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L’Italia…si arma

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La decisione, assunta all’Aja, in Olanda, dai 32 Paesi membri dell’Alleanza Atlantica del Nord (di cui la Nato è il braccio operativo e militare), di incrementare la spesa militare fino al 5% del PIL entro l’anno solare 2035, rappresenta un punto di torsione sistemica nel rapporto tra diritto internazionale pattizio, diritto costituzionale interno e orizzonte filosofico-politico della moderna sovranità democratica (sulla quale nutro forti dubbi in termini filosofici). 

In tale contesto, l’adesione dell’Italia, presentata dal Governo Meloni come “successo negoziale”, si configura come una capitolazione razionalizzata, una forma di subordinazione attivamente rivendicata sotto l’egida della sicurezza collettiva, nella quale la dimensione politica viene sostituita da automatismi ideologici e tecnocratici che elidono la mediazione della volontà popolare e degli equilibri costituzionali. 

È necessario, anzitutto, chiarire che l’incremento delle spese militari in ambito NATO non nasce con il Governo in carica: già al vertice di Newport del 2014, sotto la pressione del conflitto ucraino latente e dell’annessione della Crimea da parte della Federazione Russa, l’Alleanza Atlantica fissava l’obiettivo del 2% del PIL come “benchmark” per tutti i membri. Ciò nonostante, la scelta odierna di quintuplicare in prospettiva la spesa bellica, pur differenziata tra il 3,5% per la difesa in senso stretto e l’1,5% per una sicurezza genericamente intesa, non trova giustificazione né nella “ratio” di quell’impegno iniziale, né in un’effettiva valutazione razionale dei bisogni strutturali dello Stato costituzionale sociale (concetto, me ne rendo conto, problematico).

L’Italia, infatti, ha ottenuto una dilazione decennale, la revisione dell’impegno al 2029 e la possibilità di evitare obblighi annuali di crescita: ma tutto ciò non modifica il dato sostanziale, ossia l’assunzione di un vincolo asimmetrico rispetto alla realtà del sistema-Paese. 

L’iniziativa del Governo Meloni non solo non rappresenta un successo, bensì tradisce apertamente l’impianto normativo-costituzionale dell’ordinamento repubblicano. Il parametro dirimente, in tal senso, resta l’art. 11 della Costituzione vigente, che ripudia la guerra non come concetto astratto, quanto come strumento operativo della politica estera. Il ripudio non è un pacifismo etico o sentimentale, bensì un principio giuridico sostanziale, che impone allo Stato di orientare le proprie politiche esterne, anche sul piano della spesa, in funzione della pace e della cooperazione internazionale. 

La logica dell’adeguamento progressivo al 5% del PIL si pone in tensione diretta con tale principio, nella misura in cui presuppone una visione del mondo fondata sul conflitto permanente, sullo squilibrio di potenza,  sull’allineamento strategico a interessi sovranazionali non mediati dalla rappresentanza democratica e sulla creazione ad arte di ipotetici nemici (come la Russia) pronti a “invadere” l’Europa. In tale prospettiva, la distinzione tra spesa per la “difesa hard” e quella per la “sicurezza ampia” appare nominalistica: trattasi di un espediente linguistico finalizzato a neutralizzare il dissenso e a celare l’univocità dell’indirizzo politico adottato.

L’equivoco giuridico è evidente: la “sicurezza”, nella sua accezione più ampia, è già oggetto di tutela costituzionale e deve essere perseguita in modo integrato e non militarizzato. La pretesa di includere la sicurezza ambientale, informatica, sanitaria o infrastrutturale nella spesa militare costituisce una forzatura logico-giuridica che disarticola l’ordine delle priorità costituzionali e deforma la funzione allocativa del bilancio pubblico. Pure l’argomento secondo cui l’industria italiana della difesa, si pensi a Leonardo S.p.A., Fincantieri o MBDA Italia, potrà trarre beneficio dall’incremento degli investimenti non regge a una verifica fondata sul principio di razionalità economica e giustizia distributiva. L’economia della difesa, per quanto sofisticata, è fortemente “capital intensive”, scarsamente inclusiva e non produce un effetto moltiplicativo paragonabile a quello derivante da investimenti in sanità, scuola, trasporti o innovazione civile. Il ritorno occupazionale è marginale, l’effetto redistributivo quasi nullo, l’impatto sul debito pubblico rilevante. In altri termini, non è affatto certo che aumentare la spesa militare rafforzi il sistema-Paese: è, invece, molto probabile che lo esponga a un progressivo squilibrio tra difesa degli interessi e promozione dei diritti. 

Non ci si trova, allora, di fronte a una semplice decisione finanziaria o geopolitica, ma a un mutamento paradigmatico del modo di intendere la funzione dello Stato e la finalità dell’ordinamento giuridico. 

Il Governo Meloni, attraverso un’opera di razionalizzazione retorica del vincolo NATO, sta progressivamente orientando l’Italia verso una ridefinizione della priorità politica in termini di sicurezza militare, abbandonando il modello dello Stato sociale (già ridotto all’osso e problematico in termini filosofici) e del costituzionalismo democratico in favore di un decisionismo securitario che assorbe ogni altra istanza. Questo processo, che potrebbe apparire graduale e reversibile, è in realtà strutturalmente irreversibile se non viene contrastato sul piano giuridico, culturale e istituzionale. 

L’aumento al 5% del PIL per le spese militari non è un fatto tecnico, ma un atto politico-costituzionale di portata storica, che mina le basi stesse del principio di eguaglianza sostanziale, della solidarietà tra le generazioni e dell’indirizzo programmatico contenuto nella Parte I del Testo fondamentale del 1948. In tale orizzonte, la militarizzazione del bilancio pubblico costituisce una deviazione dall’ethos repubblicano (sempre, comunque, anfibologico), un rovesciamento delle finalità della funzione pubblica, una sottrazione di futuro sotto il velo di una sicurezza simulata. La scelta del Governo Meloni è, dunque, a ben vedere, una forma sofisticata di populismo securitario, abilmente travestito da razionalità strategica. Una manifestazione della “democrazia delle pance”, che illude di rispondere alla paura con la forza, mentre in realtà sacrifica la libertà e l’equità sull’altare dell’apparenza. 

È il trionfo di una politica che non pensa, che esegue, che recita il copione dettato altrove e che, nella falsa retorica dell’orgoglio nazionale, cela la sostanza della rinuncia. Una rinuncia alla giustizia della distribuzione e alla razionalità del diritto.

Prof. Daniele Trabucco – Costituzionalista

In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it

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