Emozione da Sciacallo. Alliance with fear.
Resistenti come il metallo più puro e duro. Forgiati dalle esperienze estreme. I veterani delle missioni in Libano nel 1982 e in Somalia nel 1993 sono un gruppo, nonostante i silenzi dell’assenza della vita successiva.
Eccolo, il gruppo: prima e durante e dopo le guerre.
Prima: nel corso dell’addestramento che modella il corpo alla resistenza e prepara la mente all’anestesia di guerra.
Durante: Una consegna coatta al congelatore della ragione: “Sul casco delle azioni di guerra premevamo un interruttore. Per spegnere le emozioni.” Il cervello è una macchina efficiente, perfetta, quando le emozioni non lo depistano. E’ ancora lui, il veterano delle forze speciali e paracadutista della Folgore, testimone significativo per la Gazzetta dell’Emilia della sua esperienza di lavoratore migrante e di quella dei suoi compagni di squadra.
Dopo: emozioni in folle, adrenalina a mille in un motore ad alto regime e una rotazione dell’albero fuori controllo. La chimica del cervello al comando.
Giovani ma veterani
Erano quattro le squadre delle forze speciali presenti in Libano nel 1982 e in Somalia nel 1993. Otto persone per ogni gruppo di intervento. I veterani della Somalia. A trent’anni erano considerati i vecchi del mestiere. Il tempo della guerra sembra correre più velocemente.
“Eravamo conosciuti per le nostre capacità militari. Per la nostra efficienza nelle azioni di guerra. Eravamo diretti nelle azioni, autonomi nell’esecuzione e coordinati in preciso sincrono.” Le parole procedono spedite, senza volute di fumo ad aprire il sipario del ricordo. “In un blitz si è soli nell’azione, ma forti dei compagni del gruppo. Ci sono anche se non li vedi. Sai che cosa stanno facendo anche se non sono presenti. Sai come e quando agiscano. Ciascuno con la propria missione.”
E’ la procedura d’ingaggio, spiega. Un protocollo di azioni e comportamenti definiti temporalmente e spazialmente, quasi un tracciato psicologico dal quale non si deve uscire se si vuole raggiungere l’obiettivo. “E l’obiettivo non è detto sia la pace per davvero oppure il disarmo.” Il veterano ritorna a parlare della catena di comando, a dire e a descrivere l’inderogabilità degli ordini superiori. “Spesso l’obiettivo era il mantenimento dello status quo, cioè della condizione di equilibrio belligerante tra gli antagonisti. In una battuta: dovevamo mantenere le condizioni affinché la guerra potesse continuare.” Non colora di commenti l’affermazione. Dice e basta. Il veterano rimane in attesa e in ascolto del silenzio. Forse calato nell’abisso di un ricordo fisico, un edema confuso con lo strato epidermico profondo e non traducibile con le parole.
Macchine da guerra con il corpo che vibra di adrenalina. L’addestramento fisico crea dipendenza. Combattere divisi ma in sincrono li unisce. Fra di loro una solida fratellanza ispirata ad ilarità leggera. La definizione è la sua.
L’intervistato, questa volta, si identifica: lui è lo Sciacallo. “Lo Sciacallo non molla la presa ma va fino in fondo.” E’ versatile. Si adatta alla vita e all’azione in ambienti differenti.
Con lui, in squadra i compagni più stretti: Lord “per la freddezza”; Scania “perché portava con sé un modellino di un camion Scania”; Pallottola “era un collega con una grande mobilità sul terreno di guerra e capace di puntare le armi da punti inaspettati”; Biancaneve “al coordinamento di sette persone”; Diabolik “perché riusciva a muoversi in campo nemico senza che nessuno se ne accorgesse”; Caramella “un finto buono con una conformazione fisica come una caramella.”
L’alleanza con la paura
Nel blitz si è soli nell’azione ma coordinati con i compagni di squadra. “Si agisce per raggiungere l’obiettivo. Poi si abbandona il campo d’azione. Ciascuno in una direzione diversa. Perché seguire un gruppo è più facile. Catturare i componenti di un gruppo, uno a uno, è molto più laborioso. A distanza di un tempo definito ci si trova in un punto concordato. Ci si aspettava. Poi venivamo prelevati.”
Veterani di guerra in preda alle scariche di adrenalina. Con il rischio che una pallottola metta il punto della parola fine alla vita.
