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“Dentro la Costituzione” – Il fondamento ontologico del diritto naturale

da | Mag 19, 2022 | Politica

Di Daniele Trabucco (*) Belluno 15 maggio 2022 – Dall’essere dipende il dover essere. In altre parole, l’etica presuppone la metafisica, dal momento che il dovere, oggetto della morale e del diritto, non è che un aspetto dinamico dell’essere. Per questo motivo, secondo il noto insegnamento del filosofo Antonio Rosmini (1797-1855), la vera regola suprema dell’agire umano, che implica la sua traduzione e declinazione in disposizioni normative scritte poste dal legislatore (il c.d. diritto positivo), consiste nell’usare delle cose in base alla misura del loro essere, o meglio conformemente alla loro natura. Scrive, sul punto, ancora Rosmini nell’opera “Filosofia del diritto”, volume III, composta tra il 1841 ed il 1845: “ad esser buoni, noi non abbiamo quasi a far altro che essere passivi al vero”. 

L’uomo, pertanto, è chiamato a portare a compimento, a perfezione, il suo essere. 

Il “Sein”, allora, nel pensiero cristiano-tomista, produce il “Sollen”. 

Diversamente, quindi, dalla filosofia moderna per la quale l’etica è il risultato o di forme ideali che esisterebbero in sé (Max Scheler (1874-1928)), o di bisogni, o tendenze per cui c’è una fenomenologia che costituisce il presupposto di una antropologia, il pensiero classico presenta un’ontologia che fonda l’etica e la legge positiva. 

Non sono mancate le obiezioni a questa impostazione: Kant (1724-1804), Kelsen (1881-1973), Norberto Bobbio (1909-2004), solo per citare alcuni autori noti, sostengono la tesi della “legge di Hume” in base alla quale dalla natura (l’essere) solo per errore (la fallacia) si può derivare il dovere. 

Il diritto diviene un problema formale, una questione di validità distinto da quello del valore che è una questione morale. 

Le disposizioni morali e normative sono puri fatti o dati sociali e devono essere interpretate in senso assertivo e non prescrittivo. 

È evidente che, assumendo questa prospettiva, la giustizia non è più il senso del giusto o dell’ingiusto, ma unicamente, lo evidenziava David Hume (1711-1776) nel suo “Trattato sulla natura umana” edito tra il 1739 ed il 1740, un artificio frutto dell’educazione e delle convinzioni umane funzionale a mantenere l’ordine sociale. 

Ora, quando si deduce il dover essere dall’essere, l’operazione non avviene sul piano dell’esistenza, ma su quello dell’essenza. Solo in questo modo, è possibile passare dall’essere, o meglio dalla natura, come dato alla natura come norma. 

La “legge di Hume” e la prospettiva positivistica e neopositivistica sono concepibili esclusivamente solo se si assume come punto di partenza una visione del reale mancante di una concezione ontologica ed un’idea dell’essere intesa in senso materialistico-fenomenico-empirico. 

È innegabile, infatti, che ogni ente abbia un suo proprio fine (un essere umano non potrà mai strisciare come un rettile), per cui il suo dover-essere è già inscritto nella sua natura, nel suo essere. 

Pur nel mutare, dunque, della condizione diveniente e storica, noi scopriamo in ogni ente una struttura teleologica che lo innerva e lo distingue da tutti gli altri. 

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(*) Daniele Trabucco.

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