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Home Esteri Politica l’Ungheria rischia di perdere la sua eccezione: a prima lettura

l’Ungheria rischia di perdere la sua eccezione: a prima lettura

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Nei dati che stanno emergendo in Ungheria a seguito delle elezioni politiche, il partito Tisza di Péter Magyar è in vantaggio su Fidesz di Viktor Orbán con il 51% contro il 40% dei voti di lista ed è avanti in 95 collegi uninominali su 106, mentre l’affluenza ha superato il 77%, dato che segnala una mobilitazione straordinaria dell’elettorato. 

Il quadro, dunque, è già politicamente molto eloquente. Ora, va precisato che il voto ha riguardato il Parlamento e non l’elezione diretta del Capo del Governo, però in Ungheria le due dimensioni sono strettamente intrecciate, perché l’Assemblea nazionale (monocamerale) è composta da 199 deputati, dei quali 106 eletti in collegi uninominali e 93 su liste nazionali e delle minoranze e proprio questa Assemblea elegge il Primo Ministro su proposta del Presidente della Repubblica, con maggioranza dei membri, sicché chi conquista la maggioranza parlamentare conquista in sostanza anche l’indirizzo dell’Esecutivo. 

In termini costituzionali il passaggio è lineare, perché il Governo è formato dal Primo Ministro e dai Ministri, resta responsabile davanti al Parlamento e può essere sostituito attraverso una sfiducia costruttiva, il che conferisce al voto di oggi un valore immediatamente governante e non soltanto rappresentativo. 

Con la vittoria di Tisza, l’Ungheria entrerà in una fase nuova, nella quale il partito filo-europeo che oggi prevale tenderà a ricollocare Budapest più saldamente nell’orbita occidentale. Tisza è una forza di centrodestra entrata nel Partito Popolare Europeo, favorevole a rapporti più solidi con Unione Europea e NATO, intenzionata a sbloccare i fondi europei congelati, ad aderire alla Procura europea e a ridurre quella politica del veto con cui Orbán ha spesso rallentato aiuti a Kiev e attenuato decisioni europee sulle sanzioni. 

Non si tratterebbe di una svolta ideologica totale, perché Magyar ha parlato anche di rapporti pragmatici con la Federazione Russa e ha perfino prospettato un referendum sull’eventuale ingresso dell’Ucraina nell’Unione, però la direzione di marcia sarebbe ugualmente chiara, cioè meno Budapest come capitale dell’eccezione sovranista e più Budapest come partner integrato nelle logiche maggioritarie di Bruxelles e del PPE. 

Tuttavia, ad Orbán si deve riconoscere che il suo lungo ciclo non è stato solo una patologia democratica agli occhi dei suoi avversari, bensì anche e soprattutto il tentativo di conservare per l’Ungheria un margine di sovranità reale sulla guerra, sull’energia, sui rapporti con Mosca e sulla resistenza alle spinte uniformatrici dell’Unione. 

Proprio per questo motivo la vittoria di Tisza porta con sé anche criticità serie, perché un più marcato spostamento verso Ovest significa certamente meno isolamento e forse più risorse europee, però significa anche minore capacità di Budapest di usare il proprio peso istituzionale per frenare l’accentramento decisionale dell’Unione, maggiore esposizione alle condizionalità sullo Stato di diritto e più disponibilità a riallinearsi alla linea europea su Kiev. Orbán ha, comunque, portato avanti l’idea che un piccolo Stato membro possa ancora opporre resistenza politica alla trasformazione dell’Unione in un ordinamento sempre meno confederale e sempre più intrusivo. 

Se Tisza confermerà il sorpasso, l’Ungheria diventerà probabilmente più accettabile per l’Occidente, ma anche meno autonoma nel difendere la propria irriducibilità politica.

Prof. Daniele Trabucco – Costituzionalista

In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it

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