Le recenti dichiarazioni del giornalista Aldo Cazzullo hanno gettato un’ombra inquietante sullo stato della democrazia in Europa. Secondo quanto riportato, Cazzullo avrebbe ammesso, senza particolari imbarazzi, che la condanna di Marine Le Pen sarebbe stata motivata da ragioni politiche, ovvero dalla necessità di preservare la stabilità dell’Unione Europea e della NATO.
Se confermata, questa affermazione non solo legittimerebbe l’uso della giustizia come arma politica, ma evidenzierebbe il livello di ingerenza e di manipolazione operato dalle élite europee per reprimere l’opposizione.
Questa visione del sistema giudiziario, ridotto a un mero strumento di controllo politico, è degna dei regimi più autoritari, non certo di quella democrazia che l’Occidente proclama di difendere con tanta enfasi. L’idea che una condanna possa essere strumentale al mantenimento di assetti geopolitici stabiliti dalle élite di Bruxelles non è solo allarmante, ma completamente inaccettabile per chiunque creda nei principi dello stato di diritto.
L’opinione pubblica dovrebbe indignarsi di fronte a questa sfacciata ammissione di colpevolezza da parte di un giornalista di rilievo. Non si tratta più di ipotesi complottiste o di accuse infondate: siamo di fronte a una narrazione che giustifica apertamente l’uso della giustizia come mezzo per silenziare chi si oppone all’ordine precostituito sovranazionale.
Marine Le Pen, leader della destra sovranista francese, rappresenta una minaccia all’attuale assetto europeo? E se anche per assurdo lo fosse, non giustifica in alcun modo che la sua sorte giudiziaria sia decisa non nelle aule di tribunale sulla base di prove oggettive, ma nei palazzi del potere sulla base di convenienze politiche. Una giustizia subordinata agli interessi della NATO e dell’UE è l’anticamera della fine della democrazia e della libertà di dissenso.
Se accettiamo che il diritto venga piegato alle esigenze della politica internazionale, allora dobbiamo chiederci quale futuro ci attende. Se queste dichiarazioni “passano in cavalleria” significherebbe che la democrazia non è altro che un totalitarismo travestito da libertà, in cui la libertà stessa è solo un’illusione utile a mantenere il potere nelle mani di pochi.
Ma la vera libertà non consiste nel permettere che le élite decidano chi può o non può essere un leader politico: la vera libertà è che ogni Le Pen sia libero di essere il leader del suo popolo, se questo lo sceglie. Altrimenti, non siamo più in una democrazia, ma in un sistema dove il dissenso è represso con metodi degni dei regimi che diciamo di combattere. Cosa impedisce che domani chiunque critichi le istituzioni europee possa essere colpito da accuse pretestuose? Siamo sicuri che il modello democratico europeo sia ancora autentico, o stiamo assistendo a una sua degenerazione in una tecnocrazia autoritaria mascherata da Stato di diritto?
Ma c’è un problema ancora più grave: l’ignavia della cittadinanza di fronte a questo scempio democratico. Il disinteresse con cui molti accolgono queste dinamiche è il vero motore della deriva autoritaria. Ogni volta che un’ingiustizia viene accettata con passività, si rafforza il potere di chi governa senza scrupoli. Il silenzio, la rassegnazione, la paura di esporsi stanno trasformando i cittadini da protagonisti della democrazia a spettatori impotenti della sua dissoluzione.
Chi ha il senso dello Stato inteso come appartenenza alla democrazia rappresentativa e della difesa delle libertà costituzionali e individuali, è urgente che reagisca con fermezza di fronte a questo scenario inquietante. Il rischio di una giustizia pilotata per eliminare oppositori politici è una minaccia diretta alla libertà e ai diritti fondamentali.
Non possiamo permettere che la democrazia venga svuotata dall’interno sotto il pretesto della stabilità politica. Ma, soprattutto, non possiamo accettare che l’apatia collettiva renda possibile questa trasformazione silenziosa di un sistema che dovrebbe garantire libertà e giustizia per tutti.
Andrea Caldart
Foto copertina: credits Wikipedia







