L’allargamento dell’Unione Europea, spesso presentato come segno di progresso e consolidamento democratico del continente, costituisce in realtà un errore strategico e concettuale che mina le fondamenta stesse del progetto europeo.
Ciò che doveva essere un’unità politica fondata su un comune destino di civiltà è stato progressivamente trasformato in un conglomerato economico e amministrativo, privo di un principio ordinatore condiviso.
L’idea originaria di Europa, quale spazio di convergenza spirituale, giuridica e culturale radicato nella res publica christiana, è stata sostituita da un universalismo burocratico, nel quale l’estensione territoriale ha soppiantato la profondità identitaria.
Il paradigma tecnocratico che guida oggi l’Unione concepisce l’integrazione non come espressione di un ordine politico comune, ma come processo quantitativo di adesione. Si ritiene che la moltiplicazione dei membri accresca la forza complessiva del sistema, dimenticando che ogni ordinamento giuridico-politico presuppone un nucleo omogeneo di valori e un’identità culturale riconosciuta.
Un’Europa che si estende indefinitamente verso est e verso sud, senza una definizione sostanziale della propria forma politica, dissolve la propria coesione interna.
Il diritto dell’Unione, nato per armonizzare le differenze, si trova a dover regolare contraddizioni insanabili: differenti concezioni di Stato di diritto, modelli economici incompatibili, visioni antropologiche divergenti. L’unità formale, garantita dal vincolo giuridico, non compensa la frattura sostanziale tra ordinamenti animati da spiriti politici inconciliabili. La filosofia del diritto mostra che ogni ordo iuris esige una forma mentis condivisa. Senza una comune idea di giustizia, il diritto perde la sua funzione ordinatrice e si riduce a tecnica di coordinamento. L’allargamento dell’Unione, proprio perché fondato su un consenso puramente procedurale, accentua la deriva positivista e utilitaristica del progetto europeo.
La lex comunitaria, privata di radici teleologiche, non mira più al bene comune, ma alla semplice efficienza funzionale del mercato interno e alla neutralizzazione dei conflitti. In questo modo, l’Europa rinnega la propria tradizione giuridica classica, che concepiva la legge come espressione di una ragione ordinatrice conforme all’essere delle cose. Sul piano politico, l’estensione indefinita dei confini europei produce un paradosso.
Aumentando la pluralità delle volontà statali, si rende impossibile la formazione di una volontà comune. L’Unione si trasforma in un’arena di negoziazioni perpetue, in cui il compromesso sostituisce la decisione. Ciò comporta una perdita della auctoritas politica, che viene sostituita dall’amministrazione tecnica. Un’entità che vuole includere tutto finisce per non rappresentare più nulla, perché l’atto politico, come insegnava Carl Schmitt, presuppone la distinzione tra amico e nemico, tra interno ed esterno.
L’Unione Europea, invece, rifiutando ogni delimitazione sostanziale, abdica alla propria capacità di definire sé stessa, consegnandosi alla logica della globalizzazione economica e della dissoluzione delle sovranità. L’errore dell’allargamento risiede, dunque, nel confondere la grandezza con l’estensione. Un corpo politico può essere vasto, ma non può essere illimitato: la sua misura è data dall’armonia tra il principio d’unità e la molteplicità delle sue parti.
Quando la molteplicità non è più ordinata da un principio comune, l’unità diventa astratta e la comunità si disgrega.
L’Unione Europea, dilatandosi senza ridefinire la propria identità, è divenuta un gigante fragile: potente nei mezzi economici, ma debole nel fondamento politico. La via d’uscita non sta nel rifiuto dell’integrazione, ma nella riscoperta di un’idea sostanziale di Europa, capace di riconoscere un limite qualitativo oltre il quale l’inclusione non è più unione, bensì dispersione. Un ordine giuridico non può vivere senza un’anima politica e un’anima non può essere artificiosamente moltiplicata. Se l’Europa vuole sopravvivere come civiltà e non soltanto come mercato, deve scegliere la profondità dell’identità contro l’ampiezza della superficie.
L’allargamento indefinito non la rafforza: la svuota dall’interno, privandola della sua forma e della sua ragion d’essere.
Prof. Daniele Trabucco – Costituzionalista
In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it

