Dopo aver affrontato gli aspetti scientifici e le promesse legate all’Einstein Telescope, la discussione entra ora nel terreno più delicato e meno esplorato del progetto: il rapporto tra una delle più grandi infrastrutture di ricerca mai concepite in Europa e un territorio fragile, complesso e già segnato da profonde trasformazioni economiche e ambientali.
Se la comunità scientifica guarda a Sos Enattos come a un luogo ideale per ascoltare le onde gravitazionali provenienti dagli angoli più remoti dell’universo, per i cittadini della Barbagia e delle aree limitrofe le domande sono inevitabilmente altre: quali saranno gli effetti reali di decenni di cantieri e attività sotterranee? Quali garanzie esistono per la tutela delle falde, degli ecosistemi e del patrimonio minerario? E soprattutto, quanto peseranno sulle comunità locali i costi ambientali, sociali e infrastrutturali di un’opera che viene presentata come strategica per l’intera Europa?
La sfida non riguarda soltanto la fattibilità scientifica dell’Einstein Telescope, ma la sua compatibilità con un territorio che non può essere considerato una semplice piattaforma tecnica. Per questo, al di là delle dichiarazioni di principio e delle promesse di sviluppo, è necessario entrare nel merito delle criticità, delle incognite ancora aperte e delle responsabilità che accompagnano un progetto di queste dimensioni.
Con il professor D’Urso affrontiamo quindi i temi più concreti e controversi: dagli impatti ambientali alla gestione degli enormi volumi di materiale di scavo, dalla tutela del Parco Geominerario al destino del patrimonio storico di Sos Enattos, fino alle ricadute che questa infrastruttura potrebbe avere sulle comunità che vivono quotidianamente il territorio.

Perché la vera questione non è soltanto cosa l’Einstein Telescope potrà osservare nell’universo, ma cosa lascerà sul territorio che lo ospiterà.
Professore, ET potrà anche prevedere eventi futuri?
Quello che facciamo in genere è una statistica che predice un rate, cioè un numero di eventi inun’unità di tempo; poi alla luce di questo rate si fanno delle previsioni anche per il futuro. Tenga presente che stiamo parlando di eventi che sono molto distanti da noi, avvenuti molto tempo fa; inrealtà, quando io faccio il rate di quello che potrò osservare tra dieci anni, sto facendo il rate di quello che è avvenuto qualche miliardo di anni fa.
Dal punto di vista ambientale, che impatto avranno la costruzione di ET e il suo funzionamento a pieno regime? Quali problematiche potrebbero verificarsi a livello idrogeologico, floristico e faunistico, ecc.?
Ricordiamo anzitutto che ET sarà un laboratorio sotterraneo, in sostanza quasi “invisibile” sul territorio. A regime resteranno visibili gli accessi, gli edifici di servizio e le infrastrutture di supporto, e gli edifici dell’Osservatorio nell’area della miniera. L’impostazione del progetto è, fin dall’inizio, quella di ridurre il più possible l’impatto sul territorio, sia durante la costruzione sia durante il funzionamento dell’infrastruttura. Le soluzioni studiate puntano a infrastrutture efficienti, sostenibili sotto il profilo energetico e
compatibili con il paesaggio, con particolare attenzione alla qualità dei servizi per il territorio e alla fruibilità del sito. In questa logica rientrano anche interventi accessori come il miglioramento della viabilità locale, il potenziamento delle connessioni digitali, il risparmio energetico, l’uso di tecnologie solari e la valorizzazione del sito di Sos Enattos come luogo di ricerca, visita e divulgazione scientifica. Anche gli edifici e i laboratori di superficie sono pensati per inserirsi nel paesaggio con soluzioni costruttive e impiantistiche sostenibili, e architetture in linea con il territorio. Dal punto di vista tecnico, il percorso progettuale prevede indagini e studi specialistici molto ampi, proprio per valutare in modo accurato gli effetti dell’opera sul contesto locale. Fra questi rientrano studi geologici, idrogeologici, idrologici, idraulici, geotecnici, sismici, ambientali, archeologici e paesaggistici, in cui sono coinvolte direttamente anche le università sarde, oltre alla valutazione preliminare di impatto ambientale. Questo consente di analizzare gli effetti sulle diverse componenti ambientali, confrontare alternative progettuali e definire eventuali misure di mitigazione. È importante aggiungere che non si parte da zero. Una parte significativa del lavoro istruttorio è già stata impostata e condivisa nel quadro del progetto di prefattibilità, anche attraverso il confronto con tutti gli stakeholder istituzionali competenti in sede di Conferenza dei Servizi preliminare, che ha dato parere positivo il 7 novembre 2025 all’unanimità. Per quanto riguarda gli aspetti idrogeologici, la tutela delle acque sotterranee e delle falde è un punto centrale. La progettazione impone la localizzazione delle acque sotterranee, la caratterizzazione dei terreni di scavo e la definizione del quadro idrogeologico e geotecnico. In altre parole, la protezione delle acque non è un tema marginale, ma una parte essenziale del percorso progettuale e autorizzativo, in cui abbiamo coinvolto le migliori competenze regionali e nazionali, come l’INGV. La normativa vigente è molto stringente sulla tutela delle falde acquifere e verrà rispettata integralmente. Per flora, fauna ed ecosistemi, la valutazione puntuale dipenderà dagli esiti degli studi ambientali e delle procedure autorizzative. Quello che si può dire già ora è che il progetto impone il confronto tra stato ante operam e post operam, la verifica degli impatti ambientali, la previsione di attività di monitoraggio e l’individuazione di misure di mitigazione e manutenzione ambientale. Un tema importante sarà anche la gestione del materiale di scavo. L’indirizzo è quello di valorizzarlo il più possibile, privilegiandone il riuso, sia all’interno dell’opera sia, dove compatibile, per interventi di recupero ambientale, stabilizzazione dei versanti, risistemazione dei reticoli idrografici o riempimento tecnico di cavità minerarie dismesse. Inoltre, una delle caratteristiche considerate favorevoli della soluzione italiana è la concentrazione dell’attività principale di estrazione in un solo vertice, così da ridurre l’estensione dell’impatto, il traffico di trasporto e il disturbo sul territorio. Anche su questo fronte esistono già azioni concrete: la programmazione regionale richiama una linea di lavoro specifica sui materiali da scavo, con attività di caratterizzazione già finanziate e con l’obiettivo di costruire un piano di riuso utile sia al progetto sia al territorio.
