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Libertà d’informazione: la battaglia di Stefania Maurizi

da | Set 14, 2022 | Inchieste

Stefania Maurizi, giornalista italiana che ha lavorato al fianco di WikiLeaks, sta conducendo una battaglia legale contro i governi di USA, UK, Australia e Svezia per ottenere i documenti del caso Assange.

Cos’è un FOIA?

La normativa FOIA (Freedom of information Act) stabilisce il diritto di ogni cittadino a consultare la documentazione della pubblica amministrazione, nei limiti posti a tutela di interessi pubblici e privati.

L’obiettivo del FOIA è rendere i cittadini più partecipi al dibattito pubblico, ma anche permettergli di monitorare le azioni dell’amministrazione.

Qualunque cittadino può richiedere un FOIA, senza dover dare spiegazioni o motivazioni.

La richiesta, tuttavia, può essere respinta in caso di rischi in ambito di:

– Sicurezza pubblica e nazionale

– Questioni militari

– Rapporti internazionali

– Equilibrio economico e politico del Paese

– Libertà personali e proprietà intellettuali

Il caso svedese e l’inizio della battaglia legale

La battaglia legale di Stefania Maurizi inizia nel 2015, mentre Assange si trova nell’ambasciata ecuadoriana.

Nel 2010 viene avviata un’indagine per stupro, molestie sessuali e coercizione ai danni di due donne svedesi.

Assange nega le accuse, ma si rende disponibile alle autorità svedesi che ne ordinano l’arresto.

Inizialmente, la procuratrice Eva Finnè decide di annullare l’ordine di arresto e chiude l’indagine per stupro, proseguendo solo quella riguardante le molestie. Assange viene quindi interrogato.

Due giorni dopo, il caso passa nelle mani della procuratrice Marianne Ny, che riapre l’indagine per stupro e amplia quella per molestie.

Dopo diverse settimane dall’apertura dell’inchiesta, Assange ha il permesso di lasciare la Svezia e volare a Berlino, e successivamente a Londra, per questioni lavorative.

Solo a questo punto, la procuratrice Marianne Ny richiede un interrogatorio.

La difesa di Assange propone che si svolga a Londra fisicamente o tramite videolink, ma Ny insiste perché l’indagato si presenti in Svezia (nonostante la legge preveda la possibilità di svolgere un interrogatorio a distanza).

La Svezia attiva quindi l’Interpol con un mandato di arresto europeo, benché si tratti di un’indagine preliminare che non giungerà mai alla formulazione di un’accusa.

Assange non arriverà mai nel Paese scandinavo, richiedendo asilo politico nell’ambasciata dell’Ecuador.

Il timore del fondatore di WikiLeaks è che, una volta arrivato in Svezia, gli USA ne richiedano l’estradizione.

Per questi motivi, un magistrato italiano convince Maurizi a indagare sui comportamenti insoliti della Svezia e, quindi, a richiedere un FOIA nell’agosto del 2015.

La richiesta viene accolta.

“La Svezia mi ha rilasciato pochissime pagine di documenti, 226 pagine, però cruciali.

In questi documenti c’era la corrispondenza del Crown Prosecution Service (più alto organo di indagine della magistratura di Inghilterra e Galles, n.d.a.) e si scopre che sono state le autorità inglesi a dire ai procuratori svedesi ‘non venite qui, interrogatelo solo dopo averlo estradato in Svezia’.

Questa decisione di non andare lì e insistere sull’estradizione è ciò che ha creato una paralisi, perché Assange non si è mai opposto all’essere interrogato”

L’insistenza delle autorità affinché l’estradizione avvenga in tempi brevi, come si legge nei documenti, è anche dovuta al tentativo di “evitare conflitti con un probabile appello alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo”.

Stefania Maurizi rivolge un FOIA al Crown Prosecution Service, con l’obiettivo di fare chiarezza sui rapporti tra Svezia e UK. Questo, però, rifiuta di collaborare.

Si giunge quindi in tribunale, dove Maurizi vince la causa e ottiene il rilascio di 439 pagine di documenti.

Anche in questo caso, la corrispondenza fornisce informazioni cruciali.

Pochi giorni dopo l’ingresso di Assange nell’ambasciata, un giornale svedese ipotizza l’archiviazione del caso da parte della procuratrice svedese Marianne Ny.