Sulle sabbie mobili dell’incertezza sono chiari gli obiettivi da raggiungere, ma su un terreno scivoloso e infido. Con la morte che ti guarda.
“Che cosa ero diventato. Come ero diventato. Mi dico spesso. Noi non avevamo paura.”
Lo Sciacallo si ritira ancora nel silenzio. “Non avevamo paura di niente. Hai la morte accanto. La tua unica paura è di non riuscire a fare quello che sei chiamato a fare, quello che devi fare.”
Rimodula: “La paura era una mia alleata. Era un’ombra nera a fianco. La paura ha un viso. Fluttuava nell’aria. Se giro la testa la vedo: mi guarda. La paura serve. Ti permette di fare oppure ti impedisce di fare le azioni in base alle tue capacità.”
Ancora pausa. Parole in sonno. “La nostra grande paura erano le emozioni, i sentimenti. Una ferita di guerra si può curare. Per il dolore fisico c’è la chimica, ci sono le terapie. Ma non c’è cura per alleviare un dolore emotivo.” Lo Sciacallo sperimenta nel setting dell’intervista con la Gazzetta dell’Emilia il potere catartico della parola.
“Quando ho letto l’intervista ti ho riconosciuto e ho capito che eri tu solo quando ho letto dei tuoi spostamenti con la sigaretta tra le dita davanti al registratore. Mi ha detto il Lord. Siamo rimasti io e lui. Dopo la Somalia arriviamo noi, ha detto il Lord.”
Dove vive oggi il Lord? Lontano da qui? “Non so. Di preciso non lo so. In una provincia lombarda. Non conosco la città, ma so che il Lord è presente.” Esattamente come in un blitz, nel pieno di una procedura d’ingaggio.
“Se schiaccio il pulsante della richiesta di soccorso, il Lord arriva.” Ulula acuto e sicuro, lo Sciacallo.
Dopo il Libano e la Somalia
Se il Lord sia arrivato durante la missione in Somalia oppure nella fase successiva della vita dello Sciacallo è un’informazione che rimane nel cono d’ombra dell’intervista. I fatti e i tempi di guerra si intrecciano nel magma inesplorato della memoria del militare e lavoratore migrante. Sono precise le date e le descrizioni delle missioni in Libano e in Somalia, filmate dall’occhio anestetizzato dello Sciacallo.Il resto è ignota emozione.
Dopo il Libano e la Somalia, che cosa fanno i veterani al ritorno dalle missioni di disarmo? “Ci sentivamo forti. L’addestramento militare italiano è fra i migliori, forse il migliore. Noi eravamo forti. Delle quattro squadre in molti si sono dispersi. Io facevo parte di un gruppo che è rimasto unito anche dopo le azioni militari. Con i colleghi del mio gruppo e di un altro gruppo siamo rimasti in contatto.” In stretta vicinanza emotiva. L’increspatura impercettibile della voce lo conferma. Ma ancora non si capisce se il Lord e gli altri siano arrivati prima o dopo la Somalia.
“Già nel corso del 1983 arrivano proposte a qualcuno di noi: caschi blu dell’Onu. Questa era una delle proposte di collaborazione definita da modalità e procedure formalizzate.”
Liberi di agire, cioè mercenari
Pausa. Densa di silenzio. “Poi c’erano le agenzie. Molto diverse da quelle attuali. I criteri di selezione erano molto alti. Per lavorare con una agenzia era necessaria una preparazione psicologica e fisica molto forte. Militari strutturati, si direbbe con le parole di oggi. Subito dopo il Libano circolava la voce fra di noi che Gheddafi pagasse i mercenari duecento dollari al giorno. Qualcuno di noi è andato. Al momento della richiesta economica quelli che sono andati si sono ritrovati con centoottanta lire di piombo in testa. Gheddafi e i suoi hanno risolto velocemente il problema del pagamento. Un professionista non cade in queste trappole. Perché capisce che da qualche parte si nasconde una truffa mortale.”
I veterani si avvicinano alle agenzie e ricevono le loro proposte. Come? “Attraverso il passaparola. Uno di noi passava l’informazione. E ci si metteva in contatto con la persona indicata dal collega.”
E lo si faceva per soldi? “Più per adrenalina che per soldi. L’addestramento è una formazione davvero molto dura. Che condiziona la vita successiva. Ritornati dal Libano, ritornati dalla Somalia, avevamo bisogno di azione. Di azione forte. Non potevamo stare fermi ad aspettare. Per questo motivo molti di noi si sono avvicinati alle agenzie e hanno accettato le proposte di lavoro delle agenzie. Per fare il mercenario.” Pausa. “I soldi arrivano dopo. Prima c’è l’azione.”
