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Big Tech: Relazioni governative amorose, ma di censura

da | Nov 3, 2022 | Inchieste

Sta facendo il giro del mondo l’inchiesta di: “The Intercept” a firma Ken Klippenstein e Lee Fang, facendo emergere come sia stata “manipolata”, anzi meglio dire censurata, l’informazione sulle principali piattaforme social, nella lotta alle “fake news”.

Questo è stato possibile grazie alla causa intentata dal procuratore dello Stato del Missuori, Eric Schmitt per violazione dei diritti costituzionali, contro l’amministrazione dell’ottuagenario presidente americano, Joe Biden.

In realtà queste “relazioni molto intime”, nascono anche dal fatto che, ci sono migliaia di documenti desecretati, ma la cosa che davvero attira l’attenzione è il fatto che, vi è una fuga di notizie dall’interno delle agenzie federali.

Da queste notizie, per utilizzare un linguaggio giuridico, emergerebbe contro ogni ragionevole dubbio che, politica e aziende del Big Tech, intrattenevano rapporti stretti per censurare le notizie che si ritenevano “pericolose” per le politiche governative.

Ad esempio, abbiamo Matt Masterson, ceo di Microsoft, che raccomandava che “le piattaforme devono mettersi a proprio agio col governo”.

È emerso anche il nome di Vijaya Gadde, l’avvocato americana nota a tutti per essere stata il “grande censore” di Twitter, orgogliosa di aver “ordinato”, neanche fosse un generale militare, il via alla soppressione della storia del laptop di Hunter Biden da Facebook, ed anche di aver messo al bando Donald Trump.

Zuckerberg dal canto suo, smentendo la Gadde, dichiarò invece che fu contattato dall’Fbi per sopprimere la storia del laptop di Hunter Biden, la quale agenzia, giustificò il tutto con un secco: “è disinformazione russa”.

Purtroppo, per il figlio di Joe, la storia era vera e purtroppo per la Signora Gadde, sempre secondo l’inchiesta di: “The Intercept”, fu l’agente dell’Fbi Laura Dehmlow a far sparire dalle piattaforme gli: “Hunter Files” e un velo di nebbia avvolge il perché.

La stessa agente, si è incontrata con Twitter e JPMorgan Chase, per chiedere o meglio sarebbe dire, sensibilizzare, di realizzare un’infrastruttura online, per “richiamare all’ordine”.

La liaison allora non è che non sia intima e a noi viene una domanda, perché mai un agente di un’agenzia di Stato s’incontra con una banca per parlare di “disinformazione” sulle piattaforme social?

La risposta non è dato saperla e, con ogni probabilità, non la sapremo mai, ma quello che deve preoccupare è che non solo siamo in uno stato di polizia di censura, ma anche di polizia di controllo.

È molto plausibile che l’ingresso prepotente nella nostra vita quotidiana delle piattaforme delle Big Tech, stia diventando una vera e propria minaccia, sia a livello personale, ma anche, possono diventare nemiche delle democrazie e delle libertà costituzionali individuali.

Quell’incantesimo che ci sembrava l’avvento di internet, oggi appare più un recinto di controllo che argina la verità in favore della propaganda, attraverso una narrativa dettata dalla connivenza tra “poteri privati e pubblici”, con l’esigenza di dividere il mondo in buoni e cattivi a piacimento loro.

Una deriva pericolosissima dell’informazione in tempo reale di questo progresso tecnologico che stabilisce preventivamente le regole di un ecosistema fatto di giostre di interessi privati e governativi che, aiutandosi a vicenda, agiscono manipolando e censurando la verità, raggirando il pubblico.

Andrea Caldart

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