La scena si ripete con una regolarità che dovrebbe spaventarci.
Di fronte al dramma della fragilità — che sia psicologica, sociale o esistenziale — una comunità intera si stringe, si mobilita, riempie le piazze e le navate delle chiese in un abbraccio tanto immenso quanto tardivo.
È lo sciacallaggio emotivo della coscienza collettiva, un rituale necessario per espiare una colpa sotterranea: l’incapacità cronica di gestire la vulnerabilità prima che si trasformi in tragedia.
Un esempio emblematico di questo isolamento sociale si sta consumando proprio in questi giorni a Velletri, dove l’intera cittadinanza si è svegliata sconvolta per la tragica e prematura scomparsa del quattordicenne Edoardo Petrella.
Di fronte a un dolore così immenso, l’amministrazione ha proclamato tre giorni di lutto cittadino e ha giustamente fermato la storica Festa dell’Uva in segno di rispetto, ma oltre il silenzio doveroso, resta lo specchio di una tendenza universale: ci professiamo comunità, ma spesso funzioniamo come un insieme di solitudini che si accorgono dell’altro solo quando il rumore del crollo diventa troppo forte per essere ignorato.

L’empatia a scoppio ritardato
Il primo grande limite della gestione comunitaria attuale è la reattività.
Siamo diventati professionisti del “dopo”. Esperti in messaggi di cordoglio, maestri nel tributare vicinanza a famiglie distrutte, lucidi nell’analizzare a posteriori cosa non abbia funzionato, ma dove sono la comunità e le sue istituzioni nei mesi, nei giorni e nelle ore precedenti al dramma?
La verità è che la fragilità fa paura.
Richiede tempo, ascolto non giudicante e risorse che la logica dell’efficienza contemporanea non è disposta a concedere. Così, la delega diventa lo strumento principale: si delega il problema alle famiglie, spesso lasciate sole in una trincea quotidiana, o a un sistema assistenziale frammentato, fino a quando il filo si spezza.
La parata del giorno dopo contro il silenzio del giorno prima
C’è un’ipocrisia di fondo nel modo in cui il tessuto sociale reagisce alle crisi.
L’abbraccio di una piazza ha un valore umano indiscutibile per chi soffre, ma non può diventare il sostituto di una rete di prevenzione.
Se la solidarietà si esaurisce nel perimetro di un evento commemorativo, non è comunità: è una parata emotiva.
Una gestione reale della fragilità richiederebbe il coraggio di scardinare l’omertà del perbenismo.
Significherebbe accettare che il disagio abita nelle nostre stesse strade, nelle nostre case, e che non può essere nascosto sotto il tappeto della normalità apparente.
Significherebbe creare presidi di ascolto reali, educare i cittadini a eccepire e riconoscere i segnali di allarme e, soprattutto, smettere di considerare la vulnerabilità come un fallimento individuale, ma riconoscerla come una responsabilità collettiva.
Oltre il cordoglio: la necessità di un riscatto strutturale
Se vogliamo che il dolore non sia vano, dobbiamo pretendere il passaggio dall’emozione all’azione strutturale.
Una comunità matura non si misura dal numero di persone che partecipano a un funerale o a una veglia, ma da quante reti di salvataggio è in grado di tendere quando una persona cammina sul cornicione del proprio isolamento.
Finché continueremo a piangere i drammi anziché prevenirli, rimarremo complici di un sistema che preferisce curare il proprio rimorso piuttosto che investire sulla cura dell’altro.
La fragilità non si gestisce con la commozione dell’ultima ora, si cura con la presenza costante e strutturata della prima ora.
Io Rompo… esattamente qui, tra i rimorsi dell’ultima ora e i silenzi della prima, che io entro a gamba tesa.
Rompo l’ipocrisia, rompo la falsità, rompo questo finto perbenismo di facciata che anestetizza le coscienze un minuto dopo i funerali.
Dobbiamo andare oltre. Bisogna farlo, adesso.
È pazzesco che persino nelle piccole comunità si respiri lo stesso vuoto a perdere.
Possiamo aspettarci il distacco cinico e l’atrofia di una grande metropoli, ma la piccola comunità ha il dovere di intervenire, non può limitarsi ai blog, ai post di circostanza e alle chiacchiere da bar.
Io vivo e attraverso Velletri molto spesso durante il mio lavoro. È una città che fa parte della mia quotidianità e, devo confessarlo con amarezza, oggi Velletri mi ha deluso.
È una città che ha perso la sua verve, che si è spenta nel riflesso di sé stessa, incapace di fare scudo attorno ai propri figli.
Questa immane, mostruosa tragedia deve obbligare tutti a una riflessione profonda e spietata.
Edoardo non può e non deve essere l’ennesimo nome da dimenticare: questo ragazzo deve diventare il simbolo di una cittadina che ha il coraggio di svegliarsi, di guardarsi dentro e di andare finalmente oltre. Oltre l’ipocrisia.
Come Presidente dell’Associazione Labirinto 14 Luglio, la fragilità la vivo e la tocco con mano ogni giorno.
Ho imparato sul campo a non considerarla un difetto di fabbrica o una colpa di pochi, ma una condizione profondamente umana, comune e possibile per chiunque di noi.
Proprio per questo, pretendere che una comunità ritrovi la propria anima e impari a proteggere i suoi figli, prima che sia troppo tardi, non è più un invito: è un dovere a cui non intendo, e non dobbiamo, sottrarci.
Francesca della Valle – Giornalista Conduttrice Autrice Scrittrice Attivista civile
Presidente di Labirinto 14 Luglio
Foto copertina: immagine generata dall’AI

