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Sardegna, Cala Finanza: quando il lusso diventa occupazione del territorio

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La chiamano valorizzazione e te la vendono come modernizzazione ed infine te la raccontano come opportunità internazionale per la Sardegna. Ma dietro il progetto che minaccia l’area di Tavolara si intravede qualcosa di molto diverso: l’ennesima operazione di conquista economica di un territorio fragile, piegato alle esigenze della grande finanza immobiliare.

Questo non è turismo e tanto meno sviluppo sostenibile. È invece estrazione di valore.

Cala Finanza rischia di diventare il simbolo perfetto di una Sardegna trattata come periferia disponibile, un luogo da consumare per alimentare rendite private che nasceranno altrove, lontano dall’isola e dai suoi interessi reali.

Perché quando una holding internazionale come la Tavolara Bay s.r.l. che è una società di sviluppo immobiliare con sede a Milano, ma partecipata principalmente dalla holding brasiliana Jhsf Participações, per capirci quella della catena di hotel di lusso Fasano, ottiene il via libera per resort esclusivi, campi da golf, porti turistici e nuove edificazioni in una delle aree più delicate del Mediterraneo, contro il parere di enti locali, Regione, Soprintendenza, Ministero della Cultura e organismi ambientali, il problema non è più urbanistico. Diventa politico. E perfino culturale.

Ma allora dobbiamo porci una semplice domanda: chi governa davvero il territorio sardo?

Negli ultimi anni la Sardegna è stata trasformata in una vetrina di lusso destinata a investitori, fondi immobiliari e gruppi finanziari internazionali spesso speculativi che vedono nelle coste isolane non un ecosistema da proteggere, ma un asset da monetizzare. La terra perde identità e diventa prodotto. Il paesaggio smette di essere patrimonio collettivo e si trasforma in merce premium.

Il paradosso è che tutto questo avviene usando il linguaggio dello sviluppo economico.

Ma quale sviluppo lasciano dietro di sé disboscamento, cementificazione e privatizzazione progressiva degli spazi costieri? Quale crescita producono resort chiusi, turismo elitario e lavoro stagionale precario mentre il valore immobiliare esplode e i residenti vengono lentamente espulsi dal proprio territorio?

Il modello è sempre lo stesso: enormi promesse iniziali, rendering spettacolari, slogan sulla competitività internazionale e poi, nella realtà, un’economia dipendente, fragile e subordinata agli interessi esterni.

La Sardegna viene raccontata come una regione arretrata che dovrebbe sentirsi fortunata di ricevere capitali stranieri. Ma questa narrazione nasconde un elemento decisivo: i territori insulari non sono obbligati a svendersi pur di attrarre investimenti.

Esiste una differenza enorme tra apertura economica e colonizzazione finanziaria.

Nel caso di Cala Finanza il punto più inquietante non è nemmeno il progetto in sé. È il precedente politico che crea. Perché se un’area protetta può essere aggirata attraverso procedure straordinarie e autorizzazioni centralizzate, allora il principio stesso di tutela territoriale perde significato, anche quello costituzionale.

In questo modo qualunque vincolo ambientale diventa negoziabile. Qualunque costa può essere reinterpretata come opportunità immobiliare. Qualunque resistenza locale può essere superata in nome dell’interesse economico superiore.

E infatti il messaggio lanciato agli investitori è chiarissimo: in Sardegna il paesaggio può essere trattato come leva finanziaria.

Il vero conflitto non è tra ambientalismo e sviluppo, come qualcuno prova superficialmente a sostenere. Il vero conflitto è tra due idee opposte di economia.

Da una parte c’è chi considera il territorio una risorsa limitata, da proteggere perché irripetibile. Dall’altra chi lo vede come capitale immobiliare da sfruttare fino all’ultima plusvalenza disponibile.

In mezzo resta una popolazione che troppo spesso assiste impotente alla trasformazione delle proprie coste in zone economiche speciali per ricchi investitori e turismo ultra-esclusivo.

La Sardegna non ha bisogno di diventare una piattaforma per operazioni speculative mascherate da rilancio occupazionale. Ha bisogno di infrastrutture vere, mobilità sociale in libero mercato, trasporti accessibili, innovazione produttiva, lavoro stabile e tutela rigorosa del proprio patrimonio naturale.

Perché un’isola che distrugge la propria unicità per rincorrere capitali veloci finisce inevitabilmente per perdere entrambe le cose: il paesaggio e l’autonomia economica.

Cala Finanza rischia di essere esattamente questo.

Non un progetto di crescita, ma il simbolo di una Sardegna progressivamente espropriata del diritto di decidere cosa diventare.

Andrea Caldart

Foto copertina: immagine generata dall’AI

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