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L’antifascismo da cortile e la strategia della distrazione: la cultura nella Torre di Babele

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Siamo ufficialmente entrati nell’era della Torre di Babele.

Nella narrazione biblica, gli uomini parlavano un’unica lingua e cercavano di scalare il cielo con superbia; la punizione divina non fu la distruzione fisica, ma la confusione delle parole, l’incomunicabilità che condannò quel cantiere al caos e al fallimento eterno.

Oggi viviamo lo stesso identico paradosso.

Il dibattito pubblico è dominato da un forte ronzio in cui le parole d’ordine non servono più a comunicare, a unire o a riflettere, ma a confondere, a tracciare steccati ideologici e, soprattutto, a distrarre la collettività dai problemi reali.

L’ultimo clamoroso esempio di questa deriva si è consumato sull’asse culturale che unisce il Salone Internazionale del Libro di Torino e le altre grandi fiere editoriali nazionali. Luoghi che per natura dovrebbero essere il tempio del libero confronto, della pluralità e del dubbio, si sono trasformati in tribunali inquisitori o club privati accessibili solo esibendo una specifica patente ideologica.

Il meccanismo è diventato quasi grottesco: se non si pronuncia la parola d’ordine “antifascista” a favore di telecamera, o se non si sottoscrive un modulo di conformismo burocratico, si rischia l’ostracismo culturale e l’esclusione.

A sollevare il velo su questo delirio collettivo è stato, proprio dalle stanze del Salone di Torino, il filosofo Massimo Cacciari. Con la consueta lucidità e senza peli sulla lingua, Cacciari ha denunciato come il dibattito si sia ridotto a un “fascismo archeologico“. Una messinscena ideologica che non interessa più a nessuno e che evoca spettri del passato per evitare di fare i conti con i totalitarismi e le spinte autoritarie della modernità, che viaggiano su binari completamente diversi.

Quando oggi la politica e il circuito mediatico mainstream parlano ossessivamente di antifascismo e di patenti di democrazia, di cosa si stanno occupando esattamente? La risposta è disarmante: di nulla che riguardi la carne viva del Paese.

Siamo di fronte alla più classica, eppure efficacissima, strategia di distrazione di massa.

Nel saggio sulle regole della manipolazione mediatica, il linguista Noam Chomsky poneva al primo posto proprio il principio della distrazione. Consiste nel deviare l’attenzione del pubblico dai problemi economici e sociali cruciali, spostandola verso temi marginali, anacronistici o puramente polarizzanti, capaci di creare due tifoserie contrapposte impegnate a farsi la guerra sul nulla.

Mentre la politica si accapiglia sulle abiure e sui requisiti d’ingresso ai saloni letterari, i problemi reali rimangono metodicamente nascosti sotto il tappeto. Non si parla del potere d’acquisto dei salari che crolla, della sanità pubblica al collasso, della precarietà giovanile, di una scuola che ha rinunciato a istruire o delle sfide epocali poste dall’intelligenza artificiale e dai nuovi assetti geopolitici globali. Il delirio risiede precisamente qui: nel pretendere che la priorità culturale di un Paese sia un esame di coscienza retroattivo e collettivo su un regime caduto ottant’anni fa, mentre il futuro scivola via senza che nessuno lo governi o lo intercetti.

Umberto Eco, nel suo celebre saggio sull’Ur-Fascismo, ricordava che i veri pericoli per la libertà ritornano sempre sotto vesti nuove, inedite e spesso insospettabili. Pretendere una dichiarazione di conformità per poter vendere o presentare libri è, ironicamente, l’atteggiamento più lontano possibile dallo spirito liberale e democratico.

La cultura muore se si trasforma in propaganda di apparato.

La volontà di confondere i linguaggi serve a renderci ciechi.

Se il cittadino è impegnato a gridare contro il “fascista” o l'”antifascista” immaginario creato dai talk show, smetterà di fare domande scomode sul perché i servizi non funzionano o sul perché la classe dirigente sia così inadeguata.

È tempo di rompere questo incantesimo e di uscire dalla Torre di Babele. Reclamare il diritto di parlare dei problemi reali – senza farsi distrarre dal fumo ideologico – non significa affatto essere indifferenti alla storia. Al contrario, significa onorarla sul serio, rifiutando di usare i drammi del passato come un comodo paravento per nascondere i fallimenti del presente.

Francesca della Valle – Giornalista Conduttrice Autrice Scrittrice Attivista civile

Presidente di Labirinto 14 Luglio

Labirinto14luglio@libero.it

Foto copertina: immagine generata dall’AI

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