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Il prezzo nascosto della sopravvivenza per Imprese e Famiglie

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PMI in sofferenza, famiglie sempre più sole e servizi pubblici sempre più lontani: il costo invisibile che sta cambiando il Paese.

Negli ultimi anni il sistema economico italiano sembra vivere una strana contraddizione, aumentano i costi, aumentano gli adempimenti, aumentano le difficoltà quotidiane di imprese e famiglie, ma diminuisce progressivamente la percezione concreta dei benefici restituiti dal sistema Paese.

L’ultimo segnale arriva dai mercati internazionali.

Le tensioni geopolitiche in Medio Oriente ed il rallentamento delle rotte commerciali nello Stretto di Hormuz stanno già producendo effetti sull’economia globale con l’incremento dei prezzi energetici, l’aumento dei costi delle materie prime e la crescita dei prezzi alla produzione. Secondo le analisi internazionali, il rincaro medio globale ha già raggiunto circa il 6% su base annua, con il concreto rischio che tali aumenti vengano progressivamente trasferiti sui prezzi finali al consumo.

Ma il vero problema, per l’Italia, è che questi shock si inseriscono in un tessuto economico già profondamente affaticato.

Le grandi imprese spesso riescono ad assorbire parte delle oscillazioni attraverso economie di scala, finanza strutturata e forza contrattuale. Le PMI invece — che costituiscono l’ossatura reale del sistema produttivo italiano — vivono ormai da anni in una condizione di pressione costante:

  • aumento del costo dell’energia;
  • incremento del costo del lavoro;
  • rialzo dei tassi bancari;
  • contrazione dei margini;
  • ritardi negli incassi;
  • crescita degli oneri fiscali e burocratici.

Ed oggi si aggiunge una nuova variabile internazionale che rischia di comprimere ulteriormente margini già ridotti al minimo.

Il problema, però, non è soltanto economico. È anche sociale.

Per anni si è raccontato che l’aumento della pressione fiscale e contributiva fosse funzionale a garantire servizi pubblici efficienti, tutela sociale, sanità universale, istruzione accessibile e protezione delle fasce più fragili. Ma la percezione diffusa, soprattutto nel ceto medio e medio-basso, è che questo equilibrio si sia progressivamente incrinato.

Molti cittadini oggi sostengono una pressione fiscale sostanzialmente simile — se non superiore — rispetto a dieci anni fa, ma ricevono servizi sempre più ridotti o difficilmente accessibili:

  • tempi della sanità pubblica incompatibili con molte esigenze reali;
  • crescente ricorso alla sanità privata;
  • difficoltà del sistema scolastico;
  • costi universitari indiretti sempre più elevati;
  • servizi territoriali ridimensionati;
  • infrastrutture spesso insufficienti.

Di fatto, accanto alla fiscalità ufficiale, si sta consolidando una sorta di “tassazione occulta”, il cittadino continua a pagare le imposte allo Stato ma, contemporaneamente, è costretto sempre più spesso a sostenere privatamente costi che un tempo erano assorbiti dal sistema pubblico.

E gli effetti di questa tassazione invisibile emergono con ancora maggiore evidenza quando si guarda alle famiglie.

Per anni ci si è interrogati sul calo delle nascite, chiedendosi perché sempre meno italiani decidano di avere figli. Ma forse la domanda andrebbe rovesciata: in quali condizioni economiche e sociali oggi una giovane coppia dovrebbe sentirsi realmente sostenuta nel costruire una famiglia?

Trovare posto in un asilo nido pubblico è diventato, in molte realtà, estremamente difficile. E troppo spesso chi ha contribuito per anni al sistema fiscale non percepisce alcuna reale priorità o tutela. Così il privato diventa l’unica alternativa possibile, con costi che incidono pesantemente sui bilanci familiari.

La situazione diventa ancora più complessa quando un bambino necessita di percorsi di supporto specialistico. Una visita neuropsichiatrica infantile, un trattamento logopedico, psicomotorio o un percorso di sostegno alla crescita per problematiche oggi sempre più diffuse richiedono tempi incompatibili con le necessità reali delle famiglie.

E così anche qui il cittadino è costretto a rivolgersi al privato. Ma ormai persino il sistema privato fatica a rispondere alla domanda crescente, liste d’attesa lunghe, professionisti saturi, costi elevati e famiglie lasciate spesso sole nella gestione quotidiana delle difficoltà.

È in questo contesto che molte persone iniziano a percepire non soltanto un peso economico, ma anche una crescente sensazione di abbandono.

