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Il tramonto della parola: come l’editoria di massa sta svalutando il mestiere di scrivere 

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Oggi tutti scrivono, stampano e pubblicano. 
 In un’epoca dominata dalla democratizzazione digitale e dalla reperibilità totale di strumenti tecnologici, l’atto di redigere un testo ha perso definitivamente la sua antica aura di sacralità. 
 Se da un lato l’accesso universale alla cultura e alla parola, rappresenta una conquista sociale indiscutibile, dall’altro stiamo assistendo a un fenomeno collaterale estremamente preoccupante: la svalutazione radicale e sistematica delle competenze professionali. 
 
 La scrittura, che per secoli è stata considerata un’arte complessa, una disciplina rigorosa e un vero e proprio mestiere, rischia oggi di trasformarsi in un semplice passatempo di massa, totalmente privo di filtri critici e di reali criteri qualitativi.
 
 Il nodo cruciale di questa profonda trasformazione risiede nella proliferazione incontrollata di nuove realtà editoriali. 
 
 Negli ultimi decenni sono nate innumerevoli sigle e case editrici il cui reale modello di business non è più basato sulla ricerca del talento autentico, sulla scommessa letteraria o sulla cura della proposta culturale, bensì sulla capitalizzazione cinica del desiderio diffuso di visibilità e di affermazione personale, che si tratti del fruttivendolo del quartiere che vuole narrare i suoi aneddoti quotidiani, dell’insegnante che desidera mettere nero su bianco le proprie memorie scolastiche o di qualsiasi altra figura mossa da ambizioni personali, chiunque può oggi fregiarsi del titolo di “autore”. 
 
 Questo meccanismo perverso, spesso alimentato dal fenomeno dell’editoria a pagamento o da micro-strutture prive di una vera rete di distribuzione nazionale e di una redazione qualificata, crea un’anomalia distruttiva senza precedenti nel mercato culturale. 
 
 Il lettore odierno si trova immerso in un mare magnum di pubblicazioni cartacee e digitali, dove distinguere il valore oggettivo dal dilettantismo più puro diventa un’impresa titanica e spesso frustrante.
 
 Questo scenario non è affatto isolato, ma rappresenta lo specchio fedele di una crisi ben più profonda che investe l’intero mondo del lavoro nell’era della globalizzazione selvaggia. 
 
 La globalizzazione ha promesso l’abbattimento delle barriere geografiche e l’inclusione universale di ogni individuo, ma ha finito paradossalmente per generare una progressiva mercificazione, precarizzazione e standardizzazione al ribasso di ogni competenza specialistica. 
 
 Ogni professione contemporanea sembra subire, oggi, lo stesso identico processo di svilimento qualitativo. 
 
 Come l’alto artigianato viene quotidianamente soffocato dalla produzione industriale seriale a basso costo, così il giornalismo d’inchiesta, la grafica pubblicitaria, la traduzione letteraria e, appunto, la scrittura vengono progressivamente cannibalizzati da piattaforme web e logiche commerciali che premiano esclusivamente la quantità massiva a discapito della qualità intrinseca. 
 
 Il confine tra il professionista che ha dedicato interi anni della propria vita allo studio della lingua e alla pratica della tecnica narrativa e il dilettante che improvvisa una bozza si è fatto drammaticamente sottile, fino a diventare quasi invisibile agli occhi del grande pubblico dei consumatori.
 
 Dobbiamo ribadirlo con forza: scrivere è una professione. 
 
 Come tale, essa richiede un rigore metodologico assoluto, uno studio costante delle evoluzioni della lingua, una comprensione profonda delle complesse strutture narrative, mesi di editing spietato e, soprattutto, una massiccia dose di autocritica e di umiltà intellettuale. 
 Non basta semplicemente avere un’esperienza di vita da raccontare, un trauma da sfogare o un’opinione personale da esprimere per poter essere legittimamente definiti scrittori. 
 
 Quando le case editrici decidono deliberatamente di rinunciare al loro ruolo storico e istituzionale di “custodi del faro” – ovvero di severi selettori e garanti autorevoli della qualità letteraria di un paese – per trasformarsi in semplici tipografie di lusso che vendono sogni di gloria a privati cittadini paganti, l’intero sistema democratico e culturale ne esce inevitabilmente sconfitto. 
 
 In questo modo si perde del tutto l’idea fondamentale che la competenza professionale vada remunerata, tutelata legalmente e socialmente rispettata.
 Il proliferare incessante di libri, che nessuno compra e che nessuno legge, scritti molto spesso da persone che a loro volta non leggono quasi mai, crea un rumore assordante che soffoca sistematicamente le poche voci che avrebbero davvero qualcosa di significativo da comunicare. 
 
 Il rischio reale che corriamo è un analfabetismo funzionale di ritorno, unito a una saturazione strutturale del mercato che penalizza duramente proprio coloro che della scrittura dovrebbero e vorrebbero vivere degnamente. 
 In un mondo iperconnesso in cui tutti parlano contemporaneamente, nessuno si ferma più ad ascoltare; in un mercato globale in cui tutti pubblicano un libro, la vera letteratura rischia di scomparire nell’anonimato. 
 
 Diventa quindi urgente e vitale rimettere al centro del dibattito pubblico il valore del lavoro qualificato e della competenza specialistica, per evitare che le derive della globalizzazione trasformino definitivamente la cultura in un immenso, caotico e indistinto supermercato dell’ego.

Francesca della Valle – Giornalista Conduttrice Autrice Scrittrice Attivista civile

Presidente di Labirinto 14 Luglio

Labirinto14luglio@libero.it

www.francescadellavalle.com

Foto copertina: immagine generata dall’AI

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