La rassicurazione ufficiale, si sa, nel teatro della burocrazia somiglia sempre più al colpo di scena di un thriller psicologico.
Con il comunicato stampa del 27 maggio 2026, l’Agenzia delle Entrate è scesa in campo per spegnere i riflettori su uno scenario da cyber-sorveglianza quindi nessun Grande Fratello fiscale sta setacciando i profili Instagram dei contribuenti, nessun software esegue il data scraping selvaggio delle nostre foto al mare, e il fantomatico algoritmo battezzato dalle cronache come “Verifica rapporti addestrati” semplicemente non esiste. Tutto giornalismo d’anticipazione, tutto frutto di fervida immaginazione. Eppure, per il contribuente moderno — che ha imparato a decifrare i codici del linguaggio istituzionale — questa smentita così netta finisce per sprigionare il classico, denso profumo “dell’excusatio non petita…”. Perché la vera suspense, in questa storia, non nasce da ciò che viene smentito ma da ciò che la smentita lascia deliberatamente intatto, immobile nell’ombra.
Il Fisco ci informa, con la precisione chirurgica di chi pesa ogni singolo avverbio, che il nostro ordinamento “non prevede la possibilità di scaricare i dati presenti sui social network“. Benissimo. Nessuno raschia il web. Ma il punto nodale è un altro, l’Amministrazione non ha alcun bisogno di entrare dalla porta principale con gli scarponi da trekking del data scraping. Ha già le chiavi di un intero palazzo.
Qui il focus si sposta, e la trama si fa più fitta. Il vero timore del cittadino non è tanto la privacy violata in sé — ormai ampiamente barattata per un filtro fotografico o uno sconto online — ma chi utilizza quei dati e con quale reale finalità.
Mentre l’opinione pubblica si distrae discutendo su ciò che l’Intelligenza Artificiale “non fa”, l’articolo 2, comma 1, lettera a) del Decreto Legislativo n. 13/2024 assegna già all’Amministrazione il potere di utilizzare capillarmente le informazioni “pubblicamente disponibili”. Questi frammenti della nostra vita non vengono solo letti: vengono interconnessi, pesati, associati a stringenti criteri selettivi e indicatori di rischio statistico. L’obiettivo? Stimare la probabilità di un’evasione prima ancora che si verifichi.
E qui scatta il paradosso più antico del mondo, quell’asimmetria che trasforma il thriller in una farsa drammatica. Le grandi operazioni finanziarie, le mastodontiche balene dell’elusione internazionale che nuotano tranquille sotto la luce del sole, spesso si fa finta di non vederle. Troppo complesse, troppo protette. Molto meglio tarare i super-algoritmi per intercettare la formichina che cammina inconsapevolmente sul marciapiede, per poi schiacciarla e trasformarla nel perfetto capro espiatorio da dare in pasto ai telegiornali della sera. La statistica dei controlli è salva, il grande squalo pure.
Per capire come funziona questo ingranaggio, caliamo la teoria nella realtà spicciola. Immaginiamo una multinazionale dell’e-commerce o del lusso che, attraverso sofisticati schemi di transfer pricing o holding dislocate in paradisi fiscali societari, sposta centinaia di milioni di euro di utili fuori dai confini nazionali. Lì, l’occhio dell’algoritmo spesso si sfuoca, le strutture sono troppo intricate, le difese legali titaniche, i tempi di accertamento biblici. Poi, consideriamo una piccola attività locale, magari una ditta individuale o una microimpresa, gestita dalla nostra “formichina” inconsapevole. Il titolare commette l’ingenuità di pubblicare sulla pagina social dell’azienda la foto di un nuovo macchinario industriale o la partecipazione a una fiera prestigiosa, scrivendo un post entusiasta sulle “grandi prospettive di crescita e fatturato“. L’Agenzia delle Entrate smentisce lo scraping diretto sui social, ma quel dato — la partecipazione pubblica all’evento o l’investimento dichiarato — incrocia fatalmente le banche dati ufficiali. Il super-algoritmo predittivo rileva uno scostamento statistico, i codici ISA (gli indicatori di affidabilità fiscale) di quella microimpresa non sono perfettamente allineati con i parametri teorici del settore per chi fa investimenti o partecipa a eventi simili. Cosa succede a quel punto? Mentre la grande balena continua a nuotare indisturbata nell’oceano dell’elusione globale, la macchina si focalizza sulla preda più facile e vicina. La formichina si vede recapitare un accertamento standardizzato, basato su presunzioni matematiche e algoritmi blindati dal segreto di Stato. Diventa così il “capro espiatorio” perfetto, un’operazione di controllo rapida, a basso costo per lo Stato, matematicamente vincente sul piano statistico, utile a dimostrare che la “lotta all’evasione” avanza senza sosta. Peccato che, per pagare quella presunzione algoritmica, la formichina rischi il collasso, sacrificata sull’altare di una giustizia predittiva che preferisce la certezza di colpire il piccolo all’incertezza di inseguire i giganti.
A rendere l’atmosfera ancora più opprimente interviene un altro tassello documentale, l’informativa istituzionale del 19 maggio 2023.
In quel passaggio, l’Agenzia delle Entrate spiega candidamente che, per tutelare le proprie strategie ed evitare condotte elusive, non fornirà dettagli analitici sui singoli percorsi d’indagine, né svelerà l’architettura informatica o la logica profonda degli algoritmi utilizzati. Traduzione: sappiamo che vi controlliamo tramite formule predittive basate su dati “pubblici”, ma non vi diremo mai come funzionano queste formule. Il perimetro normativo rimane avvolto da quella vaghezza strategica che nei testi di legge somiglia sempre ad una stanza lasciata appositamente al buio.
La domanda sorge spontanea: dove stiamo arrivando?
All’inizio la sensazione era quella di trovarsi seduti nella sala cinematografica di Minority Report, con i “Precog” pronti ad arrestarti prima ancora che tu possa concepire l’idea di non battere uno scontrino. Se l’architettura dei sistemi informatici del Fisco rimane un segreto di Stato, il confine tra la verifica di un’infrazione e la presunzione algoritmica di colpevolezza diventa invisibile. Tuttavia, a guardare bene la parabola che stiamo tracciando, forse abbiamo sbagliato film. Se per non attivare gli indicatori di rischio del super-cervellone elettronico l’unica soluzione sarà smettere di pubblicare, smettere di transare, non possedere nulla di tracciabile e viaggiare sotto i radar, non ci stiamo incamminando verso un futuro ipertecnologico. Ci stiamo elegantemente avviando, a grandi passi, verso l’era della pietra post-apocalittica alla Mad Max. Un mondo dove il contribuente ideale, per essere finalmente al sicuro dal Grande Algoritmo, dovrà girare in sella a un cammello, barattare taniche di benzina e pagare rigorosamente in conchiglie. Almeno fino a quando l’Agenzia delle Entrate non deciderà di normare e tassare anche il valore di mercato delle conchiglie.
Mario Vacca
In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it
Foto copertina: immagine generata dall’AI







