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Home Italia Politica Dimissioni a geometria variabile: quando la responsabilità diventa selettiva

Dimissioni a geometria variabile: quando la responsabilità diventa selettiva

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È passato un po’ di tempo dallo scissone post referendum ma c’è un copione che si ripete con una precisione quasi scientifica nella vita politica italiana: non importa il fatto, non importa la gravità, non importa nemmeno l’esito giudiziario. Conta chi sei, e soprattutto da che parte stai. È lì che si decide tutto: la pressione mediatica, l’indignazione selettiva, il destino politico.

Le dimissioni, che dovrebbero essere uno strumento di responsabilità istituzionale, si sono trasformate con Daniela Santanchè, in un’arma a geometria variabile. Non seguono più un criterio oggettivo, ma una logica di appartenenza. Daniela Santanchè viene accompagnata alla porta per un’inchiesta ancora in fase embrionale, e invece chi come Chiara Appendinocondannata in via definitiva a un anno, cinque mesi e ventitré giorni per disastro colposo, omicidio colposo e lesioni colpose plurime con due morti e oltre milleseicento feriti in Piazza San Carlo, per i fatti avvenuti a Torino, il 3 giugno 2017, resta saldamente al proprio postoanche dopo che la giustizia ha concluso il suo percorso definitivo.

Ma ci sarebbero anche un certo Mimmo Lucano, una certa Ilaria Salis e se continuassimo l’elenco si allungherebbe anche fin troppo. 

Quindi non si tratta di difendere o accusare singole persone. Non è questo il punto. Il problema è il meccanismo. È un sistema che non applica lo stesso metro di giudizio, che non pretende la stessa coerenza, che non reagisce con la stessa intensità davanti a situazioni analoghe, o persino più gravi.

Si invoca la moralità pubblica come un principio assoluto, ma poi lo si piega a convenienza. Si parla di etica come se fosse un valore universale, salvo trasformarla in un concetto relativo quando riguarda “i propri”. È qui che nasce la frattura più profonda: non tra schieramenti politici, ma tra cittadini e istituzioni.

Perché il cittadino osserva e capisce. Vede che la reputazione può essere demolita in pochi giorni senza una sentenza, ma può anche sopravvivere a una condanna definitiva se sostenuta da un adeguato scudo politico. Vede che il clamore mediatico non è proporzionale ai fatti, ma alla loro utilità narrativa. E soprattutto vede che la parola “responsabilità” non ha più un significato stabile.

In questo contesto, la giustizia perde il suo ruolo di riferimento. Non perché non funzioni, ma perché viene affiancata, e spesso sovrastata, da un tribunale parallelo fatto di opinione pubblica, convenienze e opportunismi. Un tribunale che non assolve né condanna: seleziona.

Il risultato è un corto circuito istituzionale. Se basta un sospetto per essere costretti a lasciare, allora la presunzione di innocenza diventa un dettaglio formale. Se invece una sentenza definitiva non basta a smuovere una posizione di potere, allora la responsabilità politica diventa una finzione retorica.

E così si alimenta un clima in cui la coerenza è un’eccezione, non una regola. Un clima in cui le regole cambiano a seconda del protagonista, e in cui la credibilità delle istituzioni viene erosa giorno dopo giorno.

A questo punto, la domanda non riguarda più i singoli casi, ma riguarda il principio. Esiste ancora un criterio condiviso? Esiste ancora un limite oltre il quale la permanenza in un incarico pubblico diventa incompatibile con il rispetto delle istituzioni?

La risposta, oggi, sembra essere negativa. E finché resterà tale, ogni richiesta di dimissioni apparirà per quello che è diventata: non un atto di coerenza, ma uno strumento di lotta politica.

In una democrazia matura, le regole non dovrebbero cambiare in base alla convenienza. Dovrebbero valere per tutti, nello stesso modo, nello stesso momento. Senza eccezioni. Senza scorciatoie.

Perché quando l’equilibrio si spezza, non perde solo una parte. Perdono tutti. E soprattutto perde la fiducia, che è l’unico capitale che una Repubblica non può permettersi di dissipare.

Andrea Caldart

Foto copertina: credits by profilo Facebook Daniela Santanchè

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