Il dato sulle adesioni alla rottamazione quinquies non può essere letto come una semplice statistica tributaria. Non è solo una percentuale. È il sintomo di qualcosa di più profondo: la progressiva rottura del rapporto tra contribuente, sostenibilità economica e sistema fiscale.
Secondo le elaborazioni pubblicate negli ultimi giorni, le adesioni si sarebbero fermate tra il 13% e il 23% della platea potenziale.
Numeri molto inferiori alle aspettative iniziali e lontani dalle precedenti definizioni agevolate.
La misura, introdotta con la legge di bilancio 2026, consentiva di definire i carichi affidati all’Agente della riscossione dal 2000 al 2023 senza sanzioni, interessi e aggio, con possibilità di pagamento fino a 54 rate in nove anni.
Eppure, qualcosa non ha funzionato.
Diversi osservatori hanno evidenziato come la rottamazione quinquies sia stata percepita come più restrittiva rispetto alle precedenti versioni. Sono rimaste escluse numerose tipologie di debiti, in particolare molte posizioni derivanti da accertamento, mentre i criteri di accesso sono apparsi più selettivi.
Inoltre, il meccanismo della decadenza immediata in caso di mancato pagamento ha continuato a rappresentare un forte deterrente per contribuenti già finanziariamente fragili.
Ma ridurre il problema alla sola struttura tecnica della norma sarebbe un errore.
Se meno di un contribuente su quattro aderisce ad una misura che abbatte sanzioni e interessi, il tema non è più la convenienza fiscale. Il tema è che una parte significativa del tessuto economico non riesce più nemmeno ad immaginare di sostenere un piano di rientro, neppure agevolato.
Dietro le cartelle non vi sono soltanto posizioni patologiche o fenomeni evasivi strutturati. Vi sono migliaia di imprese e famiglie che hanno attraversato anni caratterizzati da pandemia, incremento del costo del denaro, crisi energetica, contrazione dei consumi e progressiva erosione della liquidità.
Il risultato è che molti contribuenti non rifiutano la definizione agevolata per scelta ideologica, ma perché non dispongono della capacità economica necessaria per aderirvi.
Ed è proprio questo il dato più preoccupante.
Negli anni il sistema fiscale italiano ha fatto ampio ricorso a strumenti straordinari di definizione: rottamazioni, saldo e stralcio, ravvedimenti speciali, pace fiscale.
Tuttavia, la continua successione di sanatorie ha prodotto anche un effetto collaterale: la perdita di credibilità della “definizione definitiva”.
Molti contribuenti percepiscono ormai questi strumenti come misure temporanee, destinate prima o poi ad essere sostituite da una nuova riapertura o da una nuova forma di agevolazione.
Questa aspettativa, sommata alla difficoltà economica reale, ha finito per depotenziare la stessa efficacia della misura.
La rottamazione quinquies avrebbe dovuto contribuire a ridurre il gigantesco magazzino della riscossione, che da anni rappresenta uno dei grandi nodi irrisolti della finanza pubblica italiana.
Ma il basso livello di adesione sembra dimostrare che il problema non può più essere affrontato esclusivamente con strumenti emergenziali o con definizioni agevolate ripetute nel tempo.
La questione oggi è diventata strutturale: distinguere tra evasione deliberata e incapacità economica reale.
Perché quando una misura fiscalmente vantaggiosa non riesce più ad attrarre neppure i contribuenti teoricamente interessati, significa che il problema non è soltanto normativo.
È economico.
Ed è sociale.
La vera domanda, quindi, non è se vi sarà una nuova rottamazione.
La vera domanda è se il sistema avrà il coraggio di affrontare seriamente il tema della sostenibilità del debito tributario e della sopravvivenza del tessuto produttivo italiano.
Mario Vacca
In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it

