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L’Italia dei comuni affonda nel Covid

da | Ott 15, 2021 | Politica

Un buco da 180 miliardi di euro per gli enti locali europei che in Italia ne vale 22,7. Ma soprattutto prospettive non rosee per le conseguenze a medio termine delle restrizioni necessarie al contenimento della pandemia da Coronavirus sullo sviluppo economico del Belpaese, unico tra i grandi stati europei ad avere una simile prospettiva.

I dati in merito relativi al 2020 li ha forniti il Barometro regionale e locale presentato il 12 ottobre scorso dal presidente del Comitato europeo delle regioni, il greco Apostolos Tzitzikostas. Le cause del deficit sono facilmente riassumibili in un divario tra il gettito in diminuzione di regioni e comuni del “vecchio Continente” e l’aumento delle spese derivanti dalla diffusione del virus.

Nel contesto europeo, l’”effetto forbice” ha colpito più gravemente in termini assoluti i länder tedeschi con una perdita di 111,7 miliardi, dopodiché a grande distanza ci siamo noi con la ragguardevole somma di quasi 23 miliardi di euro. Ora se è vero che in termini percentuali Cipro (-25%), Bulgaria (-15,3%), Germania (-15%) e Lussemburgo (-13,5%) stanno messi peggio dell’Italia (-9,2%), il nostro Paese è però l’unico dei “grandi” nell’Unione europea ad avere un’alta “sensibilità a medio termine per le misure di restrizione che s’è dovuto prendere: lockdown, chiusura di scuole, università, blocco del turismo, spostamento dei lavoratori ad attività di lavoro a distanza, ecc.

Da cosa dipende questa maggiore sensibilità? Da diversi fattori come l’alta percentuale di occupati impiegati in settori ad alto rischio come trasporti, arte, turismo; giovani con bassi livelli educativi; maggiore diffusione delle piccole imprese; molti lavoratori autonomi; scarsa qualità delle politiche di supporto e limitati mezzi finanziari. In pratica l’identikit della situazione italiana.

Si tenga presente che “a medio termine” può significare per il linguaggio statistico del “Barometro” un periodo di tempo fino a dieci anni: basti questo per comprendere la valenza del dato che forse non a caso è stato messo in secondo piano dai massmedia mainstream.

L’Italia, un paese dal welfare locale

Per capire quanto gravi possano essere le ricadute del deficit illustrato dal Comitato europeo delle regioni, è necessario comprendere che lo stato sociale in Italia è in larga parte erogato dagli enti locali, soprattutto dai comuni. Le persone in difficoltà dipendono in effetti dai comuni per quel che riguarda contributi economici, assegnazione di alloggi, offerte di centri educativi per minori e giovani, assistenza domiciliare agli anziani, accesso alle rsa, ecc.

Da questo punto di vista, la situazione economica degli enti locali era già pessima prima della pandemia complice il patto di stabilità interno che per anni ha legato le mani alle amministrazioni locali. Dal 2016, l’avvento del principio del pareggio di bilancio ha consentito un po’ più di elasticità solo per i comuni in avanzo di bilancio per quel che riguarda gli investimenti, ma la situazione prodottasi con il Covid ha ovviamente deteriorato il quadro complessivo.

Sul piano delle risorse umane, per esempio, nel mese di marzo del 2021 il presidente dell’Associazione nazionale comuni italiani, Antonio De Caro, si lamentava in un documento allegato a una lettera al ministro per la Pubblica amministrazione Renato Brunetta del fatto che mentre nel 2007 i comuni potevano contare su 479mila 233 dipendenti, nel 2019 si erano ridotti ad averne solo 361mila 745: più di 100mila in meno. Al momento, peraltro, gli enti locali si ritrovano in carico anche parecchio lavoro supplementare derivante dal Pnrr.

Il 15% dei comuni italiani in situazione di debolezza finanziaria

Nella crisi indotta dal Covid, a dire il vero, non sono mancati i sostegni per gli enti locali: sette miliardi di euro nel 2020 per compensare le minori entrate e le maggiori spese e poi nel 2021 la legge di bilancio e la serie dei decreti Sostegni. Ma non c’è ancora traccia di un intervento strutturale, più che mai necessario, stando ai dati forniti dal Comitato europeo delle regioni che ci vedono tra i paesi più colpiti dall’impatto della pandemia sull’economia nei prossimi anni.

A confermarlo prima ancora della diffusione dei dati del “barometro” era stato il delegato dell’Anci alla finanza locale, Alessandro Canelli, sindaco di Novara, in audizione davanti alla Commissione parlamentare per l’attuazione del federalismo fiscale il 23 settembre scorso.

Canelli, parlando di “un quadro di permanente e asimmetrica fragilità” peggiorato dalla pandemia, si riferiva  non solo a “divari storici, ma ad una condizione duale per la quale un’ampia minoranza di enti, concentrata nel Centro-Sud, ma con ulteriori qualificazioni territoriali e dimensionali, si trova in condizioni di criticità finanziaria, anche non ancora conclamata e formalizzata in formali procedure di riequilibrio, che impedisce di svolgere compiutamente le funzioni costituzionalmente assegnate”.

L’esponente dell’Anci delineava un perimetro di debolezza finanziaria pari al 15% circa degli enti locali del Paese, comprendendo alcune decine di grandi e medie città del Centro-Nord e molti comuni del Sud, delle isole e delle zone interne dell’Appennino; quindi, probabilmente, una quota percentuale superiore in termini di popolazione.

Se non ci saranno interventi di riequilibrio delle risorse da parte del Governo centrale i divari tra le varie realtà territoriali sono destinati ad ampliarsi come indicato dal “barometro” europeo. Si capisce in questo quadro perché alcune regioni più forti cerchino di trovare una via d’uscita nell’autonomia differenziata per acquisire maggiori competenze e quindi capacità di ricavarne gettito. Ma si tratta di una politica del “si salvi chi può” che non lascia speranze per le aree più arretrate del paese.

Stefano Paterna

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