Il dibattito sulla giustizia nel nostro Paese si trova oggi intrappolato in una fitta rete di definizioni linguistiche e spinte ideologiche.
Nel tentativo di rincorrere l’emergenza sociale attraverso la creazione di nuovi termini, la politica e l’opinione pubblica rischiano di smarrire il punto di riferimento cardine del diritto: la centralità assoluta della persona e l’universalità della tutela penale.
La progressiva tendenza a frammentare i reati, sulla base di categorie sociologiche, solleva un interrogativo di fondo: questa parcellizzazione serve davvero a proteggere i cittadini o rischia di indebolire l’uguaglianza formale e il valore stesso della vita umana?

Una corrente di pensiero radicata ed espressa da diversi giuristi manifesta forti riserve verso l’introduzione di neologismi normativi, a partire dal termine “femminicidio“.
Questa posizione non nasce affatto dalla negazione della violenza — che resta un atto intollerabile da condannare sempre e senza riserve — bensì dalla difesa dei pilastri del nostro ordinamento.
Il codice penale punisce l’omicidio proteggendo l’individuo in quanto tale, senza operare distinzioni basate sul genere o sullo status.
Introdurre formule derivate dal lessico politico o sociologico all’interno dei testi di legge, viene visto come un potenziale pericolo per il principio costituzionale, secondo cui la legge è uguale per tutti.
Se ogni esistenza possiede il medesimo valore intrinseco, la privazione della vita di un essere umano costituisce un delitto supremo, sia che la vittima sia un uomo, sia che sia una donna. Una categorizzazione eccessivamente rigida, inoltre, rischia di lasciare in un cono d’ombra altre realtà drammatiche, come le violenze fisiche e psicologiche subite dagli uomini tra le mura domestiche, spesso ignorate dal racconto mediatico principale.
Sul versante opposto, i sostenitori della specificità terminologica considerano l’adozione di formule mirate come un passaggio culturale obbligato.
Secondo questa lettura, l’uso di un termine specifico serve a identificare con precisione la radice di un crimine che affonda le sue motivazioni in dinamiche di possesso, controllo e sottomissione.
Solo dando un nome chiaro a un fenomeno, si argomenta, lo Stato può raccogliere dati accurati e strutturare strategie di prevenzione. È in questa logica che si inserisce il “Codice Rosso“, uno strumento nato per accelerare le procedure d’indagine e istituire una corsia preferenziale nei tribunali per proteggere in tempo chi denuncia maltrattamenti o abusi.
Al di là della disputa terminologica, esiste però una spaccatura molto più profonda che riguarda l’applicazione reale della giustizia nel quotidiano e il ruolo delle attenuanti.
Ammazzare una persona è un atto di una gravità assoluta che travalica qualsiasi contesto o giustificazione. Per il cittadino comune, il diritto appare troppo spesso come un labirinto farraginoso in cui la certezza della pena sembra svanire dietro i tecnicismi delle aule giudiziarie, alimentando un diffuso sentimento di sfiducia verso le istituzioni preposte alla sicurezza pubblica.
La richiesta che sale con forza dal Paese è quella di un rigore privo di sconti, che rimetta la vittima e il valore della sua esistenza al centro dell’azione giudiziaria.
L’applicazione sistematica di attenuanti, il ricorso a riti alternativi, che riducono drasticamente la detenzione o l’accesso facilitato ai benefici carcerari vengono spesso vissuti dalla collettività come un indebolimento del patto sociale.
Un omicidio volontario, consumato in qualsiasi circostanza e ai danni di chiunque, dovrebbe comportare il massimo della sanzione prevista, applicata con inflessibile fermezza.
La credibilità della giustizia non si recupera moltiplicando i vocaboli nei codici o inseguendo la retorica del momento, ma garantendo che la punizione sia rapida, equa e proporzionata all’immensità del danno arrecato.
Il confronto tra l’universalità neutrale del diritto e la necessità di tutele settoriali resterà probabilmente aperto, ma l’obiettivo primario deve rimanere uno solo: assicurare che ogni vita spezzata trovi nello Stato un difensore intransigente, capace di offrire una risposta giudiziaria ferma, tempestiva e uguale per tutti.
Francesca della Valle – Giornalista Conduttrice Autrice Scrittrice Attivista civile
Presidente di Labirinto 14 Luglio
Foto copertina: immagine generata dall’AI

