C’è una differenza enorme tra usare la forza per difendere i propri confini, o per occupare quelli altrui, soprattutto se si tratta di stati ricchi di risorse e giacimenti petroliferi.
Nel Medio Oriente con l’intervento bellico scatenato dagli Stati Uniti e Israele, questa differenza è stata cancellata e, la guerra non è più l’ultima possibilità di governi incapaci di trovare un compromesso: è diventata una convinzione ideologica. Una fede brutale secondo cui le bombe possono fare ciò che la diplomazia non ha la pazienza, o la volontà, di affrontare.
Quando la politica entra in questa dimensione smette di ragionare in termini di responsabilità. Non valuta più i costi umani delle proprie decisioni, ma inizia invece a giustificare tutto, anche l’ingiustificabile, persino la morte dei bambini.
Nei bombardamenti americani in Iran, infatti, sono state uccise anche delle ragazzine in una scuola, dilaniate da missili che nei comunicati militari diventano semplicemente “danni collaterali”.
Una formula fredda, quasi burocratica, inventata per rendere digeribile l’orrore.
Ma la verità è molto più semplice e molto più brutale: quelle bambine sono state uccise da una guerra che qualcuno aveva pianificato di scatenare da tempo.
Il copione si ripete secondo quello che molti definiscono il “modello Gaza”. Israele invoca la presenza dei Pasdaran e di Hezbollah, il primo un’organizzazione militare e, il secondo invece, paramilitare, ma la loro esistenza e il loro ruolo sono oggetto di molte controversie, come giustificazione per operazioni militari e interventi nei territori di Iran e Libano. Una dinamica che, secondo questa lettura critica, ricorda quanto avvenuto a Gaza, dove la distruzione su larga scala è stata motivata dalla necessità di colpire gli ultimi militanti di Hamas. Tutto ciò sarebbe avvenuto nel sostanziale silenzio o nella limitata reazione della comunità internazionale, mentre le accuse di genocidio sono rimaste senza conseguenze giudiziarie definitive.
Ed è qui che la narrazione ufficiale comincia a incrinarsi.
Negli ultimi anni Stati Uniti e Israele non si sono limitati a essere alleati strategici. Hanno finito per condividere la stessa visione del mondo: la convinzione che la sicurezza non si costruisca con equilibri imperfetti, ma con la dimostrazione permanente della forza.
Non una forza difensiva o una forza dimostrativa, ma una forza punitiva, soprattutto una forza che deve ricordare a tutti chi decide e chi comanda.
Israele ha costruito gran parte della propria strategia su questa logica: quella della fortezza assediata che risponde a ogni minaccia con una superiorità militare ancora più schiacciante. Ogni attacco deve essere più duro del precedente. Ogni risposta più devastante della provocazione, così la deterrenza diventa spettacolo e la guerra diventa linguaggio.
Gli Stati Uniti, che per decenni hanno parlato il linguaggio della diplomazia globale, hanno progressivamente adottato lo stesso paradigma. Non è più solo un’alleanza geopolitica, ma tra Israele e Usa ormai, è una convergenza di visione.
Ma questa convergenza ha anche un volto politico molto preciso.
L’attuale escalation con l’Iran porta la firma dell’amministrazione di Donald Trump, che ha scelto la strada dello scontro diretto. Una scelta che molti osservatori leggono non come un atto di autonomia strategica americana, ma come l’ennesima dimostrazione dell’enorme influenza esercitata da Benjamin Netanyahu sulla politica mediorientale di Washington.
In altre parole: la guerra che oggi incendia il Medio Oriente non è solo una decisione americana. È il risultato di un rapporto politico-economico in cui Washington finisce sempre più spesso per seguire la linea di Tel Aviv.
Questo è uno degli aspetti meno raccontati di questa crisi.
Il conflitto con Iran viene presentato come una battaglia necessaria per fermare una minaccia esistenziale, che ancora non ha una dimostrazione certa se non le sole parole di Trump. Ma dietro questa narrativa si muove una realtà molto più complessa: la volontà di mantenere un ordine regionale dominato da chi impone la propria superiorità militare e la protezione americana.
Un ordine in cui alcuni Stati si arrogano il diritto di stabilire quando la guerra è legittima e quando non lo è.
È una prerogativa imperiale, anche se nessuno la chiama più così.
Il problema è che la forza militare, per quanto devastante, ha limiti molto chiari. Può distruggere infrastrutture, può eliminare leader, può rovesciare governi, a non potrà mai costruire stabilità, o creare legittimità, come non può cancellare l’odio che le bombe inevitabilmente producono.
Quando la violenza viene investita di questa missione impossibile nasce quello che potremmo definire il fanatismo della potenza: la convinzione che la superiorità militare equivalga automaticamente alla superiorità morale.
È un fanatismo diverso da quello religioso che spesso viene attribuito al Medio Oriente. È più sofisticato, più tecnologico, più vestito di retorica democratica., ma per questo non meno pericoloso.
Perché quando una potenza comincia a credere che le sue bombe rappresentino la giustizia, ogni limite scompare. Anche la morte di bambine in una scuola diventa un dettaglio statistico e il risultato è una spirale.
Va ricordato che ogni guerra ne prepara una successiva.
La sicurezza promessa dalla forza si allontana sempre di più, ma la risposta resta sempre la stessa: più forza, più armi, più guerra, che è il destino di tutte le potenze che finiscono per credere nella propria invincibilità.
All’inizio la violenza è veicolata come uno strumento per poi farla diventare un’abitudine, ed infine un’identità.
E quando una nazione costruisce la propria identità sulla guerra smette di chiedersi se un conflitto sia giusto, comincia soltanto a chiedersi se sia possibile vincerlo.
Il mondo si trova oggi davanti a questo terribile passaggio storico perché non è solo una crisi regionale tra Stati Uniti, Israele e Iran, ma è un test molto più grande ovvero, quale idea di potere prevarrà nel XXI secolo.
Se la guerra verrà accettata come uno strumento normale di gestione degli equilibri globali, allora questa non sarà l’ultima, sarà soltanto una delle tante che seguiranno.
Perché quando la forza diventa una fede, pretende sempre nuovi sacrifici.
Andrea Caldart
Foto copertina: immagine generata dall’AI

