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Michelangelo Severgnini: “Migranti messi in mare dal regime libico, è tratta schiavista e l’Europa lo sa”

da | Nov 17, 2022 | Inchieste

Michelangelo Severgnini è regista e documentarista, esperto della questione libica in stretto contatto con rifugiati e migranti africani, è anche autore del libro L’urlo schiavi in cambio di petrolio (L.A.D. 2022) e del docufilm L’urlo, ci racconterà una “storia che non si può raccontare”.

Severgnini ha spiegato più volte qual è il contesto da cui origina il fenomeno migratorio africano. 

Nel 2011 è stato deposto e ucciso Gheddafi, e da quel momento il paese è piombato nel caos; successivamente si è letteralmente spaccato tra potere politico e regime militare. 

In questo contesto impera il traffico illegale di petrolio nel sud della Libia, zona sotto il controllo dell’Esercito nazionale Libico. 

Il petrolio delle legittime autorità viene di fatto trasferito sotto il controllo delle autorità illegittime protette dalle milizie in Tripolitania. 

Le milizie saccheggiano petrolio alle casse dello stato e quindi ai cittadini libici e usano queste stesse risorse per ottenere armi. 

La migrazione è solo l’ultimo anello di questa catena criminale. 

I cosiddetti “migranti economici” sono solitamente giovani africani raggirati dalle milizie libiche in combutta con mafie africane, per essere trasformati in schiavi in Tripolitania. 

Queste organizzazioni criminali gli promettono il benessere in Europa, in realtà è una trappola per ridurli in schiavitù. 

Questi ragazzi abboccano ad un’esca lanciata nel mare per catturare schiavi e sfruttarli in Libia. 

Dunque, il fenomeno migratorio si configura come traffico di migranti africani delle milizie libiche sostenute dai governi europei. 

I migranti africani fruttano denaro alle milizie libiche illegittime in due modi: manodopera che procura denaro ormai da anni ed estorsioni alle famiglie disperate di questi giovani. E si tratterebbe di cifre ingenti. 

Quando ragazzi e ragazze scoprono di essere caduti in questa trappola è troppo tardi e sono già seviziati, stuprati e usati per lavori pesanti nelle prigioni libiche. E spesso non sanno neppure dove si trovano. 

I crimini schiavisti di cui lei parla ci sembrano incredibili perché camuffati dal linguaggio progressista-arcobaleno. Questo sistema dovrebbe essere riscritto con un vocabolario diverso: invece di “migrazione” si dovrebbe parlare di progetto neocoloniale, si dovrebbe sostituire “migranti” con schiavi e invece di “Ong” o “imbarcazioni di soccorso” si dovrebbe parlare di navi della deportazione; così al posto di “operazione di salvataggio” di tratta schiavista. Insomma, un nuovo paradigma.

La domanda ricorrente quando le persone cominciano a capire la questione libica è: ma come è possibile non aver visto e capito cosa stava accadendo in Libia per dieci anni? 

La risposta che mi sono dato è che la causa sta innanzitutto nella propaganda della Fratellanza Musulmana in Europa.

È un aspetto che anche io ho sottovalutato, perché avendo vissuto sei anni ad Istanbul avevo già gli anticorpi per non venire infettato da questa retorica.

Tuttavia, in Italia la situazione è diversa e qui la propaganda ha attecchito senza difese. 

Ci faccia un esempio.

La settimana scorsa un emissario della Corte Penale Internazionale dell’Aia è stato in visita a Tripoli e in siti dove si presume siano stati commessi crimini di guerra, (soprattutto durante la campagna militare del 2019) e ha incontrato Haftar.

È uscito un articolo sul The Libya Observer (sito legato alla Fratellanza Musulmana) nel quale si accusa l’emissario di gettare discredito su tutta la Corte nel momento in cui il rappresentante è andato a stringere la mano ad un criminale internazionale come Haftar. 

Questa però è la versione dei fatti della Fratellanza Musulmana; la cosa grave è che questa versione in Italia è stata ripresa come un fatto oggettivo da Agenzia Nova, Ansa, insomma dalle agenzie più lette. 

Dunque, noi leggiamo sulle principali testate italiane la propaganda della Fratellanza Musulmana. 

Assorbiamo quotidianamente la propaganda della F. M. che in questo momento sta sostenendo a Tripoli un governo che non ha la legittimità del voto né del Parlamento, e che sta in piedi solo grazie alla difesa militare del territorio su Tripoli e dintorni. 

Inoltre, noi coltiviamo da anni queste forze criminali. I veri fuorilegge in Libia sono la F.M., come lo è la Turchia che ha un’illegittima e massiccia presenza militare in Tripolitania. 

Tuttavia, essi vendono all’opinione pubblica dell’Unione Europea tutta un’altra versione dei fatti secondo la quale il loro governo di fatto sarebbe legittimo. 

La stessa corte internazionale dei diritti umani -d’altro canto- ha dimostrato negli anni di non essere un organo super partes

In questo momento Haftar -che piaccia o meno alla FM o alla Turchia- è la presenza militare che più è legittimata a detenere il potere in Libia in quanto è a capo dell’esercito nazionale libico istituito con il voto del Parlamento del 2015 (Parlamento votato nel 2014 dalla popolazione libica nelle ultime elezioni che si sono tenute dopo Gheddafi). 

Sfido a capirci qualcosa di questa intricatissima faccenda se la filiera delle notizie arriva dalla propaganda della FM. 

Quando Ong e associazioni (con tutto l’appoggio della pseudo-sinistra) si mobilitano contro gli accordi con la Libia ecco che si produce la bomba atomica della manipolazione mediatica: ancor prima di entrare nel merito degli accordi, il nodo è nelle parole usate. 

Non si dovrebbe parlare di “accordi con la Libia” (come se si trattasse del legittimo governo), ma di accordi con una giunta militare coloniale che controlla Tripoli e dintorni. 

Se la stampa e i media dicessero agli europei che stanno sostenendo una banda criminale priva di legittimità politica che sta in piedi solo grazie a un controllo militare e di bande armate terroriste, l’opinione pubblica si farebbe tutta un’altra idea della situazione. 

L’opposizione ideologica porti aperti/porti chiusi nasconde la complessità della questione e così sia la retorica della solidarietà sia la retorica del “non possiamo accogliere tutti”, giovano entrambe alla Fratellanza Musulmana. 

L’agibilità della pluralità dei mezzi di informazione deve essere l’antidoto al tifo ideologico che serve a occultare quello che il suo libro definisce “Un patto scellerato tra governi europei e milizie – benedetto da NATO e ONU – in vigore dal 2011. Migliaia di esseri umani, rapiti, torturati e ridotti in schiavitù in Libia. Migliaia di barili di greggio derubati e contrabbandati in Europa. È questo l’accordo. È questa la storia che non si può raccontare”. 

È proprio così. Per questi 44 mila rifugiati -io sono in contatto con molti di loro- si è trattato di raggiro e non di “fuga dalla guerra”. 

Solitamente da quello che raccontano accade questo: nel loro paese un connazionale, in genere un coetaneo per risultare più convincente, legato alla mafia libica gli dice: “vai verso l’Europa con un gommone, in pochi mesi sarai lì e andrà alla grande”. 

Invece si ritrova in un lager libico. I modi di finanziarsi attraverso ignari ragazzi africani della F.M sono quindi due: manodopera schiavizzata oppure richiesta di riscatti alle famiglie. 

4 mila euro per ciascuno di loro, una fonte di reddito permanente per le milizie.

Quando dopo 3 o 4 anni bloccati in Libia capiscono di essere stati ingannati e che l’Europa non era neanche una destinazione, ma “un’esca” (termine che usano molti di loro) vogliono tornare a casa. 

Ma a quel punto è troppo tardi: rappresentano forza lavoro gratuita per le milizie e non se li lasceranno scappare. 

Se si svuotasse la Tripolitania di africani sottoposti a questo sfruttamento si fermerebbe l’intera economia della stessa. 

Non li fanno partire quindi, se non quei circa 40mila verso l’Europa ogni anno.

Alcuni mesi fa ho partecipato alla raccolta di 4mila euro per il riscatto di un ragazzo sudanese sotto tortura. 

Sono stato contattato dalla famiglia che aveva ricevuto la foto del figlio crocifisso. 

Questo denaro non lo abbiamo mandati ai libici, lo abbiamo dato alla famiglia a Khartum, dove essa li ha a sua volta consegnati in contanti alla locale mafia sudanese. 

Quest’ultima ha comunicato in Libia di procedere al rilascio del ragazzo. 

Il ragazzo è stato buttato in mezzo alla strada in Tripolitania. Questo dimostra la connivenza e l’interesse delle mafie locali africane nella tratta schiavista libica. 

Alle mafie subsahariane conviene quindi che quanti più ragazzi partano per la Libia pensando di andare nella bella Europa, quella bella Europa che sa tutto questo e non ce lo racconta. 

Molte famiglie ormai sanno di questi raggiri perché le voci circolano, ma ancora troppi purtroppo ci cascano.

Lei parla anche di un secondo tipo di manipolazione mediatica della migrazione, il presunto dilemma “o Europa o morte”, che riguarda una minima parte dei migranti e che viene invece restituito all’opinione pubblica come principale motivazione delle partenze.  

Tutte le ricerche sui migranti provenienti dalla Libia negli ultimi anni sono state fatte sulla base di testimonianze di ragazzi intervistati sul suolo italiano o vaghi report di Medici Senza Frontiere. 

Quando queste associazioni entrano nei centri di detenzione non hanno la possibilità di parlare liberamente coi ragazzi; quindi, il quadro che ne emerge è parziale. 

E non sono neppure in contatto con coloro che si trovano al di fuori dei centri di detenzione ma che di certo non per questo se la passano bene. 

Per questo noi abbiamo l’idea che questi ragazzi scappino da guerra e miserie e che quindi siano preda del tragico dilemma “O Europa o morte”, ma non è così.

Chi arriva in Italia è consapevole di essere una minoranza fortunata e privilegiata, da questo emerge quello che ci sembra essere il trionfo di chi ha scampato il bivio “O Europa o morte”. 

Questa narrazione a lieto fine è stata estesa a tutto il fenomeno migratorio ma i dati dicono che solo 1 su 18 ha raggiunto l’Italia. 

E soprattutto queste persone sono arrivate dietro raggiro non perché mosse dal dramma “O Europa o morte”. 

Quante persone sono prigioniere attualmente in Libia?

I dati parlano di settecento mila persone, quasi tutte in Tripolitania. 

C’è una lista di 44mila persone in Libia, rifugiati teoricamente coperti dalla protezione internazionale perché a Tripoli c’è un ufficio UNHCR che ha la missione di valutare e concedere questa protezione a una serie di nazionalità, ad esempio, a chi proviene dallo Yemen o dalla Siria. 

Però l’UNHCR non è in grado di garantire l’incolumità di queste persone.

Innanzitutto, perché pur avendo ritirato il tesserino con il numero che li identifica come rifugiati, spesso rientrano nella spirale schiavista, e poi perché non è neppure in grado di evacuarle via aereo; di queste 44mila, infatti, solo mille sono arrivati via aereo da Tripoli verso l’Europa. Di cui quasi tutti in Italia.

In pochi mesi dall’Ucraina, soltanto in Italia, sono stati ospitati più duecentomila rifugiati, in Libia avevamo anni a disposizione per ricollocare 44mila persone, per altro con una distribuzione già a monte (tot persone a Berlino, tot a Parigi, Roma ecc) senza aspettare che queste persone rischiassero la vita per poi redistribuirle. 

La politica della Ridistribuzione prevede che i migranti salvati vengano ridistribuiti tra i paesi europei. 

Se però partono in aereo da Tripoli, la ridistribuzione la puoi fare a mote, cioè già a Tripoli, non c’è bisogno che li fai volare a Roma e poi li ridistribuisci dal territorio italiano, ma li fai già partire divisi da Tripoli e un tot volano verso Madrid, un tot verso Berlino, parigi, ecc…)

Dalla Libia si stima che solo quest’anno siano arrivate 40mila persone via mare e c’è sempre un rapporto tra i numeri che resta costante: su cento che si imbarcano dalla Libia il 5% perde la vita e il restante 95% cento viene per metà raccolto dalle Ong e per metà dalla guardia costiera libica. 

È verosimile che altri 40mila siano stati intercettati e ricondotti in Libia.

Dai dati emerge che con la F.M. si sono moltiplicate le migrazioni dopo la caduta di Gheddafi. Perché i cosiddetti migranti, cioè ragazzini adescati con l’inganno, sono la base economica della F.M. e di tutta la Tripolitania. 

Che cosa si può fare?

Dobbiamo chiederci chi e perché ci ha raccontato il fenomeno migratorio in maniera completamente mistificata. 

La soluzione è lo smantellamento delle milizie che gestiscono la tratta di esseri umani adescando ragazzini in combutta con le mafie africane; il problema più grande è che siccome esse rappresentano un potere militare e sono sostenute dalla Turchia e dall’Occidente, nemmeno le elezioni saranno una soluzione.

Perché o vincerà una maggioranza politica che combacia con questo governo militare (cosa improbabile perché i libici sono tutti contro le milizie) oppure queste elezioni semplicemente non si terranno mai. 

L’Italia deve cambiare completamente la sua politica estera in Libia, quelle non sono le legittime autorità libiche e dobbiamo raccontare questa storia, che soprattutto la Turchia non vuole venga fuori. 

Mentre noi parliamo 700mila persone sono bloccate in Libia, si tratta di un serbatoio umano di risorse miliziane, e anche se non entrasse più nessuno e considerando i 40mila che ogni anno escono di lì, in questo modo ci vorrebbero 15 anni per sottrarre questa forza umana sotto tortura alle milizie.

Meglio dunque lasciare che le legittime autorità libiche riprendano il controllo del paese, smantellino le milizie e le reti della tratta di esseri umani.

È la cosa più logica da fare. E anche la più umana.

Giulia Bertotto

LINK E FONTI: 

https://www.libyaobserver.ly/news/libyan-agencies-demand-apology-icc-prosecutor-after-meeting-haftar
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