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Dal Covid al Golfo Persico la fragilità di un mondo troppo interdipendente

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C’è un’immagine che, forse più di tante analisi economiche, racconta la fragilità del nostro tempo. Una nave ferma di traverso nel Canale di Suez. Un blocco durato pochi giorni. E il mondo improvvisamente in affanno.

Fabbriche rallentate. Merci ferme. Costi esplosi. Ritardi ovunque.

Sembrava impossibile che una sola nave potesse mettere in crisi equilibri economici globali costruiti in decenni. Eppure, accadde. Era il 2021 e la Ever Given mostrò plasticamente ciò che fino a quel momento avevamo sottovalutato: il sistema economico mondiale era diventato estremamente efficiente, ma anche terribilmente fragile

Pochi mesi prima il mondo era stato travolto dal COVID-19.

Anche allora scoprimmo improvvisamente quanto fosse pericolosa la dipendenza globale, 

mascherine prodotte dall’altra parte del pianeta, microchip introvabili, container bloccati, materie prime irreperibili, filiere incapaci di reggere un’interruzione improvvisa.

Pensavamo di vivere nella globalizzazione dell’efficienza.

Ci siamo accorti di vivere nella globalizzazione della dipendenza.

Oggi la crisi nel Golfo Persico sta riportando esattamente lo stesso tema davanti ai nostri occhi.

Le tensioni nello Stretto di Hormuz, le difficoltà nelle rotte commerciali e l’instabilità geopolitica stanno già producendo effetti concreti sulle imprese europee: aumento dei costi energetici, rincaro dei trasporti, ritardi logistici, riduzione dei margini e crescita delle insolvenze aziendali.

Ed allora emerge una domanda inevitabile.

Siamo davvero sicuri che il modello costruito negli ultimi decenni sia sostenibile?

Per anni l’economia mondiale ha inseguito la massima ottimizzazione, produrre dove costa meno, approvvigionarsi dove conviene, delocalizzare, dipendere da filiere lunghe migliaia di chilometri.

Il risultato è stato un sistema velocissimo, apparentemente perfetto, ma incapace di sopportare gli shock.

È bastato un virus.

È bastata una nave incagliata.

Basta oggi una crisi geopolitica.

E tutto torna a tremare.

La verità è che abbiamo sacrificato la resilienza in nome dell’efficienza.

Abbiamo costruito economie fortemente interdipendenti, dimenticando però che l’interdipendenza senza equilibrio genera vulnerabilità. Perché quando un Paese si ferma, rallentano tutti gli altri. Quando una rotta commerciale si blocca, si fermano fabbriche dall’altra parte del mondo. Quando un conflitto regionale esplode, le sue conseguenze arrivano fino alle piccole imprese italiane.

Le PMI oggi stanno pagando anche questo prezzo.

Molte aziende arrivano già stremate da anni difficili: pandemia, inflazione, caro energia, aumento dei tassi, contrazione dei consumi. Ora si aggiunge l’incertezza geopolitica, che non colpisce soltanto la finanza internazionale, ma entra direttamente nella quotidianità delle imprese.

E forse è arrivato il momento di aprire una riflessione più profonda.

Globalizzazione non dovrebbe significare dipendenza assoluta.

Forse il futuro richiederà economie più vicine ai territori, filiere più corte, maggiore autonomia produttiva, una diversa capacità dei Paesi di garantire beni essenziali senza dipendere integralmente dall’esterno.

Non significa chiudersi al mondo.

Significa imparare a reggere il mondo quando il mondo entra in crisi.

Perché gli ultimi anni ci hanno insegnato una cosa molto chiara, 

la vera forza di un sistema non si misura quando tutto funziona, ma quando qualcosa improvvisamente si rompe.

Mario Vacca

In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it

Foto copertina: credits da frame video di Italpress

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