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Zona Franca Sardegna: Una Promessa tradita 

da | Set 2, 2022 | Politica

Era il marzo del 1998 quando l’allora Presidente della repubblica Oscar Luigi Scalfaro, firmava il decreto 75/98 che istituiva la Zona Franca in Sardegna, un’opportunità, che dopo 23 anni, non è ancora colta dai sardi.

In realtà però venne subito recepita da una parte della popolazione, ma ancora mai realizzata, per la quale, i vari comitati spontanei createsi nel tempo, si stanno battendo dalla fine del secolo scorso per la sua attuazione.

Fa un po’ strano dire che è un decreto presidenziale del secolo scorso perché dà l’immagine esatta dell’immenso tempo che si è continuato a lasciar passare, o per meglio dire perdere, arrivando ad oggi con la sensazione che sembri essere lì, ancora tutto fermo.

In realtà le norme comunitarie, che sono prioritarie rispetto a quelle nazionali, hanno già identificato la Sardegna come Zona Franca Integrale, ma lo stato italiano, in flagrante manifesta violazione di legge, continua ad ignorare.

Ma perché allora è ancora tutto fermo?

Ascoltando le varie voci da nord a sud della Sardegna, tutti attaccano l’intera classe politica e, con ogni probabilità, hanno pienamente ragione perché sembrerebbero succubi delle loro segreterie di partito.

Probabilmente potrebbe anche essere che questi rappresentanti locali, appunto per le loro appartenenze politiche nazionali, potrebbero far nascere un vero e proprio conflitto d’interessi contro lo Stato.

Una prova provata la conclusione della campagna elettorale nel febbraio del 2019 quando Salvini, sostenuto da Berlusconi e da Giorgia Meloni, arrivarono a Cagliari per dire che se Christian Solinas, il loro candidato, vincerà le elezioni regionali da lunedì successivo, ci sarebbe stata la Zona Franca.

Solinas vinse con questa promessa, ma della Zona Franca, manco l’ombra, mai più una parola, anzi una piccola parte di sardi, ha speso una cifra enorme di soldi pubblici, per far riconoscere in costituzione, il principio di insularità della Sardegna.

Ma sarebbe bastato loro leggere l’art. 349 del Trattato di Lisbona che definisce i limiti entro i quali il TUE e il TFUE si applicano alle c.d. regioni ultraperiferiche, vale a dire di quelle regioni che sono parte integrante di alcuni Stati membri, ma si distinguono per specifiche condizioni geografiche, economiche e sociali, determinate in particolare dalla loro grande distanza dall’Europa continentale, dall’insularità, dalla superficie ridotta, dalla topografia e dal clima difficili, nonché dalla stretta dipendenza economica da un numero limitato di prodotti.

Vale la pena anche ricordare che al primo comma le misure adottate riguardano “in particolare politiche doganali e commerciali, politica fiscale, zone franche, politiche in materia di agricoltura e di pesca, condizioni di fornitura delle materie prime e di beni di consumo primari, aiuti di Stato e condizioni di accesso ai fondi strutturali e ai programmi orizzontali dell’Unione”.

Quindi, nuovamente si confermava l’istituzione della Zona Franca, il 13 dicembre del 2007, giorno della firma del trattato.

Insomma, era già tutto preparato e descritto, e invece qui appunto si è dimostrato come una disunità locale, favorisca il disallineamento tra interessi politici ed interessi dei cittadini sardi che non devono contrastare quelli dello Stato.

Vale anche la pena ricordare a quei rappresentanti sardi che per 537 anni prima di quel 1861, esisteva il Regno di Sardegna che, con le sue regole, la prima carta costituzionale del mondo, la carta Delogu voluta da Eleonora d’Arborea, ha dato origine alla futura Italia.

Francamente è difficile comprendere il perché bisogna “rincorrere” la politica per questo diritto dei sardi, affermato nero su bianco anche dalla sentenza della Corte di Giustizia Europea C-571/15 del 1° giugno 2017 che così recita: “la extradoganalità delle Zone Franche avviene al momento della loro istituzione senza necessità di ulteriori provvedimenti amministrativi o giurisdizionali”.

Senza ombra di dubbio è chiaro che la Zona Franca Integrale in Sardegna è istituita, ma senza il naturale impegno ed interesse dei sardi nel creare un nuovo modello socio-politico, quale nuovo organismo politico sociale sardo, difficilmente sarà interesse delle rappresentanze locali dei partiti di maggioranza e minoranza nazionali applicarla, e se non basta una promessa pubblica tradita come quella del 2019 cos’altro dovrà accadere per capirlo?

Andrea Caldart

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