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Oltre il cronicario: la RSA moderna è il vero ospedale di comunità (e nessuno lo dice)

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Esiste una profonda disconnessione tra la percezione pubblica del nostro lavoro e la realtà quotidiana che sta accelerando l’esodo dei professionisti sanitari dalle nostre strutture.

Per decenni, l’opinione pubblica, i decisori politici e persino una parte rilevante della comunità medica hanno considerato le Residenze Sanitarie Assistite alla stregua di eleganti cronicari.

Luoghi deputati alla custodia e alla pura assistenza alberghiera, dove l’intervento clinico veniva relegato in secondo piano.

Prof. Dr. Fulvio Tomaselli

Chiunque eserciti il ruolo di direttore sanitario sul campo riconosce l’obsolescenza e l’inesattezza di questa visione.

Le RSA si sono trasformate, nei fatti e nei bisogni, nei reali ospedali di comunità del Paese.

Fino a quando non formalizzeremo questo cambiamento, continueremo ad assistere allo svuotamento dei nostri organici.

Il quadro clinico dell’ospite in RSA ha subito una radicale mutazione nell’ultimo decennio.

Non ci occupiamo più soltanto di gestire la fragilità fisiologica della quarta età o la stabilità delle demenze senili.

Oggi, i nostri posti letto accolgono pazienti che provengono da dimissioni ospedaliere precoci, individui affetti da polipatologie complesse soggette a frequenti scompensi, persone con insufficienze d’organo in stadio avanzato, portatori di dispositivi nutrizionali invasivi e malati che necessitano di cure palliative e terapie antalgiche ad alto monitoraggio.

Definire tutto questo come semplice assistenza significa ignorare la realtà: ci troviamo di fronte a una gestione della subacuzie ad elevata intensità assistenziale e clinica.

Sotto il profilo strettamente medico, operare in una RSA moderna richiede competenze diagnostiche e terapeutiche trasversali spesso superiori a quelle richieste nei reparti ospedalieri monospecialistici.

In una struttura ospedaliera, il medico si muove all’interno di una rete protetta da consulenti reperibili a pochi metri di distanza, laboratori attivi ventiquattr’ore su ventiquattro e servizi di diagnostica per immagini immediati.

In RSA, l’équipe medica affronta la complessità in relativa autonomia.

Diventa quindi indispensabile possedere una solida capacità di giudizio clinico per determinare quando una criticità emodinamica o respiratoria possa essere risolta direttamente in struttura, risparmiando il trauma del pronto soccorso a un paziente fragile, e quando invece il ricovero ospedaliero sia inevitabile.

Questa è una medicina olistica e sartoriale, che fonde la cardiologia, la pneumologia, la diabetologia e la neurologia, sotto la costante guida della bioetica.

Per quale motivo, allora, i giovani medici e gli infermieri scelgono di andarsene?

Certamente il differenziale economico e i contratti meno attrattivi rispetto al settore pubblico rappresentano una componente fondamentale.

Esiste però un elemento immateriale altrettanto determinante: la perdita di identità professionale e di riconoscimento scientifico. 

Un giovane medico o un infermiere non affrontano anni di dura formazione accademica per limitarsi a svolgere compiti burocratici o di mera vigilanza. Desiderano curare, accrescere il proprio bagaglio di competenze e percepire il valore scientifico del proprio operato.

 Se continuiamo a presentare le RSA come l’anello debole e terminale del sistema sanitario, sarà impossibile attrarre le nuove generazioni di laureati.

La principale sfida manageriale per una direzione sanitaria aperta al futuro consiste nel restituire dignità scientifica alle nostre strutture.

Dobbiamo convertire le RSA in centri di formazione permanente e di ricerca clinica applicata.

Diventa prioritario definire linee guida interne rigorose, condurre regolarmente audit sui casi clinici complessi e implementare la telemedicina non come un semplice strumento di emergenza, ma come una risorsa per l’integrazione specialistica.

Dobbiamo dimostrare ai colleghi più giovani che lavorare in questo settore non equivale a una marginalizzazione professionale, ma rappresenta il fulcro della medicina della fragilità.

Le istituzioni sanitarie devono prendere atto di questa evoluzione.

Le RSA svolgono una funzione insostituibile nel ridurre la pressione sui dipartimenti d’emergenza ospedalieri, ma operano con risorse, minutaggi e tariffe basati su modelli assistenziali superati da vent’anni.

Il pieno riconoscimento dello status di strutture di cura a media e alta complessità è il passaggio necessario per ridefinire i parametri di finanziamento, adeguare le retribuzioni e riequilibrare le dotazioni organiche.

In conclusione, le corsie si svuotano quando viene meno il riconoscimento del valore scientifico e umano del lavoro svolto.

Abbiamo il dovere di cambiare radicalmente la narrazione corrente: la geriatria moderna e la lungodegenza nelle RSA costituiscono la massima espressione della complessità medica contemporanea. Riconoscere questa dignità è la chiave per riportare i camici bianchi al centro della cura dei nostri pazienti.

Prof. Fulvio Tomaselli

Angiologo Eticista Esperto di prevenzione della senescenza e di medicina rigenerativa

Specialista in idrologia, climatologia, talassoterapia

Medico Responsabile, RSA Villa Tuscolana-Sereni Orizzonti, Roma

Vicepresidente di Labirinto 14 Luglio

Presidente onorario della società SIME

Fultomas1@gmail.com

Foro copertina: immagine generata dall’AI

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