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Il Superbonus, un’occasione straordinaria trasformata in una distorsione economica

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Per lungo tempo ho volutamente evitato di scrivere del Superbonus.

Non perché mancassero gli argomenti o le occasioni, ma perché, sin dalla sua introduzione, ho avuto la sensazione che ci trovassimo di fronte ad un’operazione straordinariamente complessa, destinata a generare effetti che sarebbero stati compresi solo molti anni dopo. Troppo facile, in quegli anni, lasciarsi trascinare dall’entusiasmo dei cantieri che si moltiplicavano, dei numeri che crescevano e di un settore edilizio che sembrava improvvisamente rinato. Molto più difficile, invece, interrogarsi sulle conseguenze di lungo periodo di una misura che stava riversando nel sistema una quantità enorme di risorse pubbliche attraverso meccanismi normativi, fiscali e finanziari di rara complessità.

Oggi, a distanza di anni e con i primi controlli che iniziano a produrre risultati concreti, credo sia arrivato il momento di affrontare il tema con serenità e senza pregiudizi ideologici.

Per essere chiari, il Superbonus non è stato un errore nella sua finalità. È stata probabilmente una delle più grandi operazioni di sostegno all’economia reale mai realizzate nel nostro Paese. L’errore, semmai, è stato nella sua regolamentazione, nella sua continua modifica, nella sua gestione e nella convinzione che una misura di tale portata potesse essere introdotta senza produrre profonde distorsioni economiche e sociali.

L’obiettivo era nobile: aiutare e rilanciare il settore delle costruzioni nel periodo Post Covid, migliorare l’efficienza energetica degli edifici, ridurre l’impatto ambientale del patrimonio immobiliare e sostenere l’economia dopo anni di stagnazione. Per un certo periodo tutto questo è accaduto. Le imprese hanno assunto personale, gli artigiani sono tornati ad avere lavoro, gli studi tecnici hanno visto aumentare le commesse ed il comparto edilizio è diventato uno dei principali motori della crescita economica.

Ma a quale prezzo?

La prima grande anomalia riguarda proprio i beneficiari della misura. Contrariamente alla narrazione iniziale, il Superbonus non ha aiutato in modo significativo il cittadino medio, quello che magari vive con uno stipendio ordinario, fatica ad accedere al credito e non dispone di risorse per anticipare costi e pratiche.

A beneficiare maggiormente della misura sono stati spesso coloro che possedevano già patrimoni immobiliari importanti, abitazioni indipendenti, seconde case o interi fabbricati. In altre parole, chi era già in una posizione economica favorevole ha potuto ottenere vantaggi enormi, mentre chi avrebbe avuto maggiore necessità di sostegno è rimasto spesso ai margini.

Il secondo effetto, forse ancora più grave, è stato l’aumento incontrollato dei prezzi.

Chiunque abbia affrontato una ristrutturazione negli ultimi anni lo sa bene. Il costo dei materiali è cresciuto in maniera esponenziale. Il costo della manodopera ha seguito la stessa dinamica. Le imprese, trovandosi di fronte ad una domanda praticamente illimitata e sostenuta da risorse pubbliche, hanno progressivamente adeguato i prezzi verso l’alto.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: oggi rifare un bagno, sostituire un impianto o realizzare opere edilizie ordinarie può costare anche il doppio rispetto a cinque o sei anni fa.La cosa più sorprendente è che la fine del Superbonus non ha riportato il mercato alla normalità. I prezzi sono rimasti elevati e chi oggi deve sostenere una ristrutturazione senza agevolazioni straordinarie si trova a pagare il conto di una distorsione generata da altri.

Accanto all’inflazione dei prezzi si è sviluppato un fenomeno ancora più preoccupante: la trasformazione del credito fiscale in un vero e proprio prodotto commerciale. In pochi anni si è creato un mercato enorme fatto di acquisti, cessioni, intermediazioni, compensazioni e trasferimenti di crediti fiscali. Le banche hanno assunto un ruolo centrale. Hanno acquistato crediti, applicato commissioni, selezionato operazioni e generato margini economici considerevoli. È difficile sostenere che il sistema bancario non abbia tratto importanti benefici da questa gigantesca operazione.

Ma non sono state soltanto le banche.

Intorno ai crediti fiscali è nato un mondo parallelo composto da consulenti improvvisati, procacciatori, intermediari, società veicolo e soggetti che hanno iniziato a percorrere l’Italia proponendo l’acquisto o la vendita di crediti spesso di dubbia provenienza o difficilmente verificabili.

Molti professionisti seri hanno operato con correttezza e competenza. Altri, invece, hanno alimentato un sistema nel quale il credito fiscale è diventato una merce da piazzare piuttosto che uno strumento destinato a sostenere investimenti reali.

È proprio qui che si annida il rischio più grande per il futuro.

Per anni si è ragionato come se il problema terminasse con l’emissione del credito. In realtà il vero banco di prova arriverà con i controlli. L’Agenzia delle Entrate ha già avviato verifiche sempre più approfondite ed i primi risultati iniziano ad essere significativi. Migliaia di immobili risultano ancora privi dei necessari aggiornamenti catastali nonostante gli interventi effettuati. In molti casi non si tratta necessariamente di frodi, ma di errori, omissioni, superficialità, interpretazioni normative errate o semplice imperizia.

E proprio l’imperizia potrebbe diventare la vera protagonista dei prossimi anni.

Le norme sul Superbonus sono state modificate decine di volte. Professionisti, imprese e contribuenti hanno dovuto inseguire continui cambiamenti normativi, circolari, interpelli e chiarimenti. In questo contesto è facile immaginare che molte pratiche possano presentare criticità che emergeranno soltanto durante le verifiche. Tra qualche anno migliaia di aziende potrebbero essere chiamate a dimostrare la correttezza di documenti, asseverazioni, computi metrici, fatture, bonifici e crediti ceduti più volte tra soggetti diversi.

Molte di esse saranno perfettamente in regola.

Altre potrebbero trovarsi in difficoltà non per malafede, ma per aver operato in un sistema normativo tanto complesso quanto confuso.

Il rischio è che il Paese si trovi ad affrontare una nuova stagione di contenziosi, contestazioni fiscali, recuperi tributari e procedure giudiziarie che potrebbero durare anni.

Ecco perché il giudizio sul Superbonus non può essere limitato al numero dei cantieri aperti o alle statistiche sulla crescita del PIL.

Una politica pubblica va valutata anche per le conseguenze che lascia dopo la sua conclusione. Il Superbonus ha certamente rilanciato il settore edilizio. Ha creato lavoro e generato ricchezza nel breve periodo.

Ma ha anche favorito prevalentemente chi disponeva già di patrimoni importanti, ha contribuito ad aumentare in modo permanente i prezzi delle costruzioni, ha alimentato un enorme mercato dei crediti fiscali e rischia di lasciare in eredità una lunga stagione di verifiche e contenziosi.

Le buone idee non bastano.

Servono regole semplici, controlli efficaci ed una visione di lungo periodo.

Quando questi elementi vengono meno, anche la più ambiziosa delle riforme può trasformarsi in un problema destinato a durare molto più a lungo dei benefici che aveva promesso.

Mario Vacca

In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it

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