Ma la replica del Crown Service è di “non azzardarsi a farlo”.

Paul Close, avvocato del CPS, invita inoltre la autorità svedesi a non trattare il caso “semplicemente come un altro caso di estradizione”, e di non preoccuparsi per i costi esosi.

La corrispondenza, tuttavia, mostra alcuni problemi.

Ci sono dei vuoti molto significativi, in particolare relativi al periodo in cui Assange richiede asilo politico all’ambasciata ecuadoriana.

Il Crown Service replica agli avvocati di Maurizi dicendo di aver cancellato le mail dopo il pensionamento di Paul Close.

Ad oggi, non è chiaro se si sia trattato di incompetenza o di una volontaria distruzione di prove.

“Siamo nel 2022. Le autorità inglesi non hanno fornito alcuna spiegazione, dopo cinque anni nessuno ha ordinato un’ispezione per capire cosa è successo.

È assolutamente sospetto”.

Altro dato interessante, è il fatto che in nessuna corrispondenza vengano citati gli USA.

Un’assenza che si fa notare, considerando che Assange ha richiesto asilo politico proprio per il timore che la Svezia avesse potuto estradarlo negli Stati Uniti.

“Non sappiamo tantissimo del caso. Tutta la documentazione che ho ottenuto con il FOIA fa fortemente propendere per uno scenario con il caso svedese lasciato alla fase preliminare per oltre 9 anni, in modo tale da tenere Assange 9 anni lì a Londra e distruggerlo, lasciargli appiccicata questa etichetta da ‘stupratore’, senza essere nemmeno stato rinviato mai a giudizio”.

La Svezia abbandona il caso nel 2019, con la caduta in prescrizione delle accuse. I punti interrogativi su questa vicenda sono ancora molti, ma la battaglia legale continua.

Spionaggio verso WikiLeaks

A questa lotta giudiziaria se ne intreccia un’altra, che riguarda tre giornalisti di WikiLeaks: Kristinn Hrafnsson (attuale direttore), Sarah Harrison e Joseph Farrell. Nel 2015, i tre dichiarano che il Dipartimento di Giustizia americano è entrato in possesso delle loro mail e dei metadati di Google.

“Parliamo di un governo che, segretamente, chiede tutte le comunicazioni dei giornalisti senza che questi sappiano nulla, vedano un mandato. Tutto segreto.

Pone dei problemi per la libertà di stampa devastanti”.

I dati sono stati richiesti dagli USA sulla base di presunti mandati di “cospirazione” e “spionaggio”, che potrebbero costare 45 anni di carcere allo staff di WikiLeaks. 

Google ha reso nota la richiesta del DOJ solo due anni dopo, privando i giornalisti della possibilità di difendersi.

Nel 2017, Stefania Maurizi invia un FOIA a Scotland Yard, basandosi sul fatto che due dei tre giornalisti sono cittadini britannici.

Scotland Yard, inizialmente, si astiene dal confermare o negare il possesso di documenti relativi al caso.

Dopo di che, dichiara che non può essere una cittadina italiana a richiedere quei documenti, ma devono essere Harrison e Farrell, i due giornalisti britannici, a farlo. Tuttavia, i due avevano già dato pieno consenso a Maurizi per ottenere i documenti.

Si arriva quindi in tribunale, dove la giornalista vince la causa.

A questo punto, il Dipartimento di Polizia ammette di avere i documenti, ma si rifiuta di consegnarli sostenendo che sarebbe potuto diventare un precedente e portare al rilascio di informazioni di attività anti terroristiche.

Inoltre, sarebbero potute nascere difficoltà nei rapporti tra UK e USA.

La giornalista, insieme ai suoi avvocati, critica fortemente il comportamento di Scotland Yard e riconferma l’importanza della sua battaglia legale.

“Niente è normale in questo caso. Julian Assange e i giornalisti di WikiLeaks sono stati oggetto di continue intimidazioni e indagini per oltre un decennio per aver rivelato crimini di guerra e torture.

Sono stati spiati nell’ambasciata ecuadoriana, si è discusso di avvelenare Assange, e ora Scotland Yard sta usando esenzioni per la sicurezza nazionale e l’antiterrorismo contro questi giornalisti, mentre Julian Assange rischia di passare la vita in prigione.

Ciò che io e i miei avvocati abbiamo portato alla luce finora fornisce prove inconfutabili di un comportamento estremamente sospetto da parte delle autorità coinvolte in questo caso. È fondamentale continuare a lottare per ottenere i documenti. Non lasceremo nulla di intentato”.

Dalla parte di Maurizi si schiera anche il National Union of Journalism, sindacato dei giornalisti britannico, che rilascia una dichiarazione.

“Vogliono far passare che le comunicazione di Scotland Yard sono equiparate a quelle dei servizi segreti, e quindi sono esentate dal FOIA”.

Scotland Yard fa un ulteriore ricorso per definire se sia possibile, per una giornalista non britannica e non presente su suolo britannico, citare in giudizio le autorità per un FOIA.

Nel 2021, il tribunale riconosce che non possono esserci limitazioni territoriali nella richiesta di un FOIA.

Ad oggi, la battaglia legale con le autorità inglesi è ancora in corso.

La posizione degli Stati Uniti

Maurizi manda una richiesta di FOIA anche alle autorità statunitensi, le quali si rifiutano di rispondere per due anni.

Solo nel 2020, le autorità cominciano a rilasciare materiale. Ma si tratta perlopiù di documenti redatti e censurati.

l Dipartimento di Stato USA rilascia circa 30/100 documenti al mese, completamente bianchi o censurati.

Il team legale della giornalista si attiva, perciò, richiedendo al Dipartimento di rilasciare la documentazione relativa al caso WikiLeaks.

La battaglia legale per ottenere i documenti statunitensi è ancora in corso, soprattutto in vista della possibile estradizione di Assange.

La posizione dell’Australia

L’Australia, paese natale del fondatore di WikiLeaks, è spesso considerata “l’assente lampante” nel caso.

Lo stesso Assange ha accusato l’Australia di averlo abbandonato e di supportare la persecuzione degli Stati Uniti nei confronti della sua organizzazione.

Per comprendere la posizione dell’Australia, Maurizi ha richiesto un FOIA.

Ma ha dichiarato che il sistema di FOIA in Australia è il più problematico e il meno trasparente di tutti.

Dopo la richiesta della giornalista di ottenere i documenti relativi al caso, il governo decide di redigere pesantemente la corrispondenza.

Segue quindi un appello al OAIC (Office of the Australian Information Company), un ufficio indipendente che si occupa di rivedere le decisioni del governo e ascoltare i reclami. Ma ci vogliono più di due anni.

Non si tratta di un caso isolato, ma di una preoccupante tendenza causata dalla mancanza di un meccanismo di appello efficiente e tempestivo.

Ciò facilita i dipartimenti governativi nel negare i documenti, sapendo che i ricorsi possono richiedere anni.

Nel marzo del 2021, si tiene un’udienza a Canberra per decidere se la giornalista abbia il diritto di accedere ai documenti riguardanti Assange e WikiLeaks. 

È importante notare che l’udienza si tiene alle 10 di mattina (orario locale), che per Maurizi, che si trova in Italia, corrispondono alle 2 di notte.

Il Dipartimento degli Affari Esteri difende la propria decisione sostenendo che il rilascio di documenti metterebbe a rischio i rapporti con UK e USA , portando a una “perdita di fiducia”.

Una battaglia senza precedenti

Quella di Stefania Maurizi è una lotta che non ha precedenti, e che interessa tutti coloro che hanno a cuore giustizia e democrazia.

Si tratta di una giornalista italiana che, contando solo sulle proprie risorse, ha alzato la voce verso i governi di quattro Stati, in tre diversi continenti.

Tutto ciò, mettendo a rischio il proprio lavoro e la propria sicurezza.

La reticenza dei governi a consegnare i documenti relativi al caso è forte, e sono ancora molti gli elementi tenuti nascosti agli occhi della società.

Per questo, l’obiettivo di Maurizi non è solo ottenere giustizia per Assange e per i giornalisti di WikiLeaks, ma è anche difendere il diritto a un’informazione libera e completa, che è la base di ogni democrazia.

Creare una società giusta e trasparente, come quella che Assange e i suoi colleghi hanno sognato. E per la quale è necessario lottare ogni giorno.

Giulia Calvani per concessione da www.freeassangeitalia.it

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