Una nuova Jane Doe sulla scena alla Cornell University. Il mondo maschile, che si sente preso in causa, urla “Non tutti gli uomini”. Alla fine però le vittime devono capire cosa fare con i cocci che un uomo ha lasciato dietro di sé
Il caso della Cornell University ha fatto rimanere tutti quanti a bocca aperta e ha suscitato la rabbia e l’indignazione di miliardi di ragazze e donne in giro per il mondo. La causa civile presentata da una ragazza iscritta all’università americana è stata intentata solo questo settembre, due anni dopo l’accaduto. La studentessa, riconosciuta con il nome di Jane Doe, ha sostenuto di essere stata drogata e violentata il 19 ottobre 2024 da sette uomini appartenenti alla confraternita Chi Phi, durante un party organizzato dalla confraternita stessa.
Quanto accaduto è stato denunciato alla polizia universitaria un mese dopo, ma in seguito alla denuncia non si è attestato un procedimento disciplinare serio per i membri coinvolti, ad alcuni dei quali è stato chiesto di scrivere un semplice saggio come risarcimento per gli atti compiuti. La denuncia della ragazza, inoltre, conteneva un’immagine, proveniente probabilmente da una chat di gruppo su un social, nella quale uno dei sette coinvolti ha allertato altri amici sulla possibilità di avere un incontro sessuale gratuito con la vittima.
A completare il quadro, le affermazioni di Jane Doe per cui l’università non è stata in grado di proteggerla e di garantire una punizione commisurata ai perpetuatori dell’atto di violenza.
Il caso, passato in secondo piano, se non insabbiato, due anni fa, ora è sulla bocca di tutto il mondo, e praticamente ogni giornale ne parla, con toni che si muovono dall’irritazione allo shock. Per molti, un evento di questa portata, in seno ad un’istituzione come la Cornell University, membro della lega delle Ivy League americane, una serie di atenei universitari di alto livello d’istruzione e di moralità, è del tutto inspiegabile, e il dover credere che proprio in un ambiente di siffatto tipo sia nata anche solo l’idea di una tale violenza è inconcepibile.
Eppure è realtà. E non una realtà recentissima, di quest’ultimo mese, va avanti da più di cinquant’anni.
Il meccanismo di funzionamento di questo processo è quasi sempre lo stesso: viene denunciato uno stupro, nella maggior parte dei casi perpetuato da membri di una confraternita; tutti ne rimangono colpiti e l’opinione pubblica si accanisce contro i colpevoli, scagliandosi contro le dinamiche infime che hanno portato allo sfocio della violenza in questa maniera e sostenendo la necessità di trovare delle nuove soluzioni che impediscano il riproporsi della stessa situazione. Poi l’attenzione inizia a calare, le persone dimenticano con facilità e tutto torna come prima, in un quotidiano dove ormai il ricordo delle vittime è lontano. Dopo una ragionevole quantità di tempo, neanche ci fosse una giusta periodizzazione degli scandali, ecco che compare una nuova denuncia, e una nuova ragazza che ha dovuto subire lo stesso destino di quella prima. E la ruota riparte, perché il carosello deve sempre girare e rimanere vivo.
Il termine “cultura dello stupro”, usato per descrivere una società che incoraggia l’aggressione sessuale maschile e sostiene la violenza contro le donne, è stato coniato per aiutare a dimostrare come un gruppo utilizzi la violenza come linguaggio di scambio e comunicazione, incentivando la giustificazione di questi atti come parte integrante della mentalità collettiva, volta all’espressione massima del senso di virilità e di potenza dei perpetuatori e alla necessità di screditare e rendere inferiori le vittime.
Uno dei luoghi dove è particolarmente diffusa questa pratica, sebbene si possa riscontrare dovunque, è l’ambiente universitario, più nello specifico quello delle confraternite, dove i ragazzi mostrano una probabilità più alta di prendere parte a stupri.
Diverse sono le occasioni che permettono a questa mentalità di emergere nella scansione di vita dei membri di una confraternita. L’obiettivo principale della costruzione di momenti di sfogo sessuale senza consenso è quello di legittimare la presenza di un determinato membro all’interno del gruppo, riconoscendone così la posizione e l’autorità. La costruzione di una gerarchia maschile forte e stabile diventa l’elemento fondante di qualsiasi tipo di atteggiamento e posizione tenuti dai partecipanti.
Il concetto stesso di confraternita incentiva questo tipo di cameratismo e volontà di solidificare il gruppo: sono associazioni sociali il cui scopo principale rimaneva nascondere segreti, non solo ad altri colleghi, ma alla facoltà stessa. Il meccanismo fonte di rappresentazione maggiore era legato proprio alla rottura di qualsiasi regola sovraimposta. Infrangere le regole non è un fattore secondario da considerare nel momento in cui si analizza la strutturazione di queste aggregazioni sociali, ma anzi è lo schema primario di azione delle stesse, che molto spesso viene sottovalutato. Tenere il segreto, scardinando il sistema, è un elemento più integrativo di qualsiasi altra prova di iniziazione.
Dalla presenza intrinseca della violenza come metro di espressione generale per i membri di queste confraternite, il pensiero più logico per frenare, o almeno cercare di arginare, il problema, arrivando ad avere un numero minore di vittime, potrebbe ricondurci alla costruzione di un’educazione più corposa e strutturata sul consenso.
Anche qui però probabilmente la nostra mentalità di occidentali boriosi ci potrebbe far cadere in errore.
Non si tratta di una questione educativa, si tratta di una questione di valori.
Se valutiamo la situazione dalla prospettiva di un ragazzo di confraternita, tutto si ribalta. Una ragazza che, partecipando ad una festa, beve un paio di drink e dunque non è completamente in possesso delle sue facoltà cognitive non è da considerare come individuo verso cui l’unica attenzione sia quella di ricovero e aiuto; agli occhi di un confratello, l’ubriachezza è una semplice caratteristica, sicuramente non negativa, su cui si può benissimo passare sopra se si cerca di arrivare ad un obiettivo superiore, ossia ottenere crediti dal sistema di appartenenza. Avere il dominio sulla ragazza permette loro di affermare uno status e farli sentire potenti, indipendentemente da chi hanno di fronte.
Infrangere le regole, violare il corpo di una donna come se fosse di loro possesso, non fa sentire male questi uomini, perché è intrinseco nel loro tipo di “educazione” di gruppo. Ferire le persone è una dimostrazione di potere, e per loro, il potere è l’unica cosa che conta.
Perciò, se l’istruzione e la sensibilizzazione, fossero sufficienti a frenare comportamenti violenti, avrebbero già funzionato da un pezzo. Qualsiasi programma educativo promosso dalle associazioni internazionali non attecchirebbe perché il consenso non è un concetto sconosciuto, ma viene totalmente lasciato da parte. L’eccitazione per l’opposto, per l’abuso, è un istinto più forte di qualsiasi lezione.
Il legame che nasce dall’adesione al cameratismo confraternale genera inoltre la volontà spontanea e deliberata di omettere tutto ciò che possa arrecare danno all’istituzione stessa. Il silenzio diventa elemento collante: nel momento in cui si è riuscito ad entrare nella cerchia, rivelarne dei segreti comprometterebbe la sussistenza del nucleo stesso. Nessuno vuole essere additato come spia, ma soprattutto nessuno vuole provare la sensazione di esclusione dopo aver “faticato” per essersi sentito parte di qualcosa.
Ci sono altri aspetti che si potrebbero tenere in considerazione per ampliare il discorso sulle violenze come elemento d’emancipazione per un gruppo sociale. Qualsiasi approfondimento, qualsiasi discorso per arginare e migliorare la situazione, tuttavia, risulterebbe vano se non si arriva a guardare al sistema che permette lo sviluppo di questo tipo di mentalità.
Nel mondo di oggi, è la gerarchia che conta, e soprattutto chi detiene il potere. Per questo, la struttura sociale è in grado non solo di accogliere i carnefici, ma anche di esaltarne l’atteggiamento, perché diventa emblema di successo e comando.
Era inevitabile quindi che nel caso della Cornell la vita dei ragazzi coinvolti non avrebbe subito grandi stravolgimenti, perché uno stupro di gruppo testimonia lo status sociale delle loro persone, delle famiglie e dell’intero sistema patriarcale.
Violare la dignità delle donne è il punto, il brivido e il cuore del male che queste dinamiche producono. Non è giusto, non è umano, non è vicino a niente che possiamo considerare come sacro e inviolabile.
Ma c’è, esiste e le manifestazioni di tale crudeltà e abominio sono ovunque e in ogni tempo.
Scriviamo articoli, ci indigniamo pubblicamente, facciamo contenuti social, eppure niente ha funzionato e funzionerà finché le radici del problema non verranno sradicate. Non è un processo facile, perché rimane intrinseca alla natura umana la brama spasmodica del potere, e chissà mai se verranno fatti dei passi avanti.
Noi continuiamo intanto a guardare. Non facciamoci sfuggire i minimi dettagli, le parole sussurrate e gli sguardi furtivi. Usiamo la nostra voce. Non perché vogliamo sentirci grandi, ma perché il rispetto per la dignità umana dovrebbe prescindere da qualsiasi altra gratificazione personale. In barba a tutte le etichette che ci vogliono persone distaccate, diventiamo qualcuno che non dimentica, non perdona e rimanere fermo sulla propria linea.
Non siamo stati creati per far marcire la nostra coscienza, ma per farla fiorire.
Benedetta Del Pio Luogo
Foto copertina: quadro “La ferita” di Renata Rampazzi