Eppure, di tutto questo si parla ancora troppo poco. Quasi vi fosse una sorta di timore collettivo nell’affrontare apertamente certe criticità, come se evidenziarle significasse mettere in discussione principi che nessuno vuole realmente attaccare. Ma il rischio del “politicamente corretto”, quando impedisce di affrontare i problemi reali, è quello di trasformare il silenzio in immobilismo.

Chi vive quotidianamente queste difficoltà spesso sa, ma tace.

Tacciono le famiglie per stanchezza.

Tacciono molti operatori per senso di responsabilità o per timore di essere fraintesi.

Tacciono perfino alcuni professionisti che conoscono bene la reale situazione dei servizi territoriali.

E così i problemi restano sospesi, senza un vero miglioramento strutturale.

Perché negare o minimizzare le difficoltà non aiuta né il sistema sanitario né, soprattutto, i destinatari di quei servizi: bambini, famiglie fragili, persone che avrebbero bisogno di risposte rapide e continuative e che invece troppo spesso si trovano ad affrontare percorsi lunghi, complessi e profondamente disorientanti.

Una società matura non dovrebbe avere paura di raccontare le proprie fragilità.

Dovrebbe invece avere il coraggio di guardarle in faccia per poterle davvero migliorare.

Perché il problema non è più soltanto pagare le tasse. Il problema è continuare a pagarle dovendo poi sostenere privatamente, e sempre più frequentemente, servizi essenziali che un tempo il sistema pubblico riusciva almeno in parte a garantire.

Nel frattempo, le imprese continuano a sostenere un carico fiscale e contributivo tra i più elevati d’Europa, pur operando in un contesto dove energia, credito e instabilità internazionale stanno diventando sempre più difficili da governare.

La conseguenza è una lenta erosione della fiducia.

Le PMI fanno sempre più fatica a programmare.

Le famiglie fanno sempre più fatica a risparmiare.

Il ceto medio si sta progressivamente assottigliando.

E forse il vero rischio non è soltanto economico, ma culturale. Perché quando un sistema smette di restituire ai cittadini la percezione concreta di equilibrio tra ciò che viene richiesto e ciò che viene ricevuto, si incrina lentamente il patto sociale che tiene insieme economia, istituzioni e comunità.

Forse il vero problema non è soltanto l’aumento dei costi.

Non è soltanto il caro energia, la geopolitica o la crisi delle filiere.

Il vero problema è che lentamente si sta incrinando qualcosa di più delicato: la fiducia.

La fiducia di chi apre un’impresa e non sa se riuscirà a mantenerla.

La fiducia di una coppia che vorrebbe un figlio ma teme di non potergli garantire serenità.

La fiducia di chi paga tasse per una vita intera e poi scopre di dover pagare ancora, privatamente, persino ciò che dovrebbe essere essenziale: salute, assistenza, educazione, tempo.

Anche sul fronte dei sostegni alle imprese, alle famiglie ed alle persone fragili emerge una percezione sempre più diffusa,  l’aumento costante della burocrazia. Procedure più complesse, documentazioni continue, verifiche ripetute e tempi spesso incompatibili con le necessità reali finiscono per trasformare strumenti pensati per aiutare in percorsi estenuanti.

E talvolta nasce persino il dubbio che dietro certe rigidità amministrative vi sia non soltanto l’esigenza di controllo, ma anche la necessità implicita di rallentare o limitare l’accesso ai contributi, probabilmente in un contesto di risorse pubbliche sempre più limitate.

La conseguenza è che molte imprese e tante  famiglie — soprattutto quelle che da generazioni contribuiscono fiscalmente al sistema — finiscono col percepire un crescente senso di distanza tra il dovere di contribuire ed il diritto concreto di ricevere supporto nei momenti di reale necessità.

Ed allora la domanda forse non è soltanto economica.

Che Paese stiamo diventando?

Un Paese nel quale il cittadino contribuisce sempre di più ma si sente progressivamente più solo?

Un Paese nel quale le imprese resistono, ma senza più riuscire a programmare davvero il futuro?

Un Paese nel quale il ceto medio — che per decenni ha rappresentato la vera stabilità sociale italiana — si sta lentamente consumando nel silenzio generale?

Forse dovremmo iniziare a chiederci se il problema non sia più soltanto quanto costa vivere in Italia.

Ma quanto, lentamente, stia diventando difficile sentirsi davvero tutelati vivendo, lavorando e costruendo qui il proprio futuro.

Mario Vacca

In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it

Foto copertina: immagine generata dall’AI

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