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Rita Corciulo: la poesia dello stupore

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Accostarsi alla raccolta di poesie “Gocce d’azzurro” (edita nel 2024) della poetessa gallipolina dott.ssa Rita Corciulo significa, prima ancora di interrogarsi sui singoli motivi che percorrono la raccolta, cercare di comprendere la qualità particolare dello sguardo dal quale quelle immagini sembrano nascere, perché mare, cielo, luce, memoria, amore, assenza e speranza non acquistano la loro consistenza poetica in quanto temi autonomi, quasi componessero un repertorio disposto per successive variazioni, bensì perché vengono ricondotti a una medesima esperienza interiore, a quel modo di sostare davanti al reale nel quale ciò che è consueto perde improvvisamente la propria ovvietà e torna a offrirsi come qualcosa che domanda di essere guardato.

È forse proprio in questa disposizione che può essere riconosciuta la cifra più intima della poetessa gallipolina, tanto da consentire di parlare di una poesia dello stupore, purché allo stupore venga restituita tutta la nobiltà della sua origine e lo si sottragga al significato debole di una semplice meraviglia emotiva. Vi è infatti uno stupore che appartiene all’infanzia dello sguardo e ve n’è un altro, più difficile e forse più propriamente poetico, che nasce quando l’esperienza ha già conosciuto il trascorrere, la perdita, la fragilità degli affetti e tuttavia conserva la facoltà di percepire nelle cose qualcosa che ancora eccede il loro apparire.

È quel thaumázein che il pensiero antico collocava all’origine della filosofia e che, prima ancora di generare una domanda concettuale, sospende l’automatismo con cui abitualmente ci rapportiamo al mondo, restituendo alla presenza la profondità che la consuetudine le aveva sottratto. Dentro un simile orizzonte, l’azzurro del titolo finisce per acquistare una forza che oltrepassa largamente la suggestione cromatica. Esso appartiene insieme al mare e al cielo, raccoglie la profondità e l’altezza, si offre allo sguardo con una familiarità quasi domestica e contemporaneamente si sottrae a ogni possibilità di possesso, così che proprio il colore più immediatamente visibile diviene il segno di ciò che non può essere interamente raggiunto.

Vi è già, in questa oscillazione tra vicinanza e lontananza, qualcosa che sembra appartenere alla struttura stessa della raccolta, perché ciò che viene contemplato non rimane mai semplicemente ciò che è, lasciando affiorare una dimensione ulteriore che non si consegna tuttavia alla forma rigida della spiegazione. Il mare, in particolare, sembra offrire a Rita la figura più naturale di questa eccedenza, non soltanto perché appartiene alla geografia originaria di Gallipoli e, dunque, a una memoria dello sguardo che precede forse la stessa vocazione poetica, quanto perché nella sua natura convivono realtà che la logica ordinaria tende a separare. Esso permane proprio mentre continuamente muta, ritorna senza ripetersi, conserva la propria identità attraverso un’incessante dissipazione delle forme. L’antichissima intuizione eraclitea del divenire può essere avvertita sullo sfondo, purché non la si trasformi in un artificioso apparato filosofico sovrapposto ai versi, perché ciò che in Eraclito assume la densità del pensiero nella poetessa gallipolina sembra sciogliersi nella sostanza dell’esperienza, diventando percezione del tempo che passa attraverso le cose e, passandovi, le rende tanto più preziose quanto più evidente appare la loro precarietà. La questione poetica, allora, non coincide semplicemente con la constatazione che tutto trascorra, poiché una simile coscienza sarebbe troppo povera per sostenere da sola l’interrogazione che percorre la raccolta.

Ciò che appare assai più fecondo riguarda il modo in cui la coscienza umana accoglie ciò che passa, trattenendolo senza poterlo possedere, trasformandolo in memoria e restituendogli una presenza ormai diversa da quella originaria. Il passato non torna perché la poesia compia il miracolo ingenuo di abolire il tempo, e tuttavia ciò che è stato può continuare a vivere nella forma in cui viene interiormente ricordato, quasi che la memoria rappresentasse una seconda esistenza delle cose, più fragile della prima e forse proprio per questo più intensamente avvertita. L’intuizione agostiniana del tempo come “distensio animae” può qui offrire, quasi in filigrana, una possibile chiave di lettura, dal momento che il tempo poetico di Rita sembra appartenere meno alla cronologia degli eventi che alla loro persistenza interiore. Ciò che non è più continua ad abitare il presente nella memoria, ciò che ancora non è vi entra attraverso l’attesa, mentre il presente stesso acquista consistenza soltanto quando uno sguardo riesce a sottrarlo alla distrazione. Proprio questa capacità di attenzione sembra costituire una delle condizioni più profonde della sua poesia, perché scrivere significa in qualche modo impedire che l’istante trascorra senza essere stato veramente visto.

La nostalgia, entro tale prospettiva, perde il carattere puramente regressivo che talvolta le viene attribuito e acquista una funzione conoscitiva, poiché è la distanza a rendere nuovamente percepibile ciò che la prossimità aveva forse consegnato all’abitudine. Un luogo, una presenza, un affetto diventano talvolta pienamente visibili soltanto dopo essersi allontanati, come se l’assenza possedesse una capacità paradossale di intensificazione. Mare e orizzonte possono allora tradurre nello spazio ciò che interiormente accade nel tempo, mentre la lontananza, anziché limitarsi a sottrarre, apre quella regione dell’indefinito nella quale il desiderio trova la propria materia più segreta. Il richiamo a Leopardi nasce quasi naturalmente da questo punto, non perché si debba cercare un’eco della sua voce, e ancor meno perché le rispettive visioni possano essere sovrapposte, quanto perché la grande riflessione leopardiana sull’indefinito ha mostrato come il limite visibile possa diventare precisamente ciò attraverso cui la coscienza avverte ciò che lo oltrepassa.

Anche nell’azzurro della Corciulo l’orizzonte sembra possedere questa virtù di soglia, con una differenza che ne definisce forse meglio l’intonazione spirituale, poiché l’inaccessibile non assume necessariamente il volto di una dolorosa sproporzione fra desiderio e realtà, conservando piuttosto una tonalità di apertura, come se ciò che non si lascia possedere potesse continuare, proprio per questo, a essere desiderato senza trasformarsi soltanto in privazione. Da qui deriva una particolare relazione tra interiorità e paesaggio, nella quale la natura non viene ridotta né a decorazione, né a semplice proiezione psicologica. Sarebbe, infatti, troppo poco dire che il mare rappresenta l’animo della poetessa, perché una simile equivalenza finirebbe per privare il mare della sua alterità e la poesia della sua profondità. Più esatto sembra pensare che l’interiorità cerchi nelle cose una forma nella quale poter diventare visibile a se stessa senza coincidere interamente con esse. La nostalgia può riconoscersi nella lontananza, l’inquietudine nel movimento delle acque, la quiete in una luminosità che lentamente si distende, mentre la natura conserva comunque qualcosa che resiste all’appropriazione dell’io e proprio attraverso tale resistenza evita che il discorso poetico si richiuda nella pura confessione. L’esperienza personale acquista in questo modo una possibilità di universalizzazione, perché l’affetto non viene semplicemente dichiarato, bensì affidato a immagini nelle quali il lettore può entrare senza dover condividere la biografia di chi scrive. Qui si comprende anche la frequenza di realtà minime, di frammenti, di presenze leggere che sembrano acquistare una densità assai maggiore della loro consistenza materiale. La grande lezione di Pascoli, al di là di ogni differenza di lingua e di poetica, aveva mostrato precisamente come il piccolo possa diventare luogo di rivelazione, non perché venga artificiosamente ingrandito, bensì perché l’attenzione poetica scopre in esso una profondità che lo sguardo distratto non aveva saputo riconoscere.

Lo stesso titolo della raccolta “Gocce d’azzurro” sembra custodire una simile intuizione, poiché la goccia appartiene all’ordine del minimo mentre l’azzurro rimanda a ciò che appare sconfinato e il loro accostamento produce una tensione nella quale il frammento e l’immensità cessano di essere contrari. Una goccia non contiene quantitativamente il mare e tuttavia ne possiede la sostanza, così come un istante non coincide con una vita e può nondimeno conservarne, in certe circostanze, una verità decisiva. La poesia sembra nascere precisamente da questa capacità di raccogliere l’immenso nel particolare senza pretendere di esaurire l’uno nell’altro. Anche la parola viene allora coinvolta nella medesima logica.

Essa vale non nella misura in cui spiega, quanto nella capacità di avvicinare l’esperienza lasciandole intorno abbastanza spazio perché possa continuare a risuonare. Dopo la grande rivoluzione lirica del Novecento, e soprattutto dopo che Ungaretti ha mostrato quanto una parola possa acquistare intensità quando viene liberata dall’eccesso del discorso, diventa difficile pensare la brevità poetica come semplice scarsità verbale. Nella nostra poetessa la concisione sembra piuttosto corrispondere, nei suoi momenti più felici, alla consapevolezza che vi sono esperienze per le quali una spiegazione ulteriore rischierebbe di produrre non maggiore chiarezza, bensì una perdita di profondità. Il silenzio che rimane intorno alla parola non costituisce pertanto un vuoto da colmare, perché appartiene alla sua stessa possibilità di significare. Il mare, la luce, la memoria, l’azzurro continuano a vivere poeticamente proprio nella misura in cui non vengono irrigiditi in una corrispondenza univoca, conservando una pluralità di risonanze che impedisce al simbolo di trasformarsi in formula.

È in questa resistenza alla completa decifrabilità che il testo poetico mantiene qualcosa della realtà da cui nasce, poiché anche il reale, quando viene autenticamente incontrato, sembra eccedere ogni interpretazione che pretendesse di averlo definitivamente compreso. Il pensiero contemporaneo ha lungamente interrogato questa eccedenza e la riflessione di Heidegger sulla parola poetica può essere richiamata proprio nella misura in cui consente di comprendere il poetare non come una semplice produzione di immagini, bensì come un particolare modo di lasciare apparire le cose. Ciò che conta, entro questa prospettiva, non sarebbe attribuire al mondo significati che esso non possiede, quanto sottrarlo alla consumazione dello sguardo ordinario affinché possa tornare a manifestarsi nella propria irriducibilità.

Una cosa poeticamente nominata dovrebbe risultare, paradossalmente, meno posseduta e più presente. Sotto questa luce anche il Mediterraneo della dott. ssa Corciulo acquista una fisionomia più precisa, perché la sua luminosità non viene celebrata in una fusione panica dell’io con la natura e neppure assunta come pura figurazione dell’interiorità. Rimane uno spazio di relazione, un’alterità capace di accogliere senza lasciarsi interamente assorbire. La tradizione italiana offre naturalmente confronti inevitabili, e il pensiero corre anche al paesaggio di Montale, nel quale il mare, la luce, l’aridità e l’orizzonte diventano luoghi di una domanda rivolta al reale. La parentela, tuttavia, sembra risiedere soprattutto nel gesto dell’interrogare, perché assai diversa appare la tonalità con cui quell’interrogazione viene sostenuta.

Là dove Montale avverte frequentemente la resistenza delle cose e la difficoltà del varco, nella Corciulo sembra conservarsi una maggiore confidenza nella possibilità che il mistero non coincida necessariamente con il vuoto, e che ciò che rimane inaccessibile possa nondimeno continuare a offrire una promessa di senso. Lo stupore torna così a raccogliere tutte queste linee, mostrando di non essere uno dei temi della raccolta, bensì il principio capace di ordinarli. Il mare e il tempo, la memoria e l’amore, la perdita e la speranza acquistano unità proprio perché vengono attraversati da uno sguardo che si rifiuta di considerarli definitivamente conosciuti. Stupirsi significa, in questa prospettiva, riconoscere che l’essere delle cose non coincide mai integralmente con l’uso che ne facciamo o con il nome attraverso cui le designiamo, e che anche ciò che accompagna quotidianamente la nostra esistenza può riacquistare, se contemplato con sufficiente attenzione, qualcosa della propria originaria enigmaticità. La poesia di Rita potrebbe, allora, essere intesa come una custodia dell’inesauribile, nella quale il gesto poetico non pretende di sottrarre la vita alla temporalità e neppure di risolverne le contraddizioni, cercando piuttosto di trattenere, entro la precarietà della parola, ciò che altrimenti rischierebbe di passare senza lasciare traccia. La goccia non arresta il mare e il verso non arresta il tempo, eppure entrambi possono custodire una presenza proprio nella misura in cui non pretendono di contenerla interamente. Da questa prospettiva, l’azzurro finisce per assumere una consistenza quasi teoretica, divenendo la figura sensibile di un reale che si offre e insieme si sottrae, che può essere abitato senza essere posseduto, conosciuto senza essere esaurito.

La sua luminosità contiene la distanza, la sua quiete non cancella la profondità, la sua familiarità continua a custodire qualcosa di irriducibile. È forse entro questa tensione che “Gocce d’azzurro” lascia intravedere il proprio nucleo più persuasivo, poiché la poetessa di Gallipoli sembra affidare alla parola un compito antico, quello di salvaguardare la capacità umana di meravigliarsi dinanzi a ciò che, proprio perché quotidianamente presente, rischia maggiormente di diventare invisibile. Lo stupore può, allora, essere inteso non come sospensione del pensiero, bensì come il suo principio più esigente, perché soltanto ciò che non riteniamo definitivamente posseduto continua veramente a interrogarci. In questa fedeltà all’inesauribile la poesia trova forse la propria ragione più profonda, dal momento che non aggiunge semplicemente bellezza alla vita, quanto tenta di restituire alla vita quella profondità che la fretta dello sguardo tende continuamente a cancellare. L’azzurro di Rita Corciulo diviene così meno il colore di un paesaggio che la figura di una disposizione interiore, quella attraverso la quale il mondo, proprio quando sembrava ormai familiare, può tornare ancora una volta a sorprenderci.

Prof. Daniele Trabucco – Professore stabile di Diritto Costituzionale e Diritto Pubblico Comparato presso la SSML/Istituto di grado universitario “San Domenico” di Roma. Visiting Professor in Diritto Costituzionale presso l’Universidade Europeia di Lisbona (Portogallo). Dottore di Ricerca in Istituzioni di Diritto Pubblico nell’Universitá degli Studi di Padova

In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it 

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