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Guerra Ucraina, il documentario di Sara Reginella: “USA istigarono la folla contro il legittimo Governo”

da | Mar 17, 2023 | Inchieste, Interviste

La dottoressa Sara Reginella lavora come psicologa a indirizzo clinico, giuridico e come psicoterapeuta.

La sua è una vita incredibile; in questi anni si è spostata tra l’Italia e il Donbass, tra il suo studio di psicologia e i campi minati, tra l’interiorità umana e il fronte di guerra.

Reginella infatti si è recata diverse volte in Donbass ed è autrice di reportage di guerra, di cui il documentario Start Up a War. Psicologia di un conflitto (Premiere Film 2018) è un potente esito, e del libro Donbass. La guerra fantasma nel cuore d’Europa (Exòrma 2021), testo indispensabile se davvero si vogliono cogliere le cause del conflitto che si sta combattendo in Ucraina tra Russia e Usa. Sta anche per uscire l’ultimo documentario firmato da Reginella, girato tra agosto e settembre 2022 nei territori sotto il controllo russo.

Potremmo dire che il conflitto tra esseri umani è inevitabile, ciò su cui si può lavorare è invece la trasparenza delle informazioni, l’unico canale può aprire spiragli di pace.

Per questo l’abbiamo intervistata a proposito del suo documentario.

Dottoressa Reginella, come ha fatto a venire in possesso di questo materiale straordinario, così duro, e a girare sotto le bombe

Il documentario è diviso in tre parti. La prima riguarda il colpo di stato avvenuto tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014, golpe che in Occidente è stato descritto come una rivoluzione democratica.

Io non mi trovavo lì fisicamente, le riprese mi sono state fornite da un reporter che si chiama Sergey Rulev. Queste immagini ci mostrano come il disordine fu orchestrato dalle politiche occidentali.

Altre immagini erano state persino pubblicate dall’allora Ministero degli Interni ucraino che le aveva diffuse per denunciare pubblicamente il colpo di stato.

La seconda parte, che riguarda il massacro di Odessa (2 maggio 2014), riporta immagini amatoriali di gente del posto che filmava con i propri telefoni.

L’intervista ad Igor, uno dei superstiti di Odessa, mi è stata rilasciata personalmente a Donetsk.

La terza parte mostra riprese del maggio e agosto 2016 in Donbass, dove era già in atto il conflitto.

Le trincee si spostano, i carri armati avanzano, sia nel tempo che nello spazio, la guerra cambia forma e mutano i fronti. Che differenze rileva con la situazione attuale?

Nel 2016 si sparava soprattutto di notte, e nelle ore notturne c’era il coprifuoco.

Nel territorio dove mi trovavo io naturalmente il fuoco arrivava dalle forze ucraine.

All’Ucraina, non erano ancora state fornite le armi odierne dalla Nato e quelle che l’esercito ucraino aveva in dotazione, avevano potenza e gittata inferiore.

Colpivano perlopiù la periferia della città di Donetsk, bombardando già allora obiettivi civili.

Io alloggiavo in un ostello in centro, la notte sentivo i colpi a circa 7 km di distanza, ma non arrivavano dove mi trovavo.

Questa estate, invece, le armi oltre a continuare a colpire quartieri periferici come il Kievskiy o l’Oktyabrsky, raggiungevano anche il centro cittadino: durante il mio soggiorno fu bombardato il mio albergo, fu bombardata piazza Lenin, la gente a Donetsk vive con il terrore perché chiunque può perdere la vita da un momento all’altro.

Lo ripeto, la popolazione riferisce come i colpi delle armi della NATO raggiungano obiettivi civili dove non vi sono militari.

Ad agosto 2022, a Donetsk, era caldissimo e la situazione era catastrofica anche per l’assenza d’acqua, dovuta ai danni alla rete idrica, che persistono da molti mesi.

Diversa ancora era la situazione a Lugansk perché tra agosto e settembre 2022, il fronte risultava spostato in avanti di oltre settanta chilometri rispetto al 2016, per tanto la situazione era meno rischiosa di allora.

Nel suo documentario Start Up a War. Psicologia di una guerra è originale e di forte impatto la corrispondenza continua tra dinamiche interiori e politiche, meccanismi emozionali individuali e sociali, che esprimono a pieno la sua formazione psicologica e la sua missione di informazione.

Locandina Film: Start Up a War

L’idea di realizzare il documentario in questa forma nasce dalla mia lente di lettura del mondo, come psicoterapeuta vedo la realtà con questa chiave interpretativa.

Quello che ho cercato di fare è identificare un modello che poi fosse generalizzabile per aiutare le persone a comprendere i meccanismi che sono alla base delle guerre di un determinato tipo, guerre causate cioè da fenomeni di ingerenza esterna, come questa.

È una specifica categoria di guerra determinata da pressioni esterne.

La guerra in Ucraina è iniziata non un anno fa ma nove anni fa. Nella piazza principale di Kiev proprio durante il colpo di stato, ad agitare la folla contro il governo democraticamente eletto c’erano politici occidentali come il senatore McCain che aizzava letteralmente la folla.

Di fronte a questa istigazione e al golpe agito da una manovalanza neonazista, una parte dell’Ucraina si è ribellata: Donbass e Crimea.

In Donbass, furono occupati gli istituti pubblici, Kiev rispose con le armi ed ebbe inizio il conflitto tra milizie popolari del Donbass e l’esercito ucraino.

