C’è un punto in cui la retorica politica sulla famiglia smette di essere innocua e comincia a misurarsi con la realtà. È esattamente lì che il discorso sulla natalità diventa interessante. Perché dire che l’Italia ha bisogno di più figli è facile. Molto più difficile è chiedersi perché gli italiani, pur desiderandoli, spesso non riescano ad averli.
Nel suo intervento di Bari, Giorgia Meloni ha riportato famiglia e natalità al centro della scena politica. È una scelta comprensibile: il declino demografico non è soltanto una questione di numeri, pensioni o forza lavoro. Ma proprio qui comincia il problema. Se la politica trasforma la denatalità in una specie di emergenza nazionale, rischia di raccontare gli italiani come se dovessero fare figli per salvare il Paese. La realtà, invece, è assai meno solenne e molto più concreta: una coppia decide se avere un bambino mentre calcola un affitto, un mutuo, un contratto di lavoro, un asilo nido, gli orari impossibili, la carriera, il futuro e spesso anche la propria stanchezza.
Non solo, con i carrelli della spesa sempre più vuoti e stipendi divorati dall’inflazione che, a malapena, consentono di arrivare a fine mese.
La distanza fra narrazione di Giorgia e la vita quotidiana sta tutta qui, ovvero quanto costa oggi generare una nuova vita.
La famiglia non è un manifesto elettorale. Non è una fotografia con padre, madre e bambini sorridenti. Non è neppure una voce di bilancio da incentivare con qualche bonus che poi finiscono dopo qualche mese, con requisiti così stringenti, da escludere famiglie che ne avrebbero bisogno. È un investimento esistenziale lungo decenni. Significa mettere in discussione tempo, libertà, reddito, ambizioni e perfino la propria idea di futuro.
E allora la domanda non può essere soltanto: quali incentivi servono per aumentare le nascite? Perché ce ne è una molto più scomoda: che società stiamo costruendo per chi dovrebbe avere quei figli?
Perché viviamo dentro una contraddizione gigantesca. Da una parte chiediamo all’individuo di essere autonomo, competitivo, mobile, produttivo, disponibile, aggiornato e sempre pronto a cambiare. Dall’altra gli chiediamo di costruire relazioni durature, crescere figli, assistere genitori anziani e mantenere una rete familiare solida. Tutto questo utilizzando risorse che non si possono moltiplicare: il tempo è denaro.
È questo il punto che la politica spesso aggira.
Un asilo nido può essere indispensabile. Un congedo può fare la differenza. Un sostegno economico può evitare che un progetto familiare venga abbandonato. Ma nessuno di questi strumenti può produrre ciò che davvero tiene insieme una famiglia: la presenza, la responsabilità, la reciprocità, l’affetto. La cura può essere organizzata. L’amore no.
E qui anche la narrazione della modernità mostra il suo paradosso. Abbiamo costruito un sistema capace di sostituire quasi ogni funzione: qualcuno può cucinare per noi, assisterci, educare i nostri figli, curare i nostri anziani. È un progresso, e sarebbe assurdo rimpiangere un passato nel quale la famiglia poteva essere anche luogo di dipendenza, subordinazione e violenza.
Ma c’è una differenza decisiva fra essere assistiti e essere importanti per qualcuno.
Il rischio è che, mentre liberiamo l’individuo dalle dipendenze obbligatorie, rendiamo economicamente e socialmente sempre più difficili quelle dipendenze che scegliamo liberamente. Un figlio, un genitore anziano, un compagno, una persona malata chiedono tempo. Un tempo che il mercato considera spesso improduttivo, ma che per la vita umana è tutt’altro che inutile.
Ed è qui che il tema della natalità dovrebbe cambiare radicalmente prospettiva perchè il punto è molto più semplice e, proprio per questo, molto più difficile: fare in modo che chi desidera una famiglia non debba scegliere tra un figlio e la sicurezza economica, tra la maternità e la carriera, tra la cura e la propria libertà.
Altrimenti continueremo ad assistere allo spettacolo paradossale di un Paese che celebra la famiglia sul palco e la rende sempre più difficile nella vita reale.
La vera sfida demografica, dunque, non è soltanto fare nascere più bambini. È creare le condizioni perché le persone possano scegliere di legarsi senza essere penalizzate per averlo fatto.
Per questo il criterio con cui giudicare una politica familiare non dovrebbe essere soltanto quanti soldi distribuisce, quanti bonus introduce o quanti servizi inaugura. Dovremmo chiederci qualcosa di più radicale: quanto tempo restituisce alle persone che si amano?
Perché alla fine la crisi demografica potrebbe essere soltanto il sintomo di una crisi più profonda. Non necessariamente della voglia di avere figli, ma della difficoltà crescente di costruire legami capaci di durare.
E allora la politica dovrebbe smettere di chiedere agli italiani di fare figli per il futuro dell’Italia e cominciare a costruire un’Italia nella quale valga ancora la pena avere un futuro insieme, perché è questa cara Giorgia, più di qualsiasi numero sulla natalità, è la vera emergenza.
Andrea Caldart