In sintesi, impatti ambientali potenzialmente significativi sono possibili, come in qualsiasi grande infrastruttura, ma il progetto è costruito proprio per identificarli in anticipo, valutarli in modo approfondito e ridurli attraverso scelte progettuali, monitoraggi, misure di mitigazione e miglioramento di alcuni aspetti legati all’ambiente. Un buon esempio in tal senso sarà l’integrazione del sito di ET con i servizi sul territorio, che mira a potenziare le infrastrutture per le comunità locali, quali ad esempio strade, ferrovie, nel pieno rispetto delle caratteristiche di basso rumore che rendono il sito sardo così unico per le delicate osservazioni sulle onde gravitazionali che ET si propone di eseguire.
Il sito di Sos Enattos rientra nel Parco Geominerario della Sardegna, patrocinato dall’UNESCO dal 1998. C’è il rischio che la costruzione di ET possa danneggiare il patrimonio storico minerario dell’area?
L’obiettivo dichiarato è valorizzare il patrimonio storico-minerario anche all’interno di una nuova funzione scientifica, culturale e territoriale del sito. La prospettiva è quella di sviluppare il museo della miniera, recuperare i locali ricettivi, creare spazi dedicati alla scienza e alle tecnologie di ET e leggere la storia del sito in continuità, dalle attività minerarie tradizionali alla nuova esplorazione scientifica del sottosuolo e dell’universo. Anche il futuro centro di accoglienza per i visitatori si colloca in questa logica di valorizzazione. Naturalmente, questo non significa che il tema sia lasciato alle sole intenzioni. Il quadro tecnico richiede la caratterizzazione del contesto storico-archeologico e paesaggistico, la ricognizione dei vincoli e la localizzazione delle eventuali interferenze. La tutela del patrimonio storico-minerario e paesaggistico è quindi parte integrante del percorso autorizzativo e progettuale. Anche qui è utile ricordare che il progetto di prefattibilità ha già affrontato un passaggio di confronto con gli enti competenti attraverso la Conferenza dei Servizi preliminare, quindi anche con l’Ente Parco Geominerario che ha dato parere positivo. Le verifiche sulle possibili interferenze con il patrimonio sono già entrate nel lavoro istruttorio svolto sul progetto. Il progetto è tenuto a verificare in modo rigoroso tutte le possibili interferenze con il patrimonio storico, archeologico e paesaggistico, e questo lavoro è già stato avviato.
Chi lavorerà alla costruzione? Quanti saranno operatori locali e quanti provenienti da fuori Sardegna o dall’estero?
Ad oggi non è possibile fissare una quota precisa di operatori locali, nazionali o internazionali, perché questo dipenderà dalla struttura delle gare, dai consorzi o dalle imprese che si aggiudicheranno i lavori, dal tipo di specializzazione richiesta e dall’organizzazione concreta del cantiere. Per un’infrastruttura di questa complessità è normale aspettarsi una combinazione di personale altamente specializzato e di personale tecnico, operativo e di supporto che potrà essere selezionato o formato localmente. La provenienza del personale sarà un mix di competenze locali, nazionali e internazionali, favorendo una fertilizzazione incrociata di competenze. Quello che si può dire con maggiore solidità è che, secondo gli studi preliminari disponibili, nella fase di costruzione la quota più rilevante dell’impatto economico e produttivo è attesa a livello regionale e nazionale e interesserà soprattutto le filiere dell’edilizia, della meccanica, degli studi tecnici ingegneristici e geologici, dei trasporti, del commercio, dell’ospitalità e della ristorazione. Questo suggerisce che il coinvolgimento del tessuto produttivo locale e regionale potrà essere significativo, soprattutto nei servizi, nelle lavorazioni non di nicchia e nell’indotto.
In termini stimati, nella configurazione a triangolo l’effetto occupazionale complessivo della fase di costruzione, considerando effetti diretti e indotti, è valutato in circa 3.500 unità equivalenti a tempo pieno ogni anno per 9 anni; nella configurazione a L il valore indicato è circa 2.800 unità annue
equivalenti. Poiché le professionalità si alterneranno nelle diverse fasi, il numero effettivo delle persone coinvolte nel tempo sarà molto maggiore di questi equivalenti annui. In concreto, è realistico attendersi che le mansioni più specialistiche facciano riferimento a competenze molto qualificate e rare da trovare anche a livello internazionale, mentre per una parte delle attività tecniche, operative, logistiche e di supporto si possa attivare una partecipazione locale significativa, soprattutto se accompagnata da adeguate politiche di formazione e di preparazione del territorio.
Andrea Caldart
Con la collaborazione di Elisa Gestri
Foto copertina: immagine generata dall’AI