E si ritorna sul terreno dei blitz. Combattere divisi, lasciare il terreno di battaglia divisi, aspettarsi uniti. Una chiosa di Helmuth Karl Bernard von Moltke, che ha trasposto nell’operatività militare le teorizzazione di Carl von Clausewitz, Prussia due secoli fa.
“Rispetto alle azioni condotte con le forze speciali come mercenari avevamo una possibilità di azione molto più ampia. Innanzitutto sceglievamo noi le armi. Una volta conosciuto il campo di battaglia e definito l’obiettivo da raggiungere, decidevamo noi la tipologia dell’attrezzatura, compresa quella balistica.” Dalla terza persona plurale passa alla prima persona plurale.
“Le forze speciali hanno le procedure di ingaggio. Che è una sequenza di azioni suddivisa con precisione e assegnata con altrettanta attenzione a ciascun militare. Si deve rimanere in quel tracciato. Senza interpretazioni personali.
E’ così, quindi si deve fare così. Punto. Un mercenario decide come fare. In un certo senso un mercenario riassume le funzioni del punto di osservazione e allarme e definisce la procedura di ingaggio. Decide lui per se stesso, in funzione dell’obiettivo da raggiungere.
Negli anni Novanta la potenzialità di un mercenario era valutata uno a novantanove. Le azioni non si basavano sul caso. Ma sulla certezza della competenza e sulla solidità dell’addestramento. E dell’anestesia emotiva.
Un uomo solo valeva l’azione di un gruppo di novantanove persone. Per il tipo di addestramento che lo aveva formato. Gli anni Ottanta e Novanta hanno visto addestramenti molto forti. Negli anni Novanta, nonostante l’orientamento restrittivo per le risorse destinate alla difesa, il Governo Berlusconi aveva investito molto anche sulle nuove tecnologie.”
Chi erano e chi sono i committenti dei mercenari? “Uno lo abbiamo citato. I committenti sono gli Stati per motivi di difesa oppure di conquista dei territori. I privati per diversi motivi. In Ecuador, per esempio, ci siamo occupati dei desaparecidos. E qualche volta sono le organizzazioni internazionali che devono garantire la pace. Spesso la richiesta fatta ai mercenari è di mantenere le condizioni di incertezza che permettono la prosecuzione della guerra. Lo abbiamo già detto. I mercenari negli anni Novanta erano pochi e super addestrati. Adesso sono migliaia.”
Per soldi o per adrenalina? “Credo per soldi. Anche se questo è un tema controverso. Come il rapporto con la morte. Quando parti non sai se torni. Io non avevo paura di niente perché la morte era vicino a me. Il ritorno era un’incognita.
Ad ogni ritorno spendevo soldi, molti soldi. Se solo avessi messo da parte una piccola parte di quei soldi ora sarei molto ricco. Ma tu non sai se ritorni. Non hai paura, ti senti invincibile. Ma non parti per soldi.”
I mercenari di oggi non sono considerati uno a novantanove. “No. Fra i mercenari di oggi ci sono anche degli improvvisati. E persone alla ricerca di visibilità, in vita e in morte. Si pensi a quello che ha dichiarato: vi faccio vedere come muore un italiano. Non lo chiamo per nome. Dico solo che cosa pensa un professionista di una persona che dice una cosa del genere: è un improvvisato, per non dire altre cose che è meglio non pubblicare.”
La terapia del tempo
In sonno, nel privato del silenzio, invece, le azioni da mercenario dello Sciacallo e del Lord.
Una linea lieve, più chiara della carnagione, segna un punto del viso dello Sciacallo. Il tempo l’ha mimetizzata. “Mi avevano agganciato qui – indica con il dito – con il gancio di un elastico per pacchi. L’elastico era teso ed era assicurato ad una stufa. Non potevo muovere le braccia. Un gioco macabro di alcuni bracconieri in Ecuador che pensavano io fossi lì per loro. Quando tutto è finito e sono ritornato ad avere braccia e gambe libere io non sono scappato. L’adrenalina era un violento fiume in piena e io volevo uccidere, qui e subito, chi mi aveva arpionato al volto.” Ma questa è un’altra storia. Solo l’inizio del lavoro migrante da mercenario.
Francesca Dallatana
In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it
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