Il nuovo DDL (promosso in tutta Europa) volto a contrastare l’antisemitismo, già approvato al Senato e ora al vaglio alla Camera si presenta con le migliori intenzioni: proteggere una minoranza storicamente perseguitata e contrastare l’odio. Eppure, in molti chiedono di valutare l’iniziativa oltre la superficie della retorica istituzionale, ponendo interrogativi di natura giuridica, logica e sociologica. In primis: abbiamo davvero bisogno di una nuova norma penale, o stiamo assistendo alla costruzione di un nuovo perimetro censorio?
L’ipertrofia normativa: la legge esiste già
Il nostro ordinamento (e anche quello europeo) prevede già norme severe e strutturate che tutelano da ogni forma di discriminazione, razzismo e istigazione all’odio. Dalla Legge Mancino ai successivi decreti contro i crimini d’odio, il codice penale italiano possiede molti strumenti efficaci a contrastare le discriminazioni.
L’introduzione di un DDL specifico per una sola forma di pregiudizio crea una disparità teorica tra le discriminazioni. Inoltre, risultando un doppione nei fatti, solleva interrogativi sul vero scopo dell’operazione. Purtroppo, un’analisi di geopolitica e sociologia, può dare un senso a cotanto investimento economico e politico apparentemente inutile, attraverso il riconoscimento di tecniche di manipolazione sociale ormai consolidate.
Questa pretesa di imporre un reato d’opinione nazionale per difendere l’operato bellico di un governo straniero non è un’invenzione moderna, ma una raffinata strategia imperiale che ha radici antiche, vista anche durante la conquista delle Americhe con il Requerimiento.
Criticare un governo non è razzismo
Il nodo centrale della questione sta nella pericolosa sovrapposizione tra la critica alle azioni di un governo secolare, quello israeliano e il presunto attacco all’intera comunità religiosa ebraica. Accusare di reati inaccettabili un esecutivo per le sue scelte militari, politiche o sociali, non può in alcun modo essere confuso con l’attacco verso una comunità religiosa.
A meno che non si voglia forzare la realtà e affermare che l’intero “popolo ebraico” si identifica totalmente con il governo secolare di Israele (cosa assolutamente falsa) e viceversa, trasformando per logica Israele in una teocrazia.
Se così fosse, crollerebbe il mito che chiama Israele l’unica democrazia del Medio Oriente. Una teocrazia infatti, per definizione, non può essere considerata democratica.
Non si comprenderebbe poi, per quale motivo la teocrazia debba essere ferocemente criticata e sanzionata quando si tratta di stati islamici (come l’Iran), mentre dovrebbe essere protetta da uno scudo penale quando riguarda altri contesti. Proteggere un governo straniero dall’opinione pubblica occidentale spacciando la critica politica per razzismo è un insulto alla logica, alla libertà di espressione e un atto politico a dir poco sospetto.
Provocare reattanza non è una svista
Dal punto di vista sociologico, la storia e la scienza del comportamento delle masse insegnano che la repressione legale alla critica (e all’antagonismo) verso un potere non fa altro che produrre l’effetto opposto, inasprendo il conflitto e, paradossalmente, radicalizzando le posizioni. Criminalizzare il dissenso porta a un fenomeno sociale noto e studiato che si chiama reattanza, ovvero la forza emotiva e motivazionale che spinge le persone a ribellarsi quando sentono che la loro libertà di scelta o di espressione viene minacciata, limitata o vietata.
Dunque, perché mai i governi dovrebbero agire in questa direzione controproducente, che non ammorbidisce le posizioni ma al contrario nutre lo scontro? È impensabile liquidare la cosa come “ignoranza”. La sociologia e la psicologia delle masse sono studiate come armi di distruzione di massa (ingegneria sociale) fin dagli anni ’40, con comparti dedicati quali il 4th Psychological Operations Group degli Stati Uniti. Sono quindi perfettamente note le conseguenze di una simile legge e sarebbe ridicolo pensare ad un errore strategico. La spinta deliberata verso la polarizzazione e la criminalizzazione della critica, non è una svista e tanto meno una ingenuità.
Promuovere il conflitto per ridefinire confini e regole
Creare una tensione perenne, frammentare la società in fazioni contrapposte e criminalizzare il pensiero critico è sempre servito a un solo scopo: preparare il terreno ad una stretta autoritaria ancora più forte, usando gli scontri che ne deriveranno come scusa. Il sospetto quindi, è che l’obiettivo di questa legge liberticida non serva affatto a tutela delle persone di religione ebraica bensì l’esatto contrario, ovvero alzare il livello dello scontro, sapendo che questo spingerà verso “incidenti” catalizzatori, usabili come casus belli per vari tipi di ulteriore espansione politica e militare.
Da tempo assistiamo all’applicazione sul campo del “diritto di esistere” e del “diritto alla legittima difesa” di Israele, esercitata bombardando da anni nazioni sovrane come Libano e Iran. Ma qual è il passo successivo di questa logica?
Il sentore che una istituzione ormai così militarizzata come Israele non esiti a intervenire politicamente ed anche militarmente in difesa del “diritto di esistere” degli ebrei fuori dai suoi confini (magari con ben altri scopi) è forte, soprattutto pensando proprio a quegli stati così tanto democratici da definire reato il solo criticare il “nazionalismo etno-religioso” sionista che, in quanto tale, tutto può essere tranne che democratico.
Eva Melodia – www.inatural.it
Foto copertina: immagine generata dall’AI

