Nella terza e ultima parte del nostro approfondimento, l’analisi si sposta dal piano sanitario a quello, ben più inquietante, delle procedure investigative e degli assetti di potere che ne emergono. Dopo aver ricostruito il contesto e gli effetti dell’inchiesta, il dossier entra nel cuore tecnico delle anomalie: cronologie che non tornano, flussi informatici opachi, atti che sembrerebbero privi di fondamento autorizzativo e una gestione selettiva delle prove che solleva interrogativi radicali sul rispetto delle garanzie costituzionali.
Ciò che affiora non è soltanto una possibile distorsione operativa, ma un impianto che sembra orientato più alla conferma di un’ipotesi precostituita che alla ricerca della verità processuale.

Dalle cosiddette “indagini predittive” alle “intercettazioni fantasma”, fino al rifiuto sistematico di elementi potenzialmente favorevoli agli indagati, il quadro delineato mette in discussione principi cardine del diritto penale moderno, come il contraddittorio, la parità delle armi e l’obbligo di imparzialità dell’azione investigativa.
È su questo terreno, tecnico e procedurale, che si gioca la parte forse più delicata dell’intera vicenda: non più solo una questione sanitaria o disciplinare, ma un banco di prova per la tenuta dello Stato di diritto.
Nel vostro dossier dedicate un’ampia sezione alle anomalie cronologiche e informatiche delle indagini, parlando addirittura di “indagini predittive” e di “intercettazioni fantasma”. Quali sono i lati oscuri di questa inchiesta dal punto di vista procedurale?
L’architettura repressiva che abbiamo smontato non si è fermata all’etica medica, ma ha inquinato pesantemente il Codice di Procedura Penale. Analizzando le tempistiche e i flussi digitali nei fascicoli della Procura, abbiamo scoperto che l’indagine non serviva ad accertare la verità, ma a confermare un teorema preconfezionato. Ci troviamo di fronte a quattro anomalie forensi inaudite:
1. L’Indagine “Predittiva” (Il paradosso del Fascicolo nel futuro). Il documento ufficiale della Procura indica come data del presunto reato contestato al nostro medico il 1° settembre 2021. Tuttavia, applicando la matematica al registro informatico (SICP), la numerazione del fascicolo (il n. 5777) si colloca inequivocabilmente tra maggio e giugno del 2021. La domanda è: come può uno Stato aprire un fascicolo d’indagine a giugno per un fatto che avverrà solo tre mesi dopo, a settembre? L’ordine logico e costituzionale della giustizia è stato capovolto: prima si è aperto il fascicolo per inquadrare il bersaglio, e poi si è atteso che accadesse qualcosa per riempirlo, in un vero e proprio sistema in stile Minority Report.
2. Il “Fascicolo Civetta” e i dati da un ente inesistente. Per rastrellare i dati e alimentare questo teorema, la Procura ha usato il trucco del “Fascicolo Civetta”. Hanno mantenuto silenti i fascicoli contro IGNOTI (Modello 44) ritardando dolosamente l’iscrizione dei nomi nel registro degli indagati. Questa è una palese violazione dell’Art. 335 del Codice di Procedura Penale, usata apposta come escamotage per compiere ispezioni a sorpresa negli studi medici e negare agli indagati il diritto costituzionale di farsi assistere da un avvocato difensore durante i blitz. Inoltre, in aula e sotto giuramento, l’ufficiale operante dei NAS ha dichiarato che i dati sensibili usati per far scattare i sequestri di novembre 2021 erano stati forniti dalla società regionale “Scarl Umbria Zero” (oggi PuntoZero). Peccato che i documenti camerali smentiscano clamorosamente questa versione: la società PuntoZero Scarl è nata legalmente solo il 1° gennaio 2022. La Polizia Giudiziaria ha ammesso di aver ricevuto ed usato dati esfiltrati da un ente che, all’epoca dei fatti, giuridicamente non esisteva.
3. Le “Fonie Fantasma” e l’Enigma del RIT 90/2022. La smania di sorveglianza totale ha prodotto un cortocircuito illegale sulle intercettazioni. Dai verbali di conferimento nell’Archivio Digitale (ADI) è emersa una mole massiva di dati: ben 23,4 Gigabyte di intercettazioni audio, riferibili al RIT 90/2022. Eppure, per questo RIT manca clamorosamente il “Visto” autorizzativo del Giudice per le Indagini Preliminari (GIP). Senza l’autorizzazione del Giudice, la Procura non aveva alcun potere legale di operare, il che determina l’inutilizzabilità assoluta di quelle intercettazioni, come sancito dall’Art. 271 del Codice di Procedura Penale. A coronare lo scandalo, come emerso dall’incarico alla perita del tribunale, questo enorme archivio audio non è mai stato trascritto e reso disponibile al dibattimento. Si tratta di vere e proprie “Prove Ombra”: hanno intercettato e poi fatto sparire 23 Giga di dati che avrebbero potuto contenere conversazioni cruciali per dimostrare l’innocenza degli indagati.
4. Il Rifiuto della Verità (Le 17 cartelle cliniche ignorate) La dimostrazione finale che l’indagine non cercava la “sostanza clinica”, ma solo l’incriminazione, è avvenuta durante i sequestri. I NAS hanno prelevato “chirurgicamente” 11 cartelle cliniche per formulare l’accusa contro la professionista. Ma quando il medico, in nome della trasparenza, ha preparato e messo a disposizione altre 17 cartelle che documentavano la correttezza assoluta del suo operato, i NAS non si sono mai più ripresentati per ritirarle, tradendo la promessa messa a verbale. In un’indagine onesta, l’investigatore pretende di visionare tutta la documentazione, ottemperando all’obbligo imposto dall’Art. 358 del Codice di Procedura Penale, che obbliga il Pubblico Ministero e la Polizia Giudiziaria a cercare anche le prove a favore dell’indagato. Se le forze dell’ordine si rifiutano di ritirare dei referti medici, è solo perché temono che quei documenti smontino definitivamente la loro ipotesi di reato.
Professoressa Persichetti, alla luce di questo quadro forense agghiacciante, che va ben oltre la questione pandemica, qual è a vostro avviso il vero obiettivo finale di questo “Sistema”? E qual è l’appello finale dell’Associazione Trilly a cittadini e medici?
L’obiettivo finale non è mai stato curare un virus, ma ingegnerizzare l’obbedienza. La pandemia è stata semplicemente lo “stress test” per collaudare una nuova infrastruttura di potere. Quello che hanno subito i nostri medici associati è l’applicazione spietata di ciò̀ che le multinazionali della consulenza finanziaria chiamano la logica “Flatten, Fight, Future”.
L’emergenza sanitaria è stata la fase dello shock (“Flatten”), necessaria per sospendere i diritti costituzionali e imporre la catena di comando logistico-militare. Ma il vero traguardo è il “Future”, ovvero la Nuova Normalità̀. E in questo futuro, il medico come intellettuale libero, capace di ascoltare il singolo paziente, non è più̀ tollerato.
Tutta l’inchiesta umbra e le persecuzioni contro i medici indipendenti servono a questo: a distruggere la medicina clinica per sostituirla con l’algoritmo. Lo dimostrano in modo inoppugnabile le perizie medico-legali giurate e formalmente depositate da autorevoli Consulenti Tecnici di Parte (CTP) nei fascicoli processuali dei nostri iscritti. Questi specialisti indipendenti hanno certificato, con atti aventi pieno valore di prova legale, che le esenzioni rilasciate dai nostri medici associati erano clinicamente ineccepibili. Erano motivate da patologie gravi e fondate sul sacro principio di precauzione del “primum non nocere”. I periti non hanno trovato diagnosi fasulle, hanno trovato medici che facevano semplicemente i medici.
Eppure, la Procura ha deciso di ignorare la scienza per incriminarli lo stesso. Perché́? Perché́ hanno creato un vero e proprio “reato di mera disobbedienza”. Nessun paziente ha subito danni dalle esenzioni rilasciate dai nostri medici, anzi, le loro vite sono state tutelate. In questa inchiesta manca la vittima: la Procura non stava difendendo la salute pubblica, stava difendendo a tutti i costi il prestigio dell’algoritmo e della burocrazia di Stato. Il loro unico crimine è stato rifiutare di indossare la “casacca” procedurale imposta dall’alto.
Ci troviamo di fronte a un bivio epocale. Da una parte c’è il Giuramento di Ippocrate, che impone al medico di curare con scrupolo, tutelando la riservatezza e rispettando l’autonomia della persona. Dall’altra c’è la “Caserma Digitale”, che pretende di trasformare il medico in un mero “data-entry” e il paziente in un “Gemello Digitale” (Digital Twin) da spremere per incassare i fondi del PNRR. Non si possono servire due padroni.
Come Presidente dell’Associazione Trilly, il mio appello è una chiamata alla resistenza civile e professionale. L’infrastruttura di sorveglianza che ha spiato i computer dei nostri medici, incrociato i nostri dati sanitari e mandato i NAS negli studi non è stata smantellata: è solo in stand-by. Loro hanno la forza della logistica militare, i server delle multinazionali e il ricatto finanziario. Ma noi abbiamo la forza della prova documentale, la verità̀ scientifica e la fedeltà̀ ai pazienti.
Se accettiamo che la logistica sostituisca la clinica e che l’algoritmo si sostituisca all’anamnesi, non abbiamo perso solo la salute, abbiamo perso la democrazia. I medici dell’Associazione Trilly non hanno ceduto, e noi come Associazione non li lasceremo soli. Porteremo queste prove in ogni grado di giudizio, fino alla Corte di Cassazione, alla Corte costituzionale e, trattandosi di macroscopiche violazioni del GDPR e dei diritti umani, dinanzi alle Corti Europee.
La storia di questa espropriazione del corpo umano è appena iniziata. E il prossimo capitolo lo scriveremo tutti noi: o con la nostra obbedienza silenziosa, o con la nostra consapevole resistenza.
Professoressa, nel vostro dossier emerge anche un lato oscuro sulla gestione puramente logistica e legale del farmaco stesso. Avete documentato ordini militari su lotti in scadenza e anomalie sui contratti d’acquisto. Come veniva gestito realmente il farmaco sul territorio e perché́ questo limitava il ruolo dei medici?
Abbiamo scoperto che il farmaco, dal momento del suo acquisto fino alla somministrazione, non ha mai seguito le regole della Sanità Pubblica, ma quelle di una vera e propria operazione militare ed economica, volta a scaricare ogni rischio sui cittadini e sui medici. Tutto questo si regge su tre prove documentali inconfutabili:
1. I Contratti APA e il Crollo della Garanzia di Sicurezza. I farmaci non sono stati acquistati con le normali procedure, ma tramite i contratti APA (Advance Purchase Agreements) della Commissione Europea. Analizzando le versioni pubbliche di questi contratti, le clausole sulla responsabilità̀ per i danni da effetti avversi (Indemnification) sono coperte da omissis neri. Il motivo lo ha svelato la Relazione Speciale 19/2022 della Corte dei conti Europea: gli Stati membri hanno accettato di accollarsi il rischio finanziario e civile per i risarcimenti, scudando integralmente le aziende farmaceutiche. Il medico si è trovato a dover garantire con la propria faccia e la propria firma un prodotto per il quale il produttore stesso aveva preteso e ottenuto l’immunità̀ legale.
2. La Trappola della “Fascia C(nn)” e la Ricetta Scomparsa. In Italia, il farmaco è stato mantenuto deliberatamente in “Fascia C(nn)” (classe dei farmaci non negoziati), eludendo la regola dei 100 giorni del Decreto Balduzzi, che imponeva all’AIFA di negoziarne il prezzo. Mantenendolo in questo limbo normativo, lo Stato ha potuto eludere l’obbligo europeo di associarlo a una “Ricetta Ripetibile Limitativa” (RRL), che avrebbe richiesto l’individuazione di uno specialista preciso (es. immunologo) per la prescrizione. Hanno cancellato la figura dello specialista per poter trasformare i medici di base, i pediatri e i neolaureati in meri “terminali logistici” all’interno degli hub vaccinali, scaricando su di loro una responsabilità̀ che non gli competeva.
3. Gli Ordini Militari e i Lotti Scaduti. Sul territorio, la priorità̀ non era la salute, ma lo svuotamento dei magazzini. Abbiamo acquisito documenti ufficiali (come la mail del 23
maggio 2022) partiti non dal Ministero della Salute, ma dal Ministero della Difesa, a firma di Ufficiali dell’Esercito. Con queste comunicazioni, inviate a pioggia in tutta Italia, si ordinava d’imperio l’estensione della data di validità̀ dei lotti vaccinali. I medici si sono trovati costretti a iniettare farmaci le cui scadenze venivano prorogate con ordini logistico-militari, per coprire gli errori di acquisto e non sprecare le dosi invendute.
Alla luce di queste prove, si capisce perfettamente perché́ le Procure abbiano perseguitato i nostri iscritti con tanta ferocia: ogni esenzione clinica fondata sulla scienza e redatta in modo indipendente da un medico bloccava il consumo di una dose, inceppando la catena di montaggio di contratti miliardari e mettendo in crisi la logistica militare dello Stato.
Andrea Caldart
Foto copertina: immagine generata dall’AI
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