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Lavoro migrante: Somalia 1993

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Anestesia di guerra. War Ghosts

“Densi e scuri come il petrolio: sono gli occhi senza lacrime di un bambino.”

Della missione del 1982 in Libano, questa fotografia gli è rimasta nella memoria. È la prima immagine che entra nell’intervista a proposito dell’intervento Italcon.

L’intervistato, domenica scorsa, ha raccontato sulle colonne della Gazzetta dell’Emilia la sua partecipazione alla missione italiana in Libano. Riprende da qui la testimonianza del militare delle forze speciali, paracadutista della Folgore. Dall’emozione congelata di un obiettivo da raggiungere senza inutili e umane sbavature.

“Occhi neri, rotondi e molto grandi. Era seduto vicino a un cancello, nella zona dei campi profughi di Sabra e Shatila. Era serio. Non piangeva. Con le mani si teneva le budella che erano di fuori. Ci guardava. Nessun lamento. Noi non eravamo lì per lui.”

Il militare non si allontana dal registratore, questa volta. Dopo la pubblicazione della prima intervista, durante la settimana forse ci ha fatto i conti. Ha fatto i conti con sé stesso.

Per lui, il racconto non è più un nemico. Mantiene la postura formale di un dialogo da scrivania. Occhio fermo e gelido: è la lente fotografica che inquadra il volto e il contegno del bambino incontrato nei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila.

Libano, Italia, Somalia

“Più della missione in Libano nel 1982 è stata quella in Somalia nel 1993 a renderci consapevoli di quello che potevamo fare. Tecnicamente, intendo. Al campo Teulada, in Sardegna, si addestravano le forze speciali israeliane e di altri Paesi. L’addestramento dell’esercito italiano è forse il migliore rispetto a quelli degli altri Paesi. Ma la missione in Somalia ha fatto la differenza.”

Il campo sardo è una prima prova di tenuta, propedeutica alla prima generale del teatro di guerra. Prima del Libano e della Somalia.

Tra il 1982 e il 1993 il militare è impegnato in diverse azioni in Italia: “Sequestri, droga, antiterrorismo. Pochi interventi per l’antiterrorismo in quegli anni, in realtà.”

Poi la Somalia. Le squadre della Folgore partono d’ufficio.  A loro non viene richiesto o proposto. Loro sono coinvolte, sempre. Soprattutto le forze speciali

Le forze internazionali, fra le quali gli italiani, con la missione Italfor, intervengono in Somalia nel 1993 perché il territorio è in balia dei signori della guerra, dopo la caduta di Siad Barre nel 1991.

Gli antagonisti sono Ali Mahdi Mohamed, al controllo del nord di Mogadiscio, e Mohamed Farah Aidid, ritenuto un ostacolo per il raggiungimento di un accordo di pace. Aidid si contrapponeva fortemente ad Ali Mahdi Mohamed e cercava di destabilizzarne il potere e di conquistarlo militarmente.  Nei primi giorni del mese di luglio del 1993 si verifica un grave scontro tra le forze in campo, nel quale viene coinvolto il contingente italiano.

Il contingente italiano è schierato con le forze di Ali Mahdi Mohamed.

Diverse centinaia i soldati coinvolti; due gruppi composti da otto persone ciascuno, invece, i due reparti speciali che devono fare l’intervento finalizzato alla soluzione finale. Cioè la disattivazione della causa del conflitto: il signore della guerra Aidid. Questo è l’obiettivo in una delle occasioni. Altrimenti si occupavano di disarmo oppure di addestramento della polizia e dell’esercito locale.

“Noi eravamo in missione per esportare la democrazia. Per imporla attraverso missioni di pace. Ma la democrazia non la si impone. La si deve costruire nel lungo corso del tempo. Non sempre i popoli sono pronti subito per la democrazia. Possiamo dire che certi popoli non sono culturalmente predisposti.” Riflessioni che arrivano dopo, quando l’azione è terminata. Dopo tempo.

Checkpoint Pasta

L’operazione è nota come la battaglia del Checkpoint Pasta. Si chiama così perché in quella parte di Mogadiscio si trovava un vecchio stabilimento della Barilla.

Quattro ore di intense operazioni di guerra. “Un tempo lungo se pensiamo obiettivamente alla durata. Il mio ricordo riduce quel tempo a poche azioni condotte in un contesto di alta concentrazione mentale e molta attenzione, nonostante la dinamica davvero molto veloce.”

Qual è la percezione del tempo nelle azioni di guerra? Il militare parcheggia il pensiero nel silenzio. Risponde centellinando. “Le fasi dell’azione sono due. Durante e dopo.” Il flashback della battaglia del Checkpoint Pasta deve essergli ritornato negli occhi, nella danza interiore dei fantasmi del ricordo.

“Durante. Quando dico durante intendo i tempi di attesa. Sono tesi e sono lunghi. Anche quando cronologicamente sono brevi.”

Durante non coincide con l’azione, allora. “Durante è l’attesa del tempo dell’azione. È una fase che si eclissa nella memoria ad azione avvenuta. L’azione è un lampo. È massima concentrazione mentale. È attenzione, presenza a se stessi, precisione, lucidità, consapevolezza.”

Gli occhi del militare sono di ghiaccio mentre descrive la condizione mentale del militare impegnato in un’azione speciale.

“Il dopo è solo l’operazione che hai fatto. Quella che descrivi nel de–briefing, insieme all’analisi del contesto. Nel dopo c’è solo l’azione. Scompare il tempo dell’attesa. Che è quello più lungo. Quando devi mantenere l’equilibrio. Quando non puoi avere cedimenti emotivi. L’attesa logora.”

Garantire la tenuta; agire in modo diretto, con l’obiettivo ben chiaro in mente. Razionali rispetto allo scopo.

“Sul terreno di guerra non ci sono nemici. Ci sono obiettivi”, ancora il militare. “L’obiettivo può cambiare nel corso dell’azione delle forze speciali. Ma l’obiettivo non lo decide chi è impegnato nell’operazione.”

Nel caso dell’operazione volta all’annullamento di Aidid, l’obiettivo è cambiato nel corso delle azioni militari. “Chi definisce l’obiettivo prima dell’azione e in corso d’opera ha una visione strategica. A volte è in possesso di informazioni non alla portata di tutti i militari impegnati.”

Invincibili

Missioni eterodirette e pianificate nel dettaglio, dalle quali esula l’umanità dell’incertezza.

Una trasferta di lavoro militare, chiamiamola così, non può durare più di tre mesi. Almeno, era così nel periodo di riferimento della testimonianza dell’intervistato.

Si sa dove si andrà, che cosa si farà e quali saranno le modalità di azione? “Lo si sa sul posto. Dove non ci sono nemici. Ma ci sono obiettivi da raggiungere. Cioè il compito che viene impartito in situazione, lo si sa una volta arrivati. La Folgore è un reparto cosiddetto volontario, quindi quando si presenta la necessità dell’intervento delle forze speciali si parte.”

Quanto impregna la vita e la memoria un’esperienza di guerra, una volta ritornati in Italia? “Io mi sentivo anestetizzato. Rispondo così. Oggi ci sono fantasmi che ritornano.”

Non poter raccontare liberamente un’esperienza forte come e quanto condiziona la vita? “Lo ritengo il secondo fallimento. Non poter raccontare il senso del proprio impegno e come lo si è portato avanti è una grande lacuna.”

Il primo fallimento al quale si riferisce il militare, invece, è personale e di natura esistenziale: “Il lavoro non mi ha permesso di costruire una famiglia, una rete affettiva.”

Lavoro totalizzante, che impone di essere presenti a sè stessi. Che richiede concentrazione, capacità di osservazione panoramica e dettagliata, intuizione, visione e valutazione repentina delle possibili evoluzioni degli scenari. In una parola, lucidità.

Un lavoro per persone che si sentono invincibili. Con o senza giubbotto anti-proiettile. Come era il vostro abbigliamento? “Quando i giubbotti antiproiettile erano molto pesanti, come armature, erano una divisa scomoda.” Non sorride mentre racconta. Non lo ha mai fatto nel corso della prima intervista e non lo fa adesso.

Piuttosto, rilancia: “Non li indossavamo sempre.”

Sprezzanti del pericolo e del rischio nel vortice adrenalinico della guerra, che non è un gioco. “Ma noi eravamo invincibili.”, modula la risposta.

Lo dice con una serietà solenne. Senza traccia di ironia. È una riflessione a scoppio ritardato, forse cristallizzata in andate e ritorni di pensieri notturni popolati dai fantasmi. Ricacciati dentro, costretto sotto traccia rispetto alla quotidianità e al dovere di essere efficaci ed efficienti. Adempienti nel raggiungimento degli obiettivi.

Il militare ritorna sul tema, ripensando alla versione precedente di sé stesso: “Si sente invincibile chi non ha niente da perdere. Molti di noi non avevano alcunché da perdere. Oltre alle caratteristiche psicofisiche, era un criterio considerato durante le selezioni per le squadre delle forze speciali.”

I veterani della missione in Somalia nel 1993 erano i trentenni. “Ci vestivamo in modo più informale rispetto ai giovani ventenni. Una maglietta con il logo di riferimento, mentre quelli appena arrivati erano più attenti alla formalità dell’abbigliamento. Dopo il Libano avevamo maturato confidenza con gli ambienti di guerra. Dopo il Libano i sensi si erano affinati.”

Rumore e odore della guerra

L’odore della guerra ritorna con forza, come nella prima intervista. “Forse l’odore della guerra somiglia a quello dei terremoti di grande entità. Sangue, sporco, odore di bruciato. Quello che brucia in guerra è diverso. In guerra si brucia tutto. Poi l’odore di cherosene. Un odore che difficilmente si sente dopo un terremoto oppure in altre situazioni. L’odore della guerra rimane addosso.”

Il rumore della guerra. “Lo conosci quando lo senti. Una cannonata può essere pericolosissima oppure può non avere effetti. Se senti fischiare significa che il proiettile è in alto. Se senti fluttuare, come se ci fosse una ventola in azione, significa che il colpo arriva vicino. In Somalia conoscevamo il rumore della guerra, noi veterani. Più di una volta abbiamo protetto le giovani reclute ansiose di dimostrare lo sprezzo del pericolo.”  E le parole inciampano in un sorriso immediatamente ricacciato in un broncio.

Intuire ciò che accade. “La vista è allenata a un’osservazione di precisione. I più esperti vedono prima ciò che può accadere. Lo anticipano con gli occhi dell’intuizione.”

Il tatto: utilizzare le mani come sensori: “Sentire con le mani se un mezzo sia stato in movimento e sia stato utilizzato da poco tempo oppure riconoscere le vibrazioni di un fuoristrada rispetto a un blindato.”

“Più di una volta abbiamo protetto i colleghi ventenni. In squadra scatta spesso ansia da prestazione tra le giovani generazioni e i veterani. Qualche volta i giovani colleghi volevano dimostrare a noi veterani che non avevano paura. Noi conoscevamo i rumori della guerra. E sapevamo bene quando il pericolo stava per avvicinarsi e poteva trasformarsi in una causa di grave incidente. Più di una volta i veterani, trentenni, hanno distolto i ventenni dal pericolo.” Il militare si lascia andare a un sorriso da fratello maggiore.

Ansia da prestazione, eccessiva confidenza con le esperienze estreme: insieme possono innescare situazioni senza ritorno. Lo ricorda l’intervistato e questa volta fa riferimento a un lancio di paracadutisti in Italia, per motivi complementari al lavoro ma destinati a produrre filmati della loro attività.

“Il paracadutista che avrebbe dovuto filmare il lancio ha seguito i compagni. Ma il paracadute era solo appoggiato. L’imbragatura non era agganciata. Lo abbiamo visto cadere verso la terraferma, senza paracadute. Il corpo si è stabilizzato nella discesa. Il collega sicuramente si è reso conto che il paracadute non lo avrebbe preservato dallo schianto. Perché non c’era. Questi sono i rischi dell’eccessiva confidenza con il pericolo.” In guerra e nella vita quotidiana.

Quando ci si sente invincibili una prova di guerra non è un trauma. E’ carburante a iniezione diretta nel motore della quotidianità. Che deve stare in movimento per tenere alta l’asticella dell’adrenalina.

Francesca Dallatana

In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it 

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