Negli ultimi anni, sotto la spinta dell’emergenza sanitaria, si è consumata una trasformazione silenziosa ma radicale del rapporto tra cittadini, medicina e istituzioni. Decisioni straordinarie, strumenti tecnologici invasivi e nuovi modelli organizzativi hanno ridefinito il perimetro entro cui si muovono diritti, responsabilità e poteri pubblici. Ma quanto di questo cambiamento è stato davvero necessario, e quanto invece merita oggi una rilettura critica?
L’inchiesta dell’Associazione Trilly APS prova a rispondere a queste domande, ricostruendo – attraverso documenti, atti amministrativi e riscontri tecnici – una serie di dinamiche che, secondo i promotori, vanno ben oltre il contesto locale umbro. Al centro emergono questioni delicate: la gestione dei dati sanitari, il ruolo degli apparati decisionali, l’autonomia dei medici e la trasparenza delle procedure adottate durante la fase emergenziale.
Il quadro delineato solleva interrogativi che toccano il cuore del sistema democratico: fino a che punto è lecito comprimere diritti individuali in nome della sicurezza collettiva? Quali garanzie restano quando i processi decisionali diventano opachi o fortemente centralizzati? E quale spazio rimane per il giudizio clinico in un contesto sempre più guidato da protocolli e sistemi informatici?
Questa intervista nasce per entrare nel merito di questi nodi. Attraverso il confronto con la Presidente dell’Associazione Trilly APS, la professoressa Paola Persichetti, cercheremo di fare chiarezza sui contenuti dell’indagine, sulle criticità emerse e sulle implicazioni che queste potrebbero avere per il futuro della sanità e dei diritti dei cittadini.
Professoressa Persichetti la vostra indagine parte da una critica alla gestione giuridica dell’emergenza: quali elementi vi hanno portato a ritenere che il quadro normativo fosse problematico?
Il quadro normativo si è rivelato problematico fin dal primo giorno poiché l’intera gestione è stata edificata su un vero e proprio “peccato originale” giuridico: l’attivazione illegittima dello Stato di Emergenza nazionale (Livello C) il 31 gennaio 2020.
Analizzando i documenti e in particolare il Codice della Protezione Civile (D.lgs. 1/2018), abbiamo riscontrato che la legge impone un principio di sussidiarietà rigido, per cui un’emergenza nazionale può essere dichiarata solo dopo che i Sindaci (emergenza di Livello A) e le Regioni (Livello B) abbiano documentato l’esaurimento delle proprie risorse locali e richiesto aiuto. Al contrario, il Governo ha scavalcato le autorità territoriali, imponendo un’emergenza “dall’alto” giustificata da un vago e generico “rischio sanitario” futuro, in palese contrasto con le dichiarazioni pubbliche dello stesso Premier che, in quelle ore, rassicurava sul fatto che la situazione fosse “sotto controllo”.
Da questo “bluff preventivo” sono scaturite tre gravissime distorsioni del diritto:
In primo luogo, la sostituzione della legge ordinaria con i DPCM. Invece di utilizzare le prerogative costituzionali e parlamentari o l’Articolo 32 della Legge 833/1978 (che regola organicamente le emergenze di igiene e sanità pubblica), si è scelto di comprimere le libertà fondamentali dei cittadini attraverso semplici atti amministrativi di secondo livello. I Sindaci, vere e uniche autorità sanitarie locali legittimate ex Art. 12 del Codice, sono stati esautorati a favore di Commissari Straordinari e figure militari, in un vero e proprio “commissariamento abusivo” della democrazia locale.
In secondo luogo, la deregulation finanziaria e la militarizzazione della sanità. Sfruttando i poteri in deroga dell’Articolo 25 del Codice della Protezione Civile, l’emergenza ha permesso di spendere miliardi di euro aggirando le ordinarie leggi sugli appalti ed eludendo il controllo preventivo della Corte dei Conti. Parallelamente, la catena di comando è stata snaturata con l’inserimento nel Comitato Tecnico Scientifico di figure di intelligence (come il Generale Bonfiglio, punto di raccordo NATO), sottoponendo così i dati e le decisioni cliniche alla Legge 124/2007 sul Segreto di Stato.
Infine, la nostra critica forense ha già trovato clamorose conferme in sede giurisdizionale, come dimostra la Sentenza n. 1842/2021 del Tribunale di Pisa. Il Giudice ha infatti dichiarato illegittimo quello stato di emergenza proprio per l’assenza dei presupposti fattuali e per la palese violazione delle procedure previste. Questo crea un “effetto domino” giuridico devastante: essendo nullo l’atto originario, ed avendo peraltro il Governo forzato i limiti temporali massimi di 24 mesi previsti dalla legge (prorogando abusivamente l’emergenza fino a 26 mesi con il D.L. 221/2021), decadono necessariamente anche gli atti derivati, ivi compreso il cosiddetto “scudo penale” (ex Art. 3-bis della Legge 76/2021) che avrebbe dovuto proteggere i medici vaccinatori.
In sintesi, le fonti rivelano che il quadro normativo è stato deliberatamente piegato per trasformare un problema di cura e sanità pubblica in una gigantesca operazione di polizia, biosorveglianza e gestione logistico-finanziaria extra-ordinaria.
Nei documenti emerge un forte riferimento alla centralizzazione delle decisioni: in che modo questo processo avrebbe inciso sul funzionamento democratico?
La centralizzazione ha inciso profondamente sul funzionamento democratico operando su due livelli sovrapposti: attuando una vera e propria esautorazione delle istituzioni democratiche in alto, e del medico curante in basso.
Al vertice, la piramide istituzionale è stata rovesciata. Dichiarando lo stato di emergenza nazionale (Livello C) dall’alto, il Governo ha scavalcato i Sindaci, che per legge (Codice della Protezione Civile, D.lgs. 1/2018) sono le vere autorità sanitarie locali. Il dibattito parlamentare è stato sospeso a favore dell’uso massiccio dei DPCM, mentre la gestione economica è stata deregolamentata usando i poteri in deroga (Articolo 25) per spendere miliardi eludendo il controllo della Corte dei Conti. Inoltre, le decisioni politiche sono state delegate a organismi non eletti, come la Task Force Colao (ispirata dalla multinazionale BCG) o il Comitato Tecnico Scientifico, quest’ultimo militarizzato con figure di intelligence, come il Generale Bonfiglio. Invocando la Legge 124/2007 sul Segreto di Stato, i dati clinici e i verbali sono stati classificati come materiale di sicurezza nazionale, negando ogni trasparenza.
Alla base della piramide, questo accentramento autoritario ha causato la distruzione dell’Alleanza Terapeutica. Il medico curante è stato privato della sua indipendenza intellettuale e degradato a “terminale logistico” per l’esecuzione di protocolli di Stato “one-size-fits-all” (una taglia va bene per tutti). Il cittadino non è più stato visto come un individuo con la sua storia clinica (e i suoi rischi specifici), ma come un bersaglio statistico che doveva adeguarsi al protocollo generale, trasformando il consenso informato in un’assunzione di responsabilità estorta sotto ricatto.
Oggi, questa centralizzazione non è sparita, ma si è istituzionalizzata nella creazione di una vera e propria “Caserma Digitale”. Attraverso il Fascicolo Sanitario Elettronico 2.0 e l’imposizione di codifiche rigide come il linguaggio SNOMED, i medici sono obbligati a tradurre la clinica nel linguaggio della macchina. Algoritmi predittivi gestiti da società in-house regionali (come PuntoZero in Umbria o Azienda Zero in Veneto) operano al di fuori del controllo democratico. Se un medico applica il principio di precauzione e non si adegua ai protocolli, viene immediatamente intercettato dai sistemi di Early Warning (Allarme Precoce) della Regione, segnalato come “anomalia” e sottoposto a sanzioni automatiche.
In sintesi, la centralizzazione ha trasformato la democrazia sanitaria in una catena di comando militare e logistica, dove il dubbio scientifico è ormai considerato un atto di insubordinazione.
Parlate di un ruolo rilevante di strutture tecnico-militari e di sicurezza: quali evidenze supportano questa interpretazione?
Le evidenze documentali dimostrano che la gestione dell’emergenza ha subìto una vera e propria militarizzazione strutturale, trasformando un problema di sanità pubblica in un’operazione di logistica militare, intelligence e polizia predittiva. Questa interpretazione si fonda su pilastri probatori inconfutabili:
1. La supremazia della logistica militare (Defender Europe 20) Mentre ai cittadini e ai medici civili veniva imposto il blocco totale in nome del rigore sanitario (la logica del “Flatten”), lo spazio militare godeva di totale libertà di movimento, come dimostrato dall’esercitazione “Defender Europe 20” che ha visto decine di migliaia di soldati attraversare l’Europa. Quella fu la prova visiva che nel nuovo paradigma la logistica militare prevale sempre sul diritto civile.
2. I Contratti Secretati e la Sospensione del Diritto degli Appalti Negli Stati Uniti i sieri sono stati contrattualizzati dalla Difesa tramite l’OTA (Other Transaction Authority) come “contromisure mediche”. In Europa, la Commissione ha utilizzato gli APA, contratti secretati con clausole di manleva coperte da omissis. Per far “atterrare” questi contratti sul territorio, l’Italia ha dovuto sospendere le leggi ordinarie: attraverso l’Articolo 25 del D.lgs. 1/2018 (Codice della Protezione Civile), il Governo ha speso miliardi eludendo il controllo della Corte dei Conti. Questa deregolamentazione è stata blindata dal D.L. 76/2020 (Decreto Semplificazioni), che ha sospeso il Codice degli Appalti autorizzando procedure senza bando di gara. Questo ha permesso di gestire l’infrastruttura informatica di controllo (come i database di PuntoZero in Umbria) in regime di monopolio e totale opacità.
3. L’Infiltrazione dell’Intelligence e il Segreto di Stato Il 5 marzo 2020 (Verbale CTS n. 19), a prendere il controllo del flusso di informazioni è il Generale Francesco Bonfiglio(“Punto NATO UEO”), il quale impone la ristretta comunicazione esterna invocando la Legge 124/2007 sul Segreto di Stato. Dati clinici e verbali decisionali diventano materiale di sicurezza nazionale, negando ogni trasparenza.
4. L’Operazione Eos: Il Paziente come “Target” e il Medico come “Terminale” La distribuzione viene affidata al COVI sotto la guida del Generale Figliuolo. L’aeroporto militare di Pratica di Mare diventa l’hub nazionale e a Roma Centocelle viene allestita una “Data Room” militare per monitorare ogni fiala. In questo scenario bellico, il cittadino viene degradato da paziente a “Target” statistico da colpire per raggiungere le quote logistiche imposte dall’Europa. Il medico, a sua volta, viene privato della sua autonomia prescrittiva e ridotto a un mero “terminale logistico” incaricato di smaltire le scorte spinte dai magazzini. La prova di questo esautoramento è l’ordine di somministrare lotti scaduti, notificato ai medici umbri via PEC da indirizzi militari (vaccini@covid19.difesa.it) a firma di ufficiali dell’Esercito, come il Cap. Aschi.
5. Il Sacrificio della Sicurezza: La Violazione della Ricetta RRL La saturazione militare del territorio ha preteso un prezzo altissimo: la sistematica violazione delle norme di sicurezza farmacologica. Nonostante le determine dell’AIFA avessero classificato questi farmaci come soggetti a Ricetta Ripetibile Limitativa (RRL) – vincolandone quindi l’uso esclusivo allo specialista in ambulatori protetti – la distribuzione di massa negli Hub ha cancellato l’obbligo della prescrizione medica individuale. L’anamnesi clinica e la valutazione del singolo individuo sono state sacrificate sull’altare della velocità logistica, portando al paradosso per cui i medici (come la Dott.ssa Cimignoli) venivano incriminati proprio quando tentavano di rallentare la catena di montaggio logistica per ripristinare la sicurezza del paziente.
6. I NAS come Censori e l’Equiparazione del Civile al Soldato. Il dissenso nei confronti di questo sistema è stato represso usando i Carabinieri del NAS, intervenuti negli studi medici con liste precompilate dagli algoritmi per smentire diagnosi specialistiche complesse. A chiudere il cerchio, vi è la gestione dei danni da reazione avversa: a giudicare il nesso causale è chiamata la C.M.O. (Commissione Medica Ospedaliera) militare. Il civile danneggiato viene processato burocraticamente come un soldato ferito in missione, sancendo la definitiva sottomissione della medicina clinica alla ragion di Stato
Uno degli aspetti più delicati riguarda la gestione dei dati sanitari: cosa avete scoperto sul sistema di raccolta e utilizzo di queste informazioni?
Abbiamo scoperto che la gestione dei dati sanitari non è più finalizzata alla cura, ma alla creazione di un vero e proprio sistema di “Polizia Predittiva” e di sorveglianza di massa. Il patto di fiducia e il segreto professionale tra medico e paziente sono stati tecnologicamente aboliti per espropriare il cittadino della propria identità biologica.
Tutto questo si regge su un’architettura nazionale che si articola in tre pilastri:
1. Il “Digital Twin” (Il Gemello Digitale) e la Gabbia Semantica: L’obiettivo, scritto nero su bianco già nella Scheda 73 del Piano Colao, non è curare meglio, ma creare una rappresentazione virtuale di ogni cittadino. Il Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) 2.0 non è un cassetto per il medico, ma un’infrastruttura di sorveglianza in cui convergono dati clinici, stili di vita e fragilità, con l’obiettivo di “gestire la percezione sociale”. Per farlo, impongono ai medici l’uso del vocabolario standardizzato SNOMED, una gabbia semantica che li costringe a cancellare la narrazione umana e soggettiva del paziente per ridurla a rigide stringhe alfanumeriche lette dall’algoritmo.
2. L’Estorsione del Consenso: Il Sistema bypassa il consenso sui cittadini vulnerabili. Con l’applicazione del D.lgs. 62/2024, abbiamo le prove di come l’INPS subordini l’erogazione di fondi vitali per la disabilità all’obbligo di loggarsi nei portali di Stato e inserire i propri dati (Data-Entry), fondendo d’autorità le informazioni cliniche con quelle socioeconomiche. È un vero ricatto.
3. L’Illegalità Certificata dal Garante Privacy: Per capire che non ci troviamo di fronte a una “teoria”, basta guardare le sanzioni nazionali. Il Garante della Privacy ha già duramente sanzionato tre ASL del Friuli-Venezia Giulia (con multe da 55.000 euro) per aver utilizzato algoritmi predittivi volti a classificare il rischio dei pazienti in assenza di base normativa. E ha multato per 100.000 euro la Regione Veneto per aver usato i dati dei sanitari per finalità di illecita “moral suasion”. Se è radicalmente illegale profilare un paziente per tentare di “curarlo”, è un vero e proprio crimine costituzionale usare l’Intelligenza Artificiale per pescare dati sensibili e perseguitare i medici, che è esattamente ciò che abbiamo scoperto in Umbria
Il caso dell’Umbria viene presentato come emblematico: quali sono le anomalie principali che avete riscontrato in questo contesto specifico?
L’Umbria è emblematica perché è stata trasformata nel laboratorio avanzato di questo “Panottico Regionale”. Le nostre indagini hanno scoperchiato un’architettura illecita che si fonda su quattro gravissime violazioni procedurali e forensi.
1. Il Mandante Politico e l’Ordine di Profilazione. L’indagine contro i medici umbri non è nata da pazienti danneggiati, ma da un dossieraggio politico. Abbiamo acquisito la Nota Prot. 231.263 del 21 dicembre 2021, firmata dall’allora Commissario Straordinario Massimo D’Angelo. In questo documento, si ordina alla società in-house PuntoZero Scarl di estrarre i nominativi dei medici che emettevano esenzioni, incrociandoli con i cittadini che avevano “cambiato medico”. Il sacrosanto diritto di farsi curare da chi si ritiene più idoneo è stato trasformato da un’intelligenza predittiva in un indice di sospetto da colpire.
2. La Sperimentazione Occulta e l’Assenza di DPIA Questa caccia all’uomo è stata eseguita attraverso il Progetto PRJ-1589 (“Biosorveglianza”), un’architettura di intelligence basata su software commerciale (Microsoft Dynamics 365). I documenti contabili dimostrano che i dati dei cittadini umbri sono stati esfiltrati in una fase di “sperimentazione conclusa” prima ancora che il progetto fosse formalmente autorizzato. Il tutto in totale assenza della Valutazione d’Impatto sulla Protezione dei Dati (DPIA) ex Art. 35 del GDPR, rendendo le prove “frutti di un albero avvelenato”.
3. La Spoliazione Probatoria (I Log Cancellati) Quando la nostra Associazione ha intimato a PuntoZero un audit tecnico per accedere ai log di sistema – per scoprire chi avesse spiato illegalmente le diagnosi – l’ente ha risposto per iscritto che quei dati “risultano cancellati” dopo soli 6 mesi. Un fatto che rasenta l’intralcio alla giustizia, poiché le loro stesse linee guida interne impongono di congelare i log per 5 anni in caso di procedimenti giudiziari.
4. I “Commissari Politici” in corsia e il ricatto PNRR L’anomalia umbra colpisce anche i presidi ospedalieri, piegati a mere logiche di cassa. Abbiamo acquisito documenti interni all’Azienda Ospedaliera di Perugia che provano l’istituzionalizzazione di figure chiamate “Change Agent” e “Ambassador FSE 2.0”. Si tratta di veri e propri controllori incaricati di pressare il personale sanitario per forzare l’uso del Fascicolo Sanitario Elettronico. Il movente è scritto nero su bianco dalla stessa Direzione: incassare i fondi del PNRR (Missione 6). I medici non vengono valutati per come curano, ma per come alimentano il database europeo.
(segue)
Andrea Caldart
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