Si sente di nuovo aria fredda da guerra fredda nel mondo, per chi ha vissuto gli ultimi 3 decenni del secolo scorso sembra evidente che ci troviamo in una fase di ricorso storico, onore al merito al tanto sottostimato Giovanbattista Vico.
Se durante i primi anni 2000 il bandolo della matassa geopolitica era caratterizzato dall’islam radicale e dal tentativo di modificare gli equilibri attraverso una strategia del terrore, oggi si torna a poter riconoscere nell’arena internazionale attori e paesi con un volto, una bandiera, una storia. Con l’annessione della Crimea nel 2014 la Russia ha dichiarato la sua intenzione di voler ritornare a giocare a Risiko, guadagnando negli anni un ruolo nello scacchiere perso nel 1991 con la caduta dell’Urss. Certo il suo potenziale è lontano dall’epoca della prima guerra fredda, ma oggi c’è un attore in più: la Cina che riveste un ruolo del tutto diverso, e la Russia come cliente della Cina pone all’egemonia statunitense l’urgenza di essere trattata come una minaccia reale, seria e impellente per il mantenimento degli equilibri in Europa e in Asia. Se la prima guerra fredda si giocava prevalentemente sul controllo dell’Europa centrale, oggi la posta in gioco è ancora più grande e coinvolge l’Asia e gli interessi americani nell’indopacifico. Nel momento in cui l’ordine globale sembra sempre più instabile, i mercati finanziari diventano il primo sismografo delle tensioni internazionali. L’indice VIX è un indicatore che restituisce il grado di instabilità dei mercati dovuto ad eventi che impauriscono gli operatori — ha ripreso a salire, segnalando un’ansia sistemica che va ben oltre i meri numeri. La ragione? La riacutizzazione dello scontro tra Stati Uniti e Russia, che non è più solo militare o diplomatico, ma sempre più economico, commerciale e ideologico.

Al centro della nuova fase conflittuale c’è la pressione crescente esercitata da Washington su Paesi emergenti e partner strategici — in primis India e Turchia — affinché interrompano le importazioni di petrolio e gas russo. L’amministrazione statunitense ha annunciato che, in assenza di una riduzione delle relazioni energetiche con Mosca, scatteranno dazi punitivi fino al 100% sui beni scambiati con quei Paesi. È una forma di embargo secondario, che usa la leva commerciale per esercitare una pressione indiretta sull’economia russa. Il risultato è un’escalation a bassa intensità che si combatte sulla bilancia commerciale globale, sui contratti energetici e sulle valute.
Ma questa guerra silenziosa — perché per ora non dichiarata — non è passata inosservata ai mercati. L’aumento della volatilità non segnala solo incertezza finanziaria: segnala paura, perdita di fiducia nel quadro internazionale, e una crescente consapevolezza che la frammentazione geopolitica si sta riversando direttamente sulle aspettative degli investitori.
A differenza del passato, tuttavia, questa volatilità non nasce da una crisi economica interna, ma da un’intensificazione del conflitto tra visioni del mondo opposte. In questa arena strategica ci sono i paesi che seguono nella difesa della supremazia del dollaro, la liberalizzazione dei mercati e un ordine basato sulla egemonia americana. Dall’altro c’è una Russia revisionista, decisa a infrangere l’unilateralismo statunitense e a proporre un modello multipolare dove energia, oro e crypto assumano un ruolo centrale nel nuovo equilibrio globale. In questo contesto, ogni notizia su sanzioni, restrizioni, riallineamenti o nuove alleanze energetiche si riflette immediatamente sui mercati — e il VIX lo registra come un barometro impietoso.
Le fasi più turbolente del 2025 — comprese le minacce statunitensi contro i partner commerciali della Russia, i tagli o aumenti della produzione OPEC.
Per gli operatori, questo contesto rappresenta un paradosso: da un lato, l’aumento della volatilità crea opportunità di profitto tramite strumenti derivati, hedging e strategie a breve termine; dall’altro, segnala un deterioramento sistemico che rende meno prevedibile la dinamica dei mercati. Il rischio non è più solo economico, ma geopolitico e strutturale.
In conclusione, il VIX non è soltanto un numero tecnico o un indicatore di sentiment. Oggi è il riflesso diretto della nuova guerra fredda che si sta combattendo tra Washington e Mosca, con conseguenze tangibili su portafogli, politiche fiscali, prezzi dell’energia e allocazioni strategiche. In un mondo in cui le armi economiche sono più efficaci di quelle convenzionali, e in cui la fiducia nei pilastri dell’ordine globale vacilla, la volatilità non è più l’eccezione: è la nuova normalità.
Redazione
In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it

