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“Dentro la Costituzione”: La “finta” crisi di Governo 

da | Lug 19, 2022 | Politica

Il “non voto” da parte dei senatori del Movimento 5 Stelle sulla questione di fiducia posta dal Governo della Repubblica, per il tramite del Ministro (senza portafoglio) per i Rapporti con il Parlamento, sulla legge formale di conversione del decreto-legge “aiuti” ha aperto una (finta) crisi di natura extraparlamentare, ossia al di fuori dell’approvazione di una mozione di sfiducia ai sensi dell’art. 94 della Costituzione vigente. 

Sul piano tecnico il Presidente del Consiglio dei ministri pro tempore, prof. Mario Draghi, non aveva alcun obbligo di dimissioni dal momento che, al Senato della Repubblica, l’ennesima questione di fiducia è stata approvata con 172 sì e 39 no. 

La scelta è dipesa unicamente da ragioni politiche vista la presa di posizione del partito di maggioranza relativa il quale, a sua volta, ha distinto la questione del voto da quella dell’appoggio al Governo. 

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha respinto le dimissioni (in quanto una maggioranza sussiste), invitando Draghi a verificare la tenuta del suo Esecutivo in Parlamento. 

A questo punto sorge spontanea una domanda: chi ha davvero interesse allo scioglimento anticipato delle Camere che certamente Mattarella non auspica e nemmeno l’Unione Europea? 

Sicuramente non il Partito Democratico che difficilmente stringerebbe ancora un’alleanza con il Movimento 5 Stelle già fortemente dilaniato al suo interno (in bilico la stessa leadership del prof. avv. Giuseppe Conte a favore dell’ala movimentista) e con non molte possibilità di successo se il centro-destra si dovesse presentare compatto alle prossime elezioni. 

Neppure i centristi (Italia Viva, Azione di Calenda, Forza Italia etc.) i quali, in piena fase di organizzazione, puntano a divenire il possibile “ago della bilancia” nella prossima legislatura e necessitano di più tempo a disposizione. 

Forse la Lega “salviniana” (non quella di Giorgetti e dei Presidenti delle Giunte regionali) il cui appoggio al Governo Draghi è stato pagato con un forte crollo dei consensi come, del resto, certificato nelle recenti elezioni amministrative. 

Il segretario federale, sen. Matteo Salvini potrebbe o valutare la via del voto per impedire a Fratelli d’Italia di incrementare ulteriormente il proprio consenso (almeno stando ai sondaggi), oppure alzare la posta in un Draghi bis. 

Giorgia Meloni, invece, è stata chiara fin da subito: il voto rimane l’unica soluzione praticabile. 

Da ultimo, neppure Luigi Di Maio con la sua nuova formazione politica appositamente costituita ad hoc come stampella del Governo, Insieme per il futuro, ha interesse ad uno scioglimento anticipato, causa la difficoltà di una rielezione vista anche la riduzione del numero dei parlamentari di cui alla legge costituzionale n. 1/2020. 

L’unica cosa certa è la assoluta delegittimazione di un “Governo di unità nazionale” le cui scelte, soprattutto in occasione dell’emergenza sanitaria ed in politica estera (non parliamo della penosa riforma della giustizia bocciata anche dalla Commissione europea), hanno determinato una frattura così grave e così profonda all’interno della società civile tale da creare una vera e propria divisione sociale

Un debito pubblico (dati di aprile 2022) di 2759,00 miliardi di euro (+79 miliardi rispetto ad aprile 2021) e con un Patto di stabilità solo sospeso, inflazione ai massimi dal 1986, gravi problemi di approvvigionamento energetico per via del nostro ruolo totalmente succube verso gli Stati Uniti d’America nell’ambito del conflitto ucraino-russo, emergenze continue quali pretesto per introdurre un nuovo modello antropologico, Bruxelles dimezza le stime del Pil per il 2023 e, da ultimo, l’incognita del PNRR di cui solo cinque dei 12 obiettivi previsti per inizio giugno 2022 hanno visto la luce, cioè l’impiego di un terzo delle risorse previste (eccessiva burocrazia, tempi lunghi per i bandi etc.). 

In particolare, con riferimento proprio al Piano nazionale di Ripartenza e Resilienza, l’analisi di diverse voci di spesa ha fornito un riscontro spaventoso. Si tratta, infatti, per la maggior parte di anticipa­zioni e non di pagamenti legati ad un avanzamento concre­to delle attività. 

Dunque, la spesa reale in un anno non ha superato nemmeno il misero importo di 1,2 miliardi di euro (va ricordato come l’obiettivo annunciato era di 13,7 mi­liardi di euro, quindi ad oggi siamo al 9%). 

I migliori…che non se ne andranno.

Prof. Daniele Trabucco Costituzionalista 

in collaborazione con: www.gazzettadelleemilia.it

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