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L’epidemia delle delocalizzazioni

da | Set 17, 2021 | Economia

In Italia come in tutto il mondo dove vige l’economia di mercato si delocalizza. Non succede da oggi, ma da anni e siccome si tratta di un fenomeno doloroso che impoverisce i territori e colpisce i lavoratori e le loro famiglie tende a imprimersi nella memoria e “occasionalmente” a occupare le pagine dei giornali.

Questo per dire che i nomi che assume oggi il fenomeno che sono poi quelli conosciuti di aziende come la Gkn di Campi Bisenzio (Firenze) o della Logista a Bologna, erano diversi in passato, ma indicavano realtà sostanzialmente simili. Certo: la pandemia ha aggravato una situazione di crisi che tuttavia era già latente prima e che colpisce soprattutto i settori a maggiore intensità di lavoro: ad esempio quelli dell’automotive (Gkn) e della logistica.

È indubbio, pertanto, che non ci volesse un genio per capire che la rimozione del blocco dei licenziamenti il 30 giugno scorso da parte del governo dei “migliori”, avallata dai sindacati confederali e auspicata da Confindustria, avrebbe aggravato la situazione. Ma tant’è… si è preferito credere alla favoletta che le imprese si sarebbero impegnate prima di licenziare all’impiego degli ammortizzatori sociali esistenti.

Laddove l’incidenza del costo del lavoro sul valore finale del prodotto ha una proporzione maggiore, queste aziende si giocano la “carta” della delocalizzazione, scaricandone i costi sociali sulle comunità locali e sullo Stato. Spesso si tratta di imprese multinazionali che hanno la possibilità di decidere di chiudere un sito produttivo per aprirne un altro in un altro paese o addirittura in un’altra regione, sfruttando la concorrenza spietata che Stati ed enti locali si fanno tra loro, offrendo alle compagnie defiscalizzazioni e agevolazioni di vario tipo.

Basti pensare che solo all’interno della stessa Unione europea esistono paesi come l’Irlanda e l’Olanda che concedono lesenzione dalle tasse sui dividendi. In Irlanda, inoltre, l’aliquota fiscale sulle imprese è fissata al 12,5% (l’Ires in Italia è al 24%).

La presenza delle multinazionali nell’economia italiana

Premesso che l’identità nazionale di un’impresa non è una garanzia sull’atteggiamento in materia di delocalizzazioni, si può comunque tracciare un identikit della presenza delle multinazionali nel nostro paese. L’Istatnell’ultimo rapporto disponibile con i dati del 2018, ci diceva, secondo Askanews, che le imprese multinazionali attive in Italia erano più di 15mila, in particolare nel settore dell’industria erano 4.401. Queste aziende avevano alle loro dipendenze oltre unmilione e quattrocentomila addetti e un fatturato di 594 miliardi di euro, il 18,6% di quello nazionale.

Pur essendo di meno, le multinazionali presenti nel settore industriale avevano una grande incidenza occupazionale nel settore farmaceutico (50,7%), petrolifero (41,4) e chimico 29,3). Inoltre, sia nei servizi, sia nell’industria godevano di una dimensione maggiore media di quelle a proprietà italiana (93,2 addetti contro 3,6) e soprattutto di una produttività maggiore del lavoro: oltre 86mila euro contro quasi 51mila delle italiane, probabilmente a causa appunto delle maggiori dimensioni e degli investimenti in “ricerca e sviluppo”, fattori nei quali le imprese italiane sono tradizionalmente carenti.

Insomma, siamo di fronte a un settore molto importante per l’economia italiana e che soprattutto dopo la pandemia da Coronavirus è molto sensibile ai richiami della maggiore redditività degli investimenti produttivi in altre zone del mondo.

La legge contro le delocalizzazioni in Francia e il Decreto Dignità in Italia

Dato che stiamo parlando di un fenomeno mondiale, i diversi governi hanno cercato di tutelare in qualche modo e con risultati spesso non brillantissimi gli assett delle rispettive economie nazionali.

In Francia, per esempio, è in vigore dal 2014 la legge “Florange” dal nome della località che ospitava un sito produttivo della ArcelorMittal, azienda siderurgica ben conosciuta anche da noi, che voleva dismetterlo.

La normativa francese impone alle imprese con più di mille occupati un tortuoso percorso che implica la necessità d’informare i sindacati sulla situazione e la ricerca di un acquirente che si impegni a mantenere la produzione, prima di poter avviare i licenziamenti. Solo in seguito al fallimento di questa ricerca l’azienda può dismettere senza incorrere nella restituzione con gli interessi di tutti i finanziamenti pubblici ottenuti nei cinque anni precedenti la chiusura, oltre una multa del 2% del fatturato.

Ma come ben raccontato nel film “In guerra” di Stephan Brizé, quale azienda avrà mai interesse a cedere un proprio stabilimento a un concorrente? Pertanto la ricerca si esaurisce invano e tuttalpiù offre ai sindacati e ai lavoratori più tempo per organizzarsi e cercare un’alternativa, rappresentando un costo in più per la multinazionale. In ogni caso, fattori non trascurabili in queste situazioni, ma non risolutivi.

In Italia, esiste già il Decreto Dignità del luglio 2018 emanato dal governo Conte I che introduce limiti alle aziende che hanno beneficiato degli aiuti di Stato a favore dei loro investimenti. In questo caso, tra le altre cose, l’aiuto viene meno se si delocalizza al di fuori dell’Ue entro cinque anni dalla fine del beneficio. L’azienda deve inoltre restituire in questo caso l’importo ricevuto aumentato da due a quattro volte.

Qui i limiti sono anche più evidenti che nel caso francese dato che di fatto si impediscono solo le delocalizzazioni esterne all’Unione, ma non quelle interne.

Anche per correre ai ripari dei danni provocati dalla rimozione del blocco dei licenziamenti il governo, nella persona del ministro del Lavoro Andrea Orlando (Pd) e della viceministra alloSviluppo Alessandra Todde(M5S), stanno lavorando da mesi a una normativa contro le delocalizzazioni ispirata al modello francese. La proposta governativa sarebbe più stringente di quella transalpina perché si applicherebbe alle aziende da 50-100 dipendenti in su, anche per venire incontro alle dimensioni medie più piccole delle imprese italiane.

Tuttavia, al momento siamo ancora nella fase del dibattito perché di nero su bianco non ce n’è. E questo non è un buon segno data l’urgenza di tante situazioni occupazionali sparse sul territorio nazionale e che si sono nel frattempo trasformate in vertenze. Un esempio viene ancora dalla Gkn i cui dipendenti hanno fissato anche una manifestazione nazionale a Firenze sabato 18 settembre.

Stefano Paterna

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