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La morte al lavoro

da | Ott 6, 2021 | Inchieste

Otto lavoratori morti sul lavoro negli ultimi giorni di settembre 2021, 772 secondo i dati diffusi dall’Inail da gennaio ad agosto dello stesso anno. Il rosario di vite tranciate da cadute da impalcature, schiacciamenti da parte di macchinari, soffocamenti da gas in ambienti contenuti, avanza imperterrito con effetti esclusivamente sul piano della comunicazione: si alzano i toni delle litanie ufficiali, si accentua il lato commiserativo, gli inviti ai “mea culpa” collettivi.

In realtà, per rimanere sullo stesso piano della comunicazione, si dovrebbe parlare di assassinati, dato che i decessi spesso avvengono per il mancato rispetto di norme di sicurezza e pertanto le morti sono in effetti procurate e non accidentali.

Sul piano pratico è invece difficile scorgere delle reazioni adeguate alle distruzioni inferte al corpo sociale da questo fenomeno. Addirittura l’Inail nel sopracitato rapporto su infortuni e malattie professionali nei primi otto mesi del 2021 ci dice che le morti sono in calo del 6,2% rispetto allo stesso periodo del 2020. Ma siamo comunque a un livello altissimo: si pensi che in tutto il 2019 l’Inail aveva accertato 628 incidenti mortali sul lavoro. E il confronto con il 2019 è forse il più corretto, dato che come riconosce lo stesso Istituto che si occupa degli infortuni sul lavoro il 2020 è stato fortemente influenzato dalla pandemia di Covid-19.

La constazione più ovvia è: qual’è lo stato dei controlli nei luoghi di lavoro in questo paese? Ovvero sono sufficienti le risorse umane ed economiche dell’Inl, l’Ispettorato nazionale del lavoro?

Nel maggio di quest’anno il ministro del Lavoro Andrea Orlando annunciava un concorso per 1.200 nuovi assunti all’Inl, ma non si trattava di una vera e propria novità dato che i nuovi ingressi erano contemplati nel piano assunzionale 2019-21 (previste 1.900 assunzioni).

Tuttavia, nello stesso periodo un sindacalista della Uil pubblica amministrazione come Sandro Colombi poteva affermare che duemila nuovi assunti a mala pena sarebbero serviti a pareggiare le uscite (pensionamenti) previsti nei prossimi anni.

Le morti dei lavoratori: l’Italia e l’Europa a confronto

Eppure ci sarebbero tutte le ragioni per sperare di vedere uno Stato meno dedito al pianto e più pronto nell’intervento di prevenzione degli infortuni e delle morti sul lavoro.

A colpo d’occhio la struttura dell’industria italiana è fortemente determinata dalla massiccia presenza di piccole e medie aziende che spesso lavorano come contoterziste per le grandi imprese (in molti casi straniere), si pensi ad esempio al settore automotive. Si tratta di realtà produttive che per diversi fattori sono portate a non avere la massima attenzione sul tema della sicurezza: si può pensare all’impatto che ha su di loro la concorrenza internazionale e la necessità di accorciare i tempi produttivi, soprattutto nella fase della ripresa post-pandemica. Cosi come il tema dei costi per la sicurezza (dispositivi di protezione individuale, messa a norma) e la necessaria formazione di datori di lavoro e personale.

D’altra parte i dati di confronto con i paesi dell’Ue sulle morti che avvengono sul posto di  lavoro nel 2018 ci ponevano già sopra la media europea di 1,8 per 100.000 lavoratori, a quota 2,3 come attestato da Eurostat. Lasciando stare la Gran Bretagna che è un paese abbastanza deindustrializzato dagli anni ’80 del secolo scorso, la Germania aveva un tasso di mortalità dello 0,8 e perfino la Spagna era al 2.

Peraltro, bisogna anche dire che in questi dati già molto gravi l’Inail non include i lavoratori in nero e ovviamente le morti che non vengono denunciate, tanto è vero che l’Osservatorio nazionale morti sul lavoro di Bologna, un organismo basato sul volontariato, al 5 ottobre 2021 ne conteggia quasi il 50% in più, arrivando a 1.144 morti sul lavoro.

Morti sul lavoro, cosa fare?

Le organizzazioni sindacali del settore edile di Cgil, Cisl e Uil denunciano che nel loro comparto nei primi giorni di ottobre 2021 si registra un morto ogni 48 ore. I sindacati degli edili hanno convocato una manifestazione nazionale per il prossimo 13 ottobre a Roma: chiedono un decreto legge per l’immediata sospensione dell’attività delle imprese che non rispettano le norme di sicurezza, l’assunzione immediata di nuovi ispettori del lavoro, una campagna straordinaria di formazione e informazione e la creazione di una banca dati unica sugli infortuni sul lavoro, oltre che la creazione di una cosiddetta “patente a punti” per le imprese che impedisca l’accesso a gare d’appalto a chi ha troppi infortuni.

Ma di proposte ce ne sarebbero anche altre: ad esempio rivedere l’obbligo fiduciario che grava sul lavoratore e che ostacola di fatto l’azione di denuncia di eventuali irregolarità nella sicurezza da parte del dipendente; il controllo accurato da parte dello Stato sulle catene del subappalto dove tende ad allentarsi la concentrazione sulla sicurezza dei lavoratori.

Il problema non è costituito dalle proposte sul da farsi, ma dalla volontà politica del governo: c’è l’intenzione di dedicarsi davvero alla protezione di chi lavora o la preoccupazione va esclusivamente ai profitti derivanti dalla ripresa economica che non si vuole in alcun modo limitare?

Stefano Paterna

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