Nel Medioevo le mura di un monastero potevano diventare il confine tra obbedienza e libertà. Ma che cosa accade quando la ribellione contro un’autorità troppo rigida finisce per trasformarsi in una giustificazione di sé?
È una delle domande che attraversano Rivoltose, il romanzo di Ginevra Pressenda, ambientato nel Piemonte del 1299. Una storia di monache indisciplinate, regole imposte dall’alto, segreti e situazioni paradossali, che restituisce al lettore un Medioevo lontano dagli stereotipi e, proprio per questo, capace di interrogare anche il presente.
La copertina colpisce immediatamente: è magnetica, quasi fuori dal tempo rispetto all’ambientazione medievale. Eppure, proprio questa distanza sembra suggerire qualcosa della scrittura di Pressenda, nella quale la ricostruzione storica incontra una sensibilità contemporanea, l’ironia si intreccia con la ricerca documentale e le vicende del passato diventano uno specchio nel quale osservare le contraddizioni dell’uomo.

Dietro la narrazione c’è il lavoro sulle fonti, l’attenzione alla vita quotidiana e la volontà di riportare alla luce aspetti del mondo monastico che l’immaginario comune tende a semplificare. Il risultato è un racconto nel quale la clausura non rimane soltanto una questione religiosa o disciplinare, ma diventa il punto di partenza per interrogarsi sul rapporto tra autorità, libertà e responsabilità personale.
Abbiamo incontrato Ginevra Pressenda per parlare di Rivoltose, del lavoro storico che ne sostiene la trama e di una ribellione che, per essere autentica, deve forse misurarsi anche con i propri limiti.
La copertina di Rivoltose è magnetica e colpisce subito lo sguardo, pur sembrando quasi fuori dal tempo rispetto all’ambientazione medievale del romanzo. Quanto contano l’arte e l’immaginario visivo nel suo modo di raccontare? E quanto desidera che una storia ambientata nel passato riesca a parlare anche alla sensibilità del lettore contemporaneo?
Ho sempre amato l’arte in generale, ma l’arte medievale ha il pregio di essere grande sia dal punto di vista spirituale sia per la capacità di rendere anche il comico della vita quotidiana. Mi riferisco, nel secondo caso, ai marginalia e alla fantasia mista a irriverenza che li contraddistingue. Tra l’altro, vengono pure citati nel romanzo. La mia storia può essere letta su vari piani, anche come allegoria, quindi sì, la clausura totale imposta dalla Bolla papale che dà il via alla narrazione può ricordare il lockdown del 2020.
In Rivoltose si avverte un lavoro di ricerca che va oltre la ricostruzione storica tradizionale. Lei porta il lettore dentro la vita concreta dei monasteri medievali, tra abitudini, regole e aspetti quotidiani che spesso non trovano spazio nell’immaginario comune. Da dove nasce l’idea del romanzo? C’è stata una scoperta documentale particolare che le ha fatto capire che quelle vicende meritavano di essere raccontate?
L’idea del romanzo è nata rileggendo una cosa scritta anni fa ma che non avevo pubblicato, in cui c’era una scena divertente ambientata in un monastero. E mi sono detta: perché non scrivere un romanzo ambientato proprio in quel contesto? Al che mi sono ricordata di un saggio letto anni prima dal titolo Vita nel Medioevo di Eileen Power, medievalista inglese del ‘900, in cui un capitolo era dedicato alle cose assurde che succedevano nei monasteri femminili inglesi, basandosi sui documenti dell’epoca. Bisogna capire che allora era normale mandare figli in clausura senza preoccuparsi se ne avessero la vocazione. Non si può paragonare un monastero di oggi con uno medievale! Io ho raccolto diversi avvenimenti per modellare i personaggi e poi ho trasferito la storia nel mio Piemonte. L’episodio della Bolla papale, accolta malamente dalle monache che si ribellarono a essa, è stato il fattore decisivo che mi ha fatto venire voglia di scrivere il romanzo, il quale ha un tono ricco di humour.
Uno degli aspetti più sorprendenti è la rappresentazione della vita quotidiana, con situazioni che possono apparire quasi paradossali ai nostri occhi, come le presenze degli animali negli spazi frequentati dai fedeli. Quanto è distante il Medioevo reale da quello che abbiamo imparato a immaginare? E quanto la ricerca storica può aiutarci a liberarci da una visione troppo stereotipata di quell’epoca?
Sul medioevo posso dire che ci hanno mentito per secoli! Una delle ragioni per cui ho scritto il romanzo è che volevo sfatare la brutta reputazione soprattutto illuminista e poi positivista sui “secoli bui”. Basta leggere qualche saggio contemporaneo sulla vita in quel periodo storico – ma anche osservare le scene di vita quotidiana nei dipinti e negli affreschi – per capire che non erano affatto secoli bui! Per non parlare della letteratura dell’epoca, dai fabliaux francesi al Decameron di Boccaccio, passando per Cecco Angiolieri e Dante Alighieri, che è sorprendente per capacità satirica, humour e sconcezze!
Nel 1298, con la decretale Periculoso, Bonifacio VIII intervenne per rendere più rigorosa la clausura delle religiose. Nel suo romanzo, questo irrigidimento delle regole diventa un elemento decisivo per le protagoniste. Che cosa accade quando un’autorità pretende di disciplinare ogni aspetto della vita, fino a entrare in conflitto con le necessità e la natura delle persone? E dove finisce l’obbedienza religiosa per lasciare spazio alla costrizione?
Nel romanzo, in realtà, l’episodio della cacciata del vescovo recante la Bolla prepara il terreno a un conflitto con i monaci del monastero doppio (cioè abitato sia da monache che da monaci). Pur esistendo il dovere di obbedienza al papa, è anche vero che questa Bolla non fu mai rispettata da nessuno, e questo perché i monasteri medievali erano comunità autonome. Infatti la badessa a un certo punto sottolinea che lei deve obbedienza prima di tutto a Dio. Data l’indisciplina di gran parte delle monache dovuta alla clausura forzata dalle famiglie, ne consegue la constatazione che, se diventa fine a se stessa, rischia di essere autodistruttiva. Ma questa non è detto che sia la conclusione di ogni lettore, dato che il tono della narrazione è sempre molto ironico.
Le sue protagoniste reagiscono a un sistema che percepiscono come oppressivo. Ma la ribellione, da sola, è sufficiente a rendere una persona libera? Oppure esiste il rischio che il rifiuto delle regole diventi una giustificazione permanente delle proprie scelte, fino ad arrivare a un’autentica autoassoluzione? In altre parole, come si distingue una ribellione che restituisce dignità da una che finisce per legittimare qualsiasi comportamento?
Questo è un tema molto contemporaneo! A volte ci ribelliamo per una causa giusta, ma può succedere che la cosa ci prenda la mano, oppure che non ci si accorga delle proprie contraddizioni di fondo, perché è sempre molto arduo essere obiettivi. Questo conflitto, comunque, è presente nella tensione psicologica della badessa, ma anche in conflitti interpersonali tra vari personaggi. Una ribellione giusta è quella verso chi ci toglie dignità e libertà, chi toglie o nega i nostri valori più alti, ma questi valori hanno anche una struttura, e deve essere condivisa. Il relativismo dei valori porta a una sorta di anarchia e finisce per essere controproducente.
È forse questo il punto in cui Rivoltose supera i confini del Medioevo e arriva fino a noi. Nella società contemporanea, il disagio individuale viene spesso invocato per spiegare o giustificare i comportamenti, mentre la ribellione viene talvolta considerata un valore in sé. Ma la libertà può davvero esistere senza responsabilità? E quando la rivendicazione dei propri diritti smette di essere una ricerca di giustizia per trasformarsi in un modo di giustificare se stessi, senza risolvere le contraddizioni da cui tutto è cominciato?
Infatti il punto è che senza l’autodisciplina tutto finisce per essere valido e quindi si corre il pericolo di autodistruzione. Oggi il paradosso è che la cosiddetta ribellione, nel modo di cinquant’anni fa, non ha più senso perché il mondo è così cambiato che si è più ribelli – per esempio – a partecipare a una messa in latino, piuttosto che spaccare le vetrine o drogarsi! Questa affermazione farà ridere molti, lo so!
Nel suo percorso di ricerca, quanto hanno contato gli studi di Eileen Power e il suo modo di raccontare il Medioevo attraverso la vita delle persone comuni? E, più in generale, come riesce a conciliare la documentazione storica con l’ironia, la fantasia e la libertà narrativa? Le sue monache sono soprattutto protagoniste di una ribellione femminile contro un’autorità religiosa oppure rappresentano qualcosa di più universale: il conflitto tra ciò che un sistema pretende da noi e ciò che siamo realmente?
Apprezzo molto Eileen Power per la precisione delle fonti ma anche per quel certo humour tipico inglese che mi piace un sacco e che è presente nel mio libro. Come ho detto in precedenza, sono stata ispirata anche dalla letteratura medievale che di ironia e satira era piena. In realtà le monache del mio romanzo si ribellano alla Bolla papale perché vogliono continuare a fare ciò che vogliono! Ma questo non vuole assolutamente essere un romanzo “femminista”, in quanto non mi riconosco nel femminismo di oggi, a mio avviso troppo estremista.
Con Disastrose, il seguito di Rivoltose, le protagoniste si ritrovano in un nuovo monastero, alle prese con un imprevisto che le costringe a improvvisarsi investigatrici. Senza anticipare troppo della trama, possiamo aspettarci che tornino anche le contraddizioni tra autorità, ribellione e libertà? E, dopo aver raccontato le loro prime battaglie, pensa che queste donne abbiano imparato qualcosa sul prezzo delle proprie scelte oppure dovranno ancora scoprire che la libertà non consiste soltanto nel sottrarsi alle regole, ma anche nel rispondere delle proprie azioni?
Disastrose racconta il rischio di giungere a un punto di non ritorno, anche se non per colpa loro direttamente. Certo, il conflitto è la base di ogni buon romanzo che verta sui rapporti tra i personaggi. L’intero secondo romanzo ha proprio come tema l’imparare a prendersi le proprie responsabilità. Ci saranno sicuramente delle sorprese!
Andrea Caldart

Link utili:
https://www.lafeltrinelli.it/rivoltose-libro-ginevra-pressenda/e/9788833817255

