Diritto, economia ed imprese raccontati attraverso i casi che cambiano il nostro tempo.
Per molti aprire un conto corrente rappresenta un’operazione semplice e quasi automatica. Si entra in banca, si consegnano i documenti richiesti e, dopo poche formalità, si ottiene uno strumento indispensabile per operare.
Negli ultimi anni è diventato sempre più frequente assistere a situazioni nelle quali l’apertura di un conto corrente richiede settimane, talvolta mesi, oppure viene negata senza che il richiedente riesca a comprenderne pienamente le ragioni. Ancora più delicati sono i casi di chiusura unilaterale del rapporto, spesso comunicata con formule generiche che lasciano imprese e professionisti nell’incertezza.
È da questa realtà che nasce il Disegno di Legge n. 1595, oggi all’esame del Senato, destinato ad aprire un confronto destinato a incidere profondamente sul rapporto tra sistema bancario e sistema produttivo. La domanda, in fondo, è molto semplice.
Il conto corrente è ancora un normale contratto privato oppure è diventato uno strumento essenziale per esercitare il diritto di fare impresa?
Non dimentichiamo che dall’altro lato vi è un divieto di uso del contante sempre più stringente.
Il Ddl n. 1595, già approvato all’unanimità dalla Camera dei Deputati nel luglio 2025 e attualmente all’esame della Commissione Finanze del Senato, introduce nel codice civile il nuovo articolo 1857-bis. Il principio è chiaro.
La banca non potrebbe rifiutarsi di stipulare un contratto di conto corrente con chiunque ne faccia richiesta, salvo i casi previsti dalla normativa antiriciclaggio e di contrasto al finanziamento del terrorismo. Qualora decidesse di non aprire il rapporto, dovrebbe comunicarne il diniego entro dieci giorni, fornendo una motivazione scritta. Il provvedimento introduce inoltre un’importante tutela in materia di recesso pertanto in presenza di un saldo attivo la banca non potrebbe più chiudere unilateralmente il conto, salvo le medesime eccezioni previste dalla normativa antiriciclaggio.
L’aspetto probabilmente più innovativo riguarda l’estensione della tutela alle imprese.
Oggi, infatti, il cosiddetto conto di pagamento con caratteristiche di base, introdotto dal D.Lgs. n. 37/2017 e disciplinato dal D.M. MEF n. 70/2018, è riservato esclusivamente ai consumatori. Società, professionisti e ditte individuali restano esclusi mentre con il nuovo articolo 1857-bis il diritto al conto verrebbe esteso anche al mondo produttivo.
Nel corso dell’audizione davanti alla Commissione Finanze del Senato dell’8 luglio scorso, l’Associazione Bancaria Italiana ha espresso una netta contrarietà. Secondo l’ABI, imporre alle banche un obbligo generalizzato di contrarre significherebbe attribuire all’attività bancaria una funzione pubblicistica incompatibile con il principio sancito dall’articolo 10 del Testo Unico Bancario e con l’articolo 41 della Costituzione, che tutela la libertà di iniziativa economica privata.
Le banche ricordano inoltre che il settore è disciplinato da una normativa europea armonizzata e che un intervento esclusivamente nazionale potrebbe alterare gli equilibri regolamentari esistenti.
Infine, sostengono che i casi di rifiuto o chiusura del conto non rappresentino un fenomeno così esteso da giustificare un intervento legislativo tanto incisivo. Una posizione giuridicamente coerente, ma forse non sufficiente a rappresentare la realtà vissuta quotidianamente dalle imprese. Uno degli aspetti più delicati riguarda l’obbligo di motivare il rifiuto.
Il Disegno di Legge impone alla banca di spiegare per iscritto le ragioni del diniego, tuttavia l’articolo 39 del D.Lgs. 231/2007 vieta agli intermediari di comunicare al cliente l’eventuale esistenza di segnalazioni di operazioni sospette o approfondimenti in materia di antiriciclaggio, pertanto ne deriva un evidente cortocircuito normativo.
Una motivazione troppo dettagliata potrebbe integrare una violazione della normativa penale mentre una motivazione troppo generica rischierebbe invece di svuotare completamente la tutela che il legislatore intende introdurre.
Sarà probabilmente questo uno dei principali punti sui quali il Senato sarà chiamato ad intervenire. Al di là delle norme e delle contrapposte interpretazioni giuridiche, esiste però una domanda che il legislatore dovrebbe affrontare con grande onestà.
Qual è oggi il rapporto tra banca e impresa?
Chi opera quotidianamente accanto agli imprenditori ha la netta percezione che negli ultimi anni qualcosa sia profondamente cambiato.
Un tempo era l’impresa a chiedere un servizio alla banca, oggi, troppo spesso, si ha la sensazione che sia la banca a concedere un favore all’imprenditore.
È una percezione diffusa che merita di essere ascoltata. Basta osservare ciò che accade dopo la costituzione di una nuova società, l’atto notarile viene sottoscritto, ma l’operatività resta sospesa nell’attesa che venga aperto il conto corrente. Richieste documentali, verifiche, integrazioni e continui approfondimenti fanno sì che trascorrano settimane, e talvolta mesi, prima che l’impresa possa iniziare ad operare. Nel frattempo anche il notaio è spesso costretto ad attendere il saldo dell’atto.
L’imprenditore rinvia investimenti, i fornitori aspettano, le opportunità di mercato sfumano e tutto questo quando la società non ha ancora iniziato a lavorare. La situazione non migliora quando si parla di credito. Anche imprese economicamente solide, con bilanci regolari e crediti vantati verso clienti affidabili, incontrano sempre maggiori difficoltà nell’ottenere un semplice smobilizzo di fatture. Tre mesi di istruttoria stanno diventando una tempistica quasi ordinaria. Nel frattempo cambiano i gestori, cambiano i responsabili, ogni nuovo referente riparte dall’inizio, vengono richiesti documenti già trasmessi, le pratiche slittano, le risposte vengono rinviate, gli imprenditori attendono ascoltando giustificazioni che rasentano il ridicolo.
Naturalmente nessuno mette in discussione il principio della sana e prudente gestione del credito, le banche hanno il dovere di valutare il rischio ma prudenza non può diventare sinonimo di immobilismo perché mentre l’istruttoria continua, l’impresa vive nel tempo reale.
Gli stipendi devono essere pagati, le imposte hanno scadenze precise, i fornitori attendono, il mercato non aspetta i tempi della burocrazia bancaria.
Forse il vero tema non è stabilire se una banca debba essere obbligata ad aprire un conto corrente.
La vera domanda è un’altra.
Nel 2026 possiamo ancora considerare il conto corrente un semplice contratto privato?
Oggi attraverso il conto corrente transitano stipendi, imposte, contributi, fornitori, clienti, incassi, pagamenti, finanziamenti e l’intera operatività di un’impresa, è diventato la chiave di accesso alla vita economica.
Ed è proprio quando uno strumento assume questa funzione che il diritto è chiamato a trovare un equilibrio tra interessi diversi, da una parte la libertà d’impresa delle banche, dall’altra il diritto degli imprenditori ad accedere a strumenti senza i quali non è più possibile competere sul mercato.
Il confronto parlamentare non dovrebbe quindi limitarsi al solo “diritto al conto”. Forse è arrivato il momento di interrogarsi sul ruolo che il sistema bancario intende svolgere nello sviluppo economico del Paese.
Perché un Paese nel quale un imprenditore deve attendere mesi per aprire un conto corrente, altri mesi per ottenere un’anticipazione su crediti già maturati e, nel frattempo, vede cambiare continuamente interlocutori senza mai ottenere una risposta definitiva, rischia di scoraggiare proprio chi crea lavoro, investimenti e ricchezza.
Fare impresa significa assumersi rischi, innovare e creare valore. Non dovrebbe significare sopravvivere ad un percorso ad ostacoli.
Il sistema bancario rappresenta uno dei pilastri dell’economia nazionale e proprio per questo è chiamato a coniugare prudenza ed efficienza. La prudenza tutela il risparmio; l’efficienza sostiene lo sviluppo.
Quando una delle due prevale sull’altra, il rischio è che il credito smetta di essere il motore della crescita e diventi, suo malgrado, un freno.
E allora la domanda finale non è se il legislatore debba imporre alle banche di aprire un conto corrente. La vera domanda è se il rapporto tra banca e impresa possa ancora essere governato con regole pensate per un’economia che non esiste più, perché oggi il conto corrente non è semplicemente un contratto.
È la porta d’ingresso dell’economia. E quando l’accesso a quella porta diventa sempre più difficile, non è soltanto l’imprenditore a rimanere fuori. È il Paese intero che rischia di rallentare.
Mario Vacca
In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it
Foto copertina: immagine generata dall’AI

