La storia della discarica di Murta Maria, tra autorizzazioni, ampliamenti, finanziamenti pubblici, emissioni maleodoranti e interrogativi sulle falde acquifere.
C’è una domanda che, prima o poi, qualcuno dovrà pur porsi: quanto può durare un’emergenza prima di trasformarsi in normalità?
A Murta Maria, nella zona di Spiritu Santu, questa domanda sembra avere una risposta inquietante. Perché la storia della discarica non è quella di un impianto nato ieri, ma di una struttura che affonda le proprie radici addirittura nel 1981, quando nello stesso territorio operava la vecchia discarica comunale di Olbia.
Secondo quanto ricostruito nell’esposto-denuncia del 2020, quella vecchia discarica avrebbe accumulato nel tempo circa 900.000 metri cubi di rifiuti, senza adeguati sistemi di prevenzione. Una vera e propria eredità ambientale che, secondo i denuncianti, avrebbe dovuto portare alla bonifica e al ripristino dell’area, alla chiusura del sito e alla sua definitiva riconversione.
E invece, nel 1991, nello stesso luogo viene strutturato l’attuale impianto, affidato in gestione al Cipnes.
È qui che comincia una storia fatta di proroghe, autorizzazioni e nuovi progetti. Una storia nella quale la parola “chiusura” sembra continuamente allontanarsi nel tempo, mentre quella “ampliamento” torna puntualmente a comparire.
L’impianto avrebbe dovuto cessare l’attività nel 2006. Ma arrivano nuove autorizzazioni e nuove estensioni: 2009, 2011, 2012, 2014, 2018, fino ad arrivare alla determinazione provinciale n. 3946 del 23 dicembre 2019.
E qui la storia cambia scala.
L’AIA (Autorizzazione d’impatto ambientale) del 2019, sempre secondo la documentazione richiamata nell’esposto, non rappresenterebbe semplicemente la prosecuzione dell’esistente, ma un progetto di dimensioni considerevoli: 157.456 metri cubi di nuova capacità di discarica, un impianto per il compostaggio da 113.000 tonnellate annue, circa 40.000 tonnellate annue per biogas e compost di qualità, comprendenti anche 15.000 tonnellate di sottoprodotti di origine animale, oltre a circa 77.000 tonnellate annue provenienti da materiali riciclabili, ingombranti e inerti.
Numeri che raccontano una cosa molto semplice: non siamo davanti alla gestione di una piccola struttura destinata lentamente a scomparire, siamo davanti a un impianto destinato a crescere.
Eppure, proprio mentre il progetto prende forma, sul territorio rimangono aperti interrogativi pesanti sulla situazione ambientale.
Uno dei capitoli più delicati riguarda le falde acquifere. L’esposto richiama documentazione tecnica depositata presso il Comune di Olbia e riferisce di criticità riscontrate in numerosi punti di campionamento, con la presenza indicata di sostanze quali idrocarburi, cloroformio, benzene, cromo VI e arsenico.
Sono affermazioni contenute nella denuncia e che, proprio per la loro gravità, richiedono verifiche tecniche indipendenti. Ma è precisamente questo il punto: se esiste un dubbio così serio, perché non scioglierlo una volta per tutte?
Anche l’aria diventa un capitolo difficile da ignorare.
Vale la pena ricordare che tra agosto e settembre del 2016 l’ARPA effettuò una campagna di monitoraggio con mezzo mobile, durata trenta giorni e concentrata sull’idrogeno solforato. Secondo quanto riportato nell’esposto, durante quel periodo la soglia associata alle molestie olfattive sarebbe stata superata 33 volte.
Non è una conclusione giudiziaria e non può essere trasformata automaticamente nella prova di un danno sanitario. Ma è un dato che gli autori della denuncia ritengono meritevole di ulteriori accertamenti.
E infatti chiedono qualcosa di apparentemente semplice: monitoraggi continui, postazioni fisse, controlli indipendenti.
E poi c’è il capitolo economico perché nell’esposto si chiede alla Guardia di Finanza di verificare la destinazione di una serie di finanziamenti indicati dai denuncianti: 638.000 euro nel 2005, 134.000 euro annui dal 2016, 1,3 milioni una tantum attraverso il percorso tra Ministero dell’Ambiente–CIPE–Regione–Comune, 2,3 milioni nel giugno 2017, altri 500.000 euro annui per cinque anni dal 2017 e, nel giugno 2019, ulteriori 1,083 milioni di euro dalla Regione.
Anche in questo caso, la questione non è stabilire sulla base di un esposto se vi siano state irregolarità. La questione è un’altra: quando vengono impiegate risorse pubbliche per affrontare un problema ambientale, il cittadino ha diritto di sapere quali risultati siano stati ottenuti?
Perché se i finanziamenti servono a ridurre gli impatti della discarica, ma gli stessi problemi continuano a essere denunciati, la domanda diventa inevitabile, quanto è costata l’emergenza e quanto è rimasto davvero risolto?
Nel frattempo, il 23 dicembre 2019 arriva l’AIA.
Ma anche qui c’è un particolare che merita attenzione. L’articolo 7 richiamato nell’esposto stabilisce che l’efficacia dell’autorizzazione è sospesa fino all’approvazione del nuovo Piano di Monitoraggio e Controllo, previo parere favorevole dell’ARPA Sardegna.
Ed è proprio il controllo, allora, a diventare la parola centrale di tutta questa vicenda.
Perché Spiritu Santu non è soltanto una discarica. È un caso che mette insieme ambiente, autorizzazioni, denaro pubblico, controlli e responsabilità istituzionali.
E dopo decenni di proroghe e ampliamenti, la domanda più importante forse non è più perché la discarica sia ancora lì, ma la vera domanda è un’altra: si può continuare a chiamare “emergenza” ciò che dura da decenni?
Andrea Caldart
Foto copertina: immagine generata dall’AI

