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Home Cultura e società Libri Recensione al saggio “Infocrazia”, di Byung-Chul Han, 2023, Einaudi editore

Recensione al saggio “Infocrazia”, di Byung-Chul Han, 2023, Einaudi editore

Viviamo, secondo il filosofo tedesco Byung-Chul Han, nel regime dell’informazione, in cui quest’ultima e la sua diffusione determinano, tramite algoritmi e intelligenza artificiale, i processi sociali, economici e politici.

Il regime dell’informazione si accompagna al capitalismo dell’informazione, che evolve in capitalismo della sorveglianza e declassa gli esseri umani a bestie da dati e consumo”.

La docilità non è l’ideale del regime dell’informazione.

Il soggetto sottomesso, in tale regime, non è né docile né ubbidiente: si crede libero e autentico.

Il regime disciplinare di foucaultiana memoria utilizza l’isolamento come strumento di dominio ma, nel regime dell’informazione, che si serve della comunicazione, la sorveglianza si manifesta attraverso i dati.

Il regime dell’informazione non segue e persegue la biopolitica, perché esso non è interessato al corpo, ma tende ad impadronirsi della psiche tramite la psicopolitica.

È la società della sorveglianza, dove le feste pompose della sovranità e le esibizioni del passato regime sovrano premoderno cedono il passo alla burocrazia della sorveglianza.

Ad essere visibili non sono i dominanti, ma coloro che sono dominati. Nel regime dell’informazione gli esseri umani non si sentono sorvegliati, ma liberi.

Ed è proprio il senso di libertà a garantire il dominio.

Per dirla con le parole di Byung, “il dominio si compie nel momento in cui libertà e sorveglianza coincidono”.

Nel suo saggio, il filosofo descrive il dominio del regime dell’informazione che si occulta con la quotidianità.

E fa degli esempi: esso si nasconde dietro ai social media, dietro la comodità dei motori di ricerca o l’utilità delle app intelligenti.

Così come la smart home trasforma la nostra abitazione in una prigione digitale, dove viene registrata con precisione la nostra vita quotidiana.

Al contrario delle tecniche del potere disciplinare, oggi esse utilizzano la libertà, invece che sottometterla: il potere è smart, non ordina ma sussurra; non comanda ma induce al controllo del comportamento con mezzi sottili.

Il dominio si presenta come libertà, comunicazione e comunità.

La libertà non significa agire, ma tende a coincidere con il cliccare, mettere like e postare.

I big data e l’intelligenza artificiale sono come una lente artificiale che svela all’agente l’inconscio nascosto dietro allo spazio d’azione cosciente: il filosofo lo chiama l’inconscio digitale.

Il regime dell’informazione fa suoi quei strati preriflessivi ed emotivi del comportamento che precedono le azioni coscienti.

La psicopolitica incentrata sui dati entra così nel nostro comportamento.

Per l’ottenimento del potere, è fondamentale il possesso delle informazioni.

Il dominio è certo tramite le informazioni, e non dalla propaganda massmediatica.

Schmitt dovrebbe riscrivere nuovamente il suo principio della sovranità: sovrano è colui che dispone delle informazioni in rete – secondo Byung.

La digitalizzazione in atto, inarrestabile, ci sta sottoponendo a un cambiamento radicale.

Siamo come storditi dall’ebbrezza della comunicazione e dell’informazione.

La democrazia degenera in infocrazia.

Se il medium decisivo agli albori della democrazia è il libro, successivamente l’avvento dei mass media elettronici annienta il discorso razionale realizzato dalla cultura libraria, producendo una mediocrazia.

Secondo Habermas, il dibattito di un pubblico di lettori cede di fronte allo “scambio di gusto e di preferenza” dei consumatori. Il mondo realizzato dai mass media è pubblico soltanto in apparenza.

La mediocrazia è, al contempo, teatrocrazia.

Anche la politica ne risente: i contenuti politici giocano sempre meno un ruolo, perdendo ogni sostanza.

La politica viene corrosa fino a diventare una politica telecratica dell’immagine.

Nella telecrazia, lo schermo di sorveglianza del Grande Fratello è sostituito dallo schermo del televisore.

Gli esseri umani non vengono sottomessi, ma intrattenuti e resi dipendenti. Nel romanzo distopico 1984, la gente è sotto controllo con le punizioni; nel mondo nuovo, con i piaceri.

Se Orwell temeva che saremmo stati distrutti da ciò che odiamo, lo scrittore e filosofo Huxley cambia il paradigma con “da ciò che amiamo”.

Oggi lo schermo televisivo è stato sostituito dal touchscreen.

Gli esseri umani non sono più spettatori passivi, che cedono al divertimento, ma sono tutti trasmettitori attivi.

L’ebbrezza della comunicazione maniacale, caratterizzata proprio da maniacalità e dipendenza, tiene gli esseri umani in uno stato di nuova minorità. Si è passati dall’infotainment all’infodemia, in cui le informazioni hanno un ristretto margine di attualità, poiché manca la stabilità temporale.

“Le pratiche cognitive temporalmente intensive, come il sapere, l’esperienza e la conoscenza, sono rimosse dall’obbligo all’accelerazione tipico delle informazioni”: così scrive il filosofo tedesco.

Oggi, la razionalità discorsiva è minacciata anche dalla comunicazione affettiva. In una comunicazione affettiva emergono non gli argomenti migliori, ma le informazioni dotate di maggiore potenziale di eccitazione.

Per questo le fake news ricevono più attenzione dei dati di fatto. 

I cittadini non vengono più coinvolti su temi importanti, ma vengono ridotti ad una massa manipolabile di votanti.

Chiunque oggi dispone di una connessione Internet può realizzare propri canali di informazione.

Infatti, la tecnologia digitale dell’informazione riduce praticamente a zero i costi di produzione dell’informazione: in poco tempo si può aprire un account Twitter o un canale Youtube.

Quindi, solo la connessione digitale produce il presupposto strutturale per le distorsioni infocratiche della democrazia.

E lo tsunami di informazioni supera la verità e non viene più raggiunto da questa.

Per cui il tentativo di combattere l’infodemia con la verità è condannato al fallimento: l’infodemia è resistente alla verità.

Alcuni autori, come il teorico dei media Pierre Levy, hanno descritto la democrazia digitale in tempo reale come una democrazia della presenza e lo smartphone un parlamento mobile, che si confronta perennemente.

Agli inizi della digitalizzazione, la democrazia in tempo reale era ipotizzata come la democrazia del futuro, ma si è rilevata una illusione, per tutta una serie di motivazioni.

Le informazioni della comunicazione digitale vengono diffuse senza passare dallo spazio pubblico: queste vengono prodotte in spazi privati e inviati a spazi privati. Inoltre la personalizzazione algoritmica della Rete distrugge lo spazio pubblico, in quanto i filtri di nuova generazione determinano le cose che piacciono e poi estrapolano le informazioni.

Pertanto, la personalizzazione della Rete danneggia la democrazia, poiché viene rappresentato un mondo sempre più ristretto e limitato, arrivando alla rovina dello spazio pubblico democratico.

Ciò rende gli individui sordi alla voce dell’altro e porta alla perdita dell’empatia.

Nel nostro tempo siamo tutti rivolti verso noi stessi: vi è la scomparsa dell’altro e l’incapacità di ascoltare.

La comunicazione diventa, oggi, sempre meno discorsiva, perché non prestiamo più ascolto reciproco.

La comunicazione digitale, in quanto comunicazione senza comunità, distrugge la politica dell’ascolto.

Ascoltiamo solamente noi stessi. E questa è la fine dell’agire comunicativo.

Matteo Pio Impagnatiello

In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it

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