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Proibito proibire: la amoralità della sinistra

scritta "proibito proibire" in francese

Proibito proibire: Se si vuole realmente rovesciare la sinistra e l’ideologia liquida, globalista ed antiumana che essa porta con sé, bisogna seguire alla lettera le parole profetiche di Antonio Gramsci(1891/1937), “padre” fondatore del Partito comunista italiano nel 1921 insieme a Palmiro Togliatti (1893/1964): occupare le “casematte dello Stato”, cioè quegli apparati della società civile (ad esempio le scuole, le Università, la stampa, i sindacati etc.) che sono in grado di elaborare una vera e propria “ideologia organica” (ricordiamo che Gramsci rilegge Marx attraverso Lenin) idonea a condizionare le masse. 

Che cosa ha fatto, infatti, la sinistra italiana dal dopoguerra ad oggi?

È riuscita a sostituire alla “verità dell’essere”, ossia ad un ordine naturale dato accessibile alla ragione umana, una “verità interiore” mutevole a seconda del soggetto. È riuscita, in altri termini, ad affermare il primato della sincerità con sé stessi piuttosto che il rapporto con il reale, con ciò che è. 

Ortega y Gasset (1883/1955), noto filosofo e sociologo spagnolo, ha chiarito, nella sua celebre opera del 1930 “La rebelìon de las masas”, in che cosa consista questa primazia: l’aspirazione a vivere senza sottoporsi ad alcuna morale. 

Pertanto, non esiste, per la sinistra, un dover essere teleologicamente inscritto nell’essere (Berti), ma solo la morale soggettivistica della situazione (qualora si ritenga la vita non più degna di essere vissuta, ecco la soluzione eutanasica). 

Una sorta di morale dell’innocenza dove è proibito proibire, dove tutto diviene in base al flusso del divenire storico che fa prevalere ora questa, ora quest’altra ideologia. 

Forse ha, ancora una volta, ragione Ortega Y Gasset quando afferma che è un’ingenuità rinfacciare all’uomo l’assenza di una moralità fondata sull’essere, poiché ne sarebbe in realtà lusingato. 

È ovvio che questa concezione si ripercuote sul ruolo del diritto, in particolare conferendogli una dimensione di “amoralità“. 

Kelsen (1881/1973), esponente di spicco della scuola normativistica e teorico del sistema giuridico geometrico/legale, ne “La dottrina pura del diritto” del 1934 sostiene il carattere “qualificante” della norma per cui essa attribuisce ad un comportamento un significato giuridico a prescindere dalla sua giustezza morale. 

Tuttavia, questa tesi coglie una visione parziale del fenomeno giuridico. Accontentarsi del mero fatto del diritto significa limitarsi al “quia”, al “come”, accettarlo acriticamente anche se questo si dovesse rivelare brutale, inumano, ed al contempo, rinunciare ad indagare la sua razionalità (Tommaso d’Aquino (1225/1274), sul punto, definisce la legge in generale come “ordinatio rationis”), il “propter quid”, la sua stessa giustificazione ed i suoi limiti. 

Solo operando in questa seconda direzione si potrà sostenere, con il “Dottore angelico”, che “leges iniustae magis sunt violentiae quam leges” (cfr. S. Th., I/II, q. 96, a. 4).

Prof. Daniele Trabucco – Costituzionalista

In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it

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