Dopo aver ricostruito nella prima parte il contesto generale dell’inchiesta con al Professoressa Persichetti, entriamo ora nel cuore delle criticità emerse. Il caso dell’Umbria viene indicato nel dossier come un banco di prova particolarmente significativo, dove dinamiche di controllo amministrativo, gestione dei dati sanitari e azione giudiziaria sembrano intrecciarsi in modo anomalo. In questa seconda parte analizziamo nel dettaglio le principali contestazioni sollevate, tra presunte irregolarità procedurali, conflitti di interesse e criticità investigative.

Il caso dell’Umbria viene presentato come emblematico: quali sono le anomalie principali che avete riscontrato in questo contesto specifico?
L’Umbria è emblematica perché è stata trasformata nel laboratorio avanzato di questo “Panottico Regionale”. Le nostre indagini hanno scoperchiato un’architettura illecita che si fonda su quattro gravissime violazioni procedurali e forensi.
1. Il Mandante Politico e l’Ordine di Profilazione. L’indagine contro i medici umbri non è nata da pazienti danneggiati, ma da un dossieraggio politico. Abbiamo acquisito la Nota Prot. 231.263 del 21 dicembre 2021, firmata dall’allora Commissario Straordinario Massimo D’Angelo. In questo documento, si ordina alla società in-house PuntoZero Scarl di estrarre i nominativi dei medici che emettevano esenzioni, incrociandoli con i cittadini che avevano “cambiato medico”. Il sacrosanto diritto di farsi curare da chi si ritiene più idoneo è stato trasformato da un’intelligenza predittiva in un indice di sospetto da colpire.
2. La Sperimentazione Occulta e l’Assenza di DPIA Questa caccia all’uomo è stata eseguita attraverso il Progetto PRJ-1589 (“Biosorveglianza”), un’architettura di intelligence basata su software commerciale (Microsoft Dynamics 365). I documenti contabili dimostrano che i dati dei cittadini umbri sono stati esfiltrati in una fase di “sperimentazione conclusa” prima ancora che il progetto fosse formalmente autorizzato. Il tutto in totale assenza della Valutazione d’Impatto sulla Protezione dei Dati (DPIA) ex Art. 35 del GDPR, rendendo le prove “frutti di un albero avvelenato”.
3. La Spoliazione Probatoria (I Log Cancellati) Quando la nostra Associazione ha intimato a PuntoZero un audit tecnico per accedere ai log di sistema – per scoprire chi avesse spiato illegalmente le diagnosi – l’ente ha risposto per iscritto che quei dati “risultano cancellati” dopo soli 6 mesi. Un fatto che rasenta l’intralcio alla giustizia, poiché le loro stesse linee guida interne impongono di congelare i log per 5 anni in caso di procedimenti giudiziari.
4. I “Commissari Politici” in corsia e il ricatto PNRR L’anomalia umbra colpisce anche i presidi ospedalieri, piegati a mere logiche di cassa. Abbiamo acquisito documenti interni all’Azienda Ospedaliera di Perugia che provano l’istituzionalizzazione di figure chiamate “Change Agent” e “Ambassador FSE 2.0”. Si tratta di veri e propri controllori incaricati di pressare il personale sanitario per forzare l’uso del Fascicolo Sanitario Elettronico. Il movente è scritto nero su bianco dalla stessa Direzione: incassare i fondi del PNRR (Missione 6). I medici non vengono valutati per come curano, ma per come alimentano il database europeo.
Passiamo all’azione della magistratura in questo scenario. Nel vostro dossier parlate di “Falso di Forma”, di un clamoroso conflitto di interessi e di un “doppio standard” nelle indagini. Come è stata costruita l’accusa contro i medici dissidenti?
Analizzando i fascicoli della Procura, abbiamo scoperto che la giustizia è stata piegata per colpire il dissenso clinico attraverso un vero e proprio “Tribunale dell’Inquisizione”, in cui la burocrazia ha preteso di processare la scienza. L’indagine si è trasformata in una caccia all’uomo che si regge su tre aberrazioni giuridiche e forensi inoppugnabili:
1. L’eclissi della terzietà (Il Conflitto di Interessi Istituzionale) Per giudicare se l’operato del medico indagato fosse scientificamente corretto, la Procura ha nominato un Consulente Tecnico del P.M. che si trova in una posizione incompatibile con l’imparzialità. I documenti ufficiali e le trascrizioni delle udienze dimostrano che questo consulente ricopre il ruolo di Responsabile del Centro Regionale di Farmacovigilanza ed è organicamente legato alla Regione Umbria e all’Azienda Ospedaliera, percependo persino “premi di risultato” economici legati al raggiungimento degli obiettivi dell’Ente. Il cortocircuito è clamoroso: quegli stessi enti si sono costituiti Parte Civile nel processo per chiedere i danni economici ai medici. Abbiamo quindi un “arbitro” dell’accusa che è economicamente e funzionalmente legato alla presunta vittima: un macroscopico conflitto di interessi in cui controllore, accusatore e danneggiato siedono di fatto dalla stessa parte del tavolo.
2. Il “Metodo Google” dei NAS e l’Inquisizione della Scienza. Sul campo, l’esautoramento della medicina è stato totale. Le indagini della Polizia Giudiziaria non si sono basate su contro-perizie specialistiche, ma sulla ricerca su internet. Come emerso in aula tramite le ammissioni dell’ufficiale operante dei NAS, militari privi di competenze cliniche hanno smentito diagnosi complesse e ipersensibilità documentate — come la Sindrome da Attivazione Mastocitaria (MCAS), gravi immunodeficienze (CVID) o il rischio di shock anafilattico da eccipienti — basandosi sulla mera “consultazione di fonti aperte”, citando per assurdo i siti web di singole USL regionali o di fondazioni private. Se l’esenzione redatta dal medico (la Sostanza clinica) non coincideva con le indicazioni generiche di un sito web (la Forma burocratica), scattava l’accusa di “Falso Ideologico”, trasformando il sacro Principio di Precauzione in un crimine.
3. Il “Doppio Standard” Giudiziario. La prova politica di questa persecuzione risiede nella gestione asimmetrica delle indagini. La Procura ha indagato altri 32 medici per aver rilasciato esenzioni non previste esplicitamente dalle circolari ministeriali. Ebbene, per questi 32 sanitari, considerati “allineati”, il PM ha chiesto l’archiviazione, ammettendo formalmente che l’esenzione costituisce un legittimo “giudizio medico” ed è frutto di un’errata valutazione scusabile. Per la nostra professionista associata, invece, l’esercizio della medesima e identica autonomia clinica su pazienti fragili è stato etichettato addirittura come “associazione a delinquere”. Non si processa un medico per aver causato un danno al paziente, lo si punisce in modo esemplare per non essersi sottomesso al protocollo.
Nel vostro dossier dedicate un’ampia sezione alle anomalie cronologiche e informatiche delle indagini, parlando addirittura di “indagini predittive” e di “intercettazioni fantasma”. Quali sono i lati oscuri di questa inchiesta dal punto di vista procedurale?
L’architettura repressiva che abbiamo smontato non si è fermata all’etica medica, ma ha inquinato pesantemente il Codice di Procedura Penale. Analizzando le tempistiche e i flussi digitali nei fascicoli della Procura, abbiamo scoperto che l’indagine non serviva ad accertare la verità, ma a confermare un teorema preconfezionato. Ci troviamo di fronte a quattro anomalie forensi inaudite:
1. L’Indagine “Predittiva” (Il paradosso del Fascicolo nel futuro) Il documento ufficiale della Procura indica come data del presunto reato contestato al nostro medico il 1° settembre 2021. Tuttavia, applicando la matematica al registro informatico (SICP), la numerazione del fascicolo (il n. 5777) si colloca inequivocabilmente tra maggio e giugno del 2021. La domanda è: come può uno Stato aprire un fascicolo d’indagine a giugno per un fatto che avverrà solo tre mesi dopo, a settembre? L’ordine logico e costituzionale della giustizia è stato capovolto: prima si è aperto il fascicolo per inquadrare il bersaglio, e poi si è atteso che accadesse qualcosa per riempirlo, in un vero e proprio sistema in stile Minority Report.
2. Il “Fascicolo Civetta” e i dati da un ente inesistente. Per rastrellare i dati e alimentare questo teorema, la Procura ha usato il trucco del “Fascicolo Civetta”. Hanno mantenuto silenti i fascicoli contro IGNOTI (Modello 44) ritardando dolosamente l’iscrizione dei nomi nel registro degli indagati. Questa è una palese violazione dell’Art. 335 del Codice di Procedura Penale, usata apposta come escamotage per compiere ispezioni a sorpresa negli studi medici e negare agli indagati il diritto costituzionale di farsi assistere da un avvocato difensore durante i blitz. Inoltre, in aula e sotto giuramento, l’ufficiale operante dei NAS ha dichiarato che i dati sensibili usati per far scattare i sequestri di novembre 2021 erano stati forniti dalla società regionale “Scarl Umbria Zero” (oggi PuntoZero). Peccato che i documenti camerali smentiscano clamorosamente questa versione: la società PuntoZero Scarl è nata legalmente solo il 1° gennaio 2022. La Polizia Giudiziaria ha ammesso di aver ricevuto ed usato dati esfiltrati da un ente che, all’epoca dei fatti, giuridicamente non esisteva.
3. Le “Fonie Fantasma” e l’Enigma del RIT 90/2022La smania di sorveglianza totale ha prodotto un cortocircuito illegale sulle intercettazioni. Dai verbali di conferimento nell’Archivio Digitale (ADI) è emersa una mole massiva di dati: ben 23,4 Gigabyte di intercettazioni audio, riferibili al RIT 90/2022. Eppure, per questo RIT manca clamorosamente il “Visto” autorizzativo del Giudice per le Indagini Preliminari (GIP). Senza l’autorizzazione del Giudice, la Procura non aveva alcun potere legale di operare, il che determina l’inutilizzabilità assoluta di quelle intercettazioni, come sancito dall’Art. 271 del Codice di Procedura Penale. A coronare lo scandalo, come emerso dall’incarico alla perita del tribunale, questo enorme archivio audio non è mai stato trascritto e reso disponibile al dibattimento. Si tratta di vere e proprie “Prove Ombra”: hanno intercettato illegalmente e poi fatto sparire 23 Giga di dati che avrebbero potuto contenere conversazioni cruciali per dimostrare l’innocenza degli indagati.
4. Il Rifiuto della Verità (Le 17 cartelle cliniche ignorate) La dimostrazione finale che l’indagine non cercava la “sostanza clinica”, ma solo l’incriminazione, è avvenuta durante i sequestri. I NAS hanno prelevato “chirurgicamente” 11 cartelle cliniche per formulare l’accusa contro la professionista. Ma quando il medico, in nome della trasparenza, ha preparato e messo a disposizione altre 17 cartelle che documentavano la correttezza assoluta del suo operato, i NAS non si sono mai più ripresentati per ritirarle, tradendo la promessa messa a verbale. In un’indagine onesta, l’investigatore pretende di visionare tutta la documentazione, ottemperando all’obbligo imposto dall’Art. 358 del Codice di Procedura Penale, che obbliga il Pubblico Ministero e la Polizia Giudiziaria a cercare anche le prove a favore dell’indagato. Se le forze dell’ordine si rifiutano di ritirare dei referti medici, è solo perché temono che quei documenti smontino definitivamente la loro ipotesi di reato.
Andrea Caldart
Foto copertina: immagine generata dall’AI
(Segue)
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