo baluardo della spiritualità occidentale, ma anch’essa laicizzata, corrotta (si pensi agli scandali) ed infiltrata dai nemici, ha difficoltà a riconoscere.
Atlantide, come provava ad avvisare anche l’ispirato (magari non sempre) artista Franco Battiato, sta nuovamente per sparire (cfr. “Caffè de la Paix, 1993) e Cassandra avrà un’altra tragica riscossa.
Dio – però dice – salverà i suoi.
Marco Santoro – 2° classificato a concorso Professore/ricercatore di Pedagogia generale e sociale c/o Università dell’Aquila 2002
Già Cultore di Storia della Pedagogia e Pedagogia sociale c/o Università di Cassino
In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it
Foto copertina: immagine generata dall’AI