A quel punto c’è stato il referendum per l’annessione della Crimea e l’indipendenza delle Repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk. Ma torniamo agli aspetti interiori. La psicologia “di guerra” in un certo senso è diversa e peculiare da quella “di pace”, comune, per alcuni aspetti invece è la stessa della famiglia o delle orbite relazionali che tutti sperimentiamo.

Facciamo un esempio semplice, quello del conflitto genitoriale all’interno del quale un figlio venga coinvolto con uno dei due genitori che cerca di portarlo dalla propria parte, coalizzandolo a sé contro l’altra figura genitoriale.

Questo è non solo molto comune (avviene anche dove non ci siano separazioni di coppia), ma è molto dannoso perché crea una spaccatura sia nel sistema famigliare (mentre i genitori dovrebbero rimanere uniti nella funzione genitoriale al di là delle vicende di coppia) sia nella psiche del figlio stesso.

Una cosa simile è successa in Ucraina quando gli Usa e l’Occidente l’hanno fomentata contro la Russia.

Questo processo di interferenza e la spaccatura che ne è seguita è un processo che ha visto coinvolto il livello psicologico come quello geopolitico.

Occorre però anche precisare che l’Ucraina aveva l’autonomia decisionale di un adulto per scegliere cosa fare di sé.

L’Ucraina aveva il diritto di mantenere buoni rapporti con la Federazione russa come con l’Occidente.

Se non ci fosse stato il golpe e si fosse tentato di risolvere le cose in maniera civile non saremmo in questa drammatica situazione.

Attraverso strategie e sistemi di propaganda, le masse sono state manipolate, come spiega la psicologa ucraina nella prima parte del documentario.

Si è fatto leva su emozioni quali l’odio e la paura. Non diverse da quelle elicitate oggi attraverso i media per soggiogare la popolazione attraverso disprezzo e terrore per il mondo russo.

Un tempo, la maggioranza si vergognava di “praticare” l’islamofobia, molte persone covavano interiormente sentimenti razzisti, ma per pudore, spesso evitavano di esternali.

Oggi, al contrario, la russofobia viene sfoggiata come uno dei segni distintivi dalla classe intellettuale.

La russofobia la vediamo nelle lunghe e cerimoniose premesse che devono anticipare qualsiasi nota di discussione sulla guerra in atto; prima di parlare si deve dire e ripetere che si è contro “l’aggressore russo” e che la Russia è una terribile dittatura.

Però ci si dimentica di dire che la Russia è intervenuta dopo otto anni su richiesta delle Repubbliche Popolari, dopo aver invocato per settimane, tra la fine del 2021 e l’inizio del 2022, garanzie sulla fine dell’attività militare della NATO ai suoi confini e dopo aver promosso, negli anni precedenti, soluzioni diplomatica attraverso gli accordi di Minsk, che la stessa Merkel ha dichiarato come siano serviti a dare tempo all’Ucraina per rafforzarsi militarmente. 

E nonostante questo chiunque faccia domande sugli eventi in corso è guardato con sospetto.

Qualcosa di simile avvenne anche con la Serbia quando Milosevic non si sottomise alle volontà occidentali e i serbi furono mostrati all’Occidente come mostri sanguinari. Si potrebbero fare altri esempi, ma è sufficiente dire che tutto questo ha un fine chiaro, ed è fare la guerra, continuarla, alimentarla.

Ed è di questo che dovremmo avere paura. Di loro. Di quelle ingerenze che ci offuscano la vista e confondono la memoria. Non di russi oggi o serbi ieri.

Il documentario si conclude con la denuncia di come siano stati legittimati sotto l’espressione “lotta al terrorismo” dei crimini contro l’umanità. Una parola come “terrorismo” viene scomodata proprio perché paralizza la razionalità, in funzione giustificativa: se è per combattere il terrorismo tutto è permesso.

Oggi siamo arrivati a eroicizzare il termine “guerra” sotto lo scudo ideologico-etico di un’altra espressione paralizzante: la dialettica aggredito/aggressore.

Nel 2014 il governo ucraino di Turcynov aveva iniziato questa cosiddetta operazione anti-terrorismo in Donbass, il cui acronimo è ATO. Già nel 2014 quelle rare volte in cui si parlava di questo conflitto, se provavi a dire “Il governo ucraino colpisce obiettivi civili” quei pochi che erano a conoscenza del conflitto stesso, sovente rispondevano che in Donbass facevano tutto da soli, si bombardavano da soli.

La parola terrorismo poi è stata totalmente cancellata dalla memoria di questa guerra. Ma il governo ucraino ha bombardato il popolo del Donbass con l’aviazione, nell’estate 2014, in nome della lotta a un presunto terrorismo.

E questo era già oggetto di censura, c’era già la volontà di nascondere queste atrocità.

Una guerra che si voleva mantenere fantasma così da provocare l’ira di Mosca fino al 24 febbraio 2022.

In tutto questo, i media russi sono stati censurati per nutrire il conflitto ed impedire alle persone di comprendere la realtà a partire dal confronto dei fatti.

Ma voglio ricordare che l’Italia è piena di basi NATO e, alimentando l’escalation bellica, rischiamo un coinvolgimento sempre maggiore.

Terminata l’intervista ci domandiamo: che gli stessi meccanismi di ingerenza stiano lavorando in Georgia?

Giulia Bertotto

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