Ci sono eroi che scelgono la causa più comoda della storia: quella che ha già vinto, che fa bella mostra di sé sui libri di scuola e che non comporta il minimo rischio civile o penale. Sono i rivoluzionari a intermittenza, quelli che non perdono occasione per imbracciare una chitarra, sventolare una bandierina e intonare a squarciagola Bella Ciao.
Ma basta che una protesta contemporanea rompa una vetrina, blocchi una strada o sporchi il decoro della loro comfort zone perché l’idillio svanisca all’istante, lasciando spazio a un coro di sdegno, degno dei migliori gendarmi dell’ordine costituito.
1.La Resistenza degli altri: quando la storia fa comodo
È uno spettacolo tragicomico: gli stessi che oggi inorridiscono di fronte alla rabbia di chi scende in piazza sono i primi a riempirsi la bocca con il mito dei partigiani. Raccontano dei ragazzini di sedici o diciassette anni che salivano sui monti, o dei minatori del Chiapas che si ribellavano allo sfruttamento di uno Stato ingiusto.
Peccato che abbiano completamente rimosso la realtà di quei contesti. Nel 1944, i partigiani non erano gli ospiti educati di un talk show televisivo: erano considerati banditi, terroristi e sovversivi da chi deteneva il potere. Non combattevano per rispettare le buone maniere, ma perché la situazione era intollerabile. La ribellione vera non nasce mai per capriccio estetico, ma risponde a una legge antica e spietata: a mali estremi, estremi rimedi. Quando non si mangia più, la pazienza istituzionale finisce.
2.La sacra vetrina contro lo stomaco vuoto
Per questa borghesia dell’indignazione, la gerarchia dei valori è grottesca: un cristallo infranto vale molto di più della dignità calpestata di un essere umano.
La vista di una vetrina spaccata turba la loro quieta e ordinata percezione del mondo. Non riescono — o non vogliono — fare il minimo sforzo di immedesimazione verso le famiglie povere, strozzate da un sistema iniquo, che scendono in piazza per urlare il proprio disperato bisogno di sopravvivenza. Per loro, chi protesta deve farlo rigorosamente in silenzio, senza dare fastidio, magari compilando un modulo in triplice copia e aspettando che qualcuno, dall’alto di un palazzo dorato, si accorga della loro esistenza.
3.La dittatura dell’orticello e della villetta
La radice di questo scandalo a intermittenza è tutta racchiusa in una formula: la difesa arcigna del proprio orticello.
La sicurezza della propria villetta, la stabilità del conto in banca, il quieto vivere quotidiano: ecco i veri dogmi intoccabili di questa piccola umanità.
Non tollerano il disordine perché il disordine rompe la bolla di vetro in cui vivono, ricordando loro che fuori dalle loro mura esiste un mondo reale fatto di tensioni, ingiustizie strutturali e rabbia sociale. Chi scende a farsi sentire oggi non lo fa solo per il proprio tornaconto, ma per scuotere un sistema che calpesta i diritti di tutti gli italiani. Ma pretendere che chi è ridotto allo stremo si preoccupi del decoro urbano è l’ennesima prova di un’ipocrisia elevata a sistema di vita.
Maurizio Domolato Melchiorre Salomone
In collaborazione con: www.gazzettadellemilia.it
Foto copertina: immagine generata dall’AI

