Anche quest’anno, come ogni estate, la Sardegna si trasforma in un campo di battaglia. Le fiamme divampano senza pietà, lambiscono campagne, distruggono boschi secolari, riducono in cenere la vita di, contadini, allevatori, pastori, comunità intere. La devastazione non ha nulla di naturale: non è il destino, non è la siccità, non è il caso. È una violenza deliberata. Premeditata. Uccide la terra e chi la abita. Eppure, resta impunita.
Dietro ogni incendio c’è una mano. Anonima, codarda, crudele. Quella dell’incendiario, una figura a metà tra il criminale e il fantasma, ma troppo spesso una pedina in un gioco molto più grande. Perché in Sardegna il fuoco non è mai solo fuoco: è strumento. Strumento di potere, di speculazione, di intimidazione. È il modo più diretto, più sporco e più silenzioso per cancellare una realtà e sostituirla con un’altra.
Le fiamme che ogni anno inghiottono l’isola sono il riflesso di una guerra invisibile: quella contro un territorio che resiste. Perché la Sardegna, nonostante tutto, è ancora una terra viva, selvaggia, indomita. Con una cultura profonda, con una natura che si difende, con un popolo che non si arrende. Ed è proprio questa vitalità a dare fastidio. Dove c’è comunità, dove c’è legame con la terra, non c’è spazio per “certi” interessi: forse potrebbero essere quelli di chi vuole trasformare i pascoli in resort, le colline in cantieri, i boschi e i terreni in profitto con pale eoliche e pannelli fotovoltaici?
Gli incendiari, in questa logica, sono solo l’ultima mano che firma un piano molto più ampio. Non sempre sanno per chi lavorano, spesso nemmeno se lo chiedono. Accendono la miccia e scompaiono. Ma il loro gesto ha un costo incalcolabile: ambientale, umano, sociale. Uccidono le api, i sugheri, i cervi, i falchi. Distruggono pascoli, case, vite. E bruciano, lentamente, la speranza.
Ma c’è un altro volto di questa tragedia che brucia nell’ombra: quello del business. Perché dietro ogni incendio, dietro ogni lingua di fuoco che divora la Sardegna, si muovono interessi miliardari. Il fuoco è diventato un mercato. E i canadair, simbolo eroico agli occhi dell’opinione pubblica sono, per qualcuno, una fonte inesauribile di guadagno.
Ogni ora di volo costa decine di migliaia di euro. Ogni incendio che si prolunga è una fattura che si allunga.

Così, mentre si racconta alla gente che “si sta facendo tutto il possibile”, la verità è che si continua a scegliere di spegnere dopo, piuttosto che impedire prima.
La prevenzione vera, quella fatta di sistemi di sorveglianza elettronici, droni termici, reti di sensori e torri intelligenti, tecnologie già diffuse in molte parti del mondo resta ignorata, dimenticata, sabotata anche politicamente, come è avvenuto proprio in Sardegna.
Perché non genera profitto immediato. Perché spegnere costa, e qualcuno ci guadagna. Ma prevenire si sa, non paga chi lucra sul disastro.
Così si lascia che l’isola arda, ogni estate. Si aspettano le prime colonne di fumo, si rincorrono i bollettini, si fa spettacolo del dolore. E si vola. Canadair come croci bianche nel cielo nero.
Ma intanto la Sardegna si svuota, si spegne, si consuma. Non è solo fuoco: è un sistema che si autoalimenta sulla pelle di una terra che chiede solo di essere lasciata vivere.
Ma perché? Perché si arriva a tanto? Perché un uomo dovrebbe distruggere la sua stessa possibilità di esistere?
È questa la domanda che resta sospesa, dolorosa, senza risposta. Perché non si tratta solo di delinquenza o di follia. C’è qualcosa di più cupo e sistemico. Una complicità diffusa, una cecità istituzionale, una connivenza silenziosa. La Sardegna arde perché conviene a chi guadagna dagli incendi. I danni li paga chi ci vive, i vantaggi li intasca chi da lontano disegna nuovi confini.
E mentre i notiziari scorrono distratti, rapidi, come se il fuoco fosse ormai routine, mentre si aggiornano cifre fredde di ettari, fiamme, danni, e i canadair tagliano il cielo come uccelli stanchi, resta soltanto un grido muto, soffocato sotto la cenere. È il grido della terra stuprata, spezzata, offesa. Una terra che non urla più, ma piange. E chiede giustizia, nel silenzio assordante dell’indifferenza.
Forse è tempo di cambiare narrazione. Non chiamateli più “eventi drammatici”. Chiamateli per quello che sono: atti di guerra. Contro un popolo. Contro una cultura. Contro la natura.
La Sardegna non brucia da sola. Viene bruciata.
E finché questo verrà considerato normale, nessun incendio sarà mai davvero spento.
Andrea Caldart